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Florindo Rubbettino favorevole al Ponte sullo Stretto “che non va visto come infrastruttura isolata, ma come pezzo di un disegno strategico”

FLORINDO Rubbettino ha le idee chiare: «Il ponte sullo Stretto è un’idea importante, ma…». L’osservatorio di Soveria Mannelli è decisivo per l’inchiesta che il Quotidiano sta conducendo sulla Calabria interrotta: una cittadina nascosta alle grandi arterie eppure industrialmente feconda, che si parli di libri, attrezzature scolastiche, funghi o griffe di moda. Un luogo di montagna operoso, come ce n’erano tanti nella Calabria interna, ora avviata alla desertificazione. Un posto che potrebbe stare al centro di tutto, fra Cosenza e Catanzaro, fra la montagna e il mare, in un percorso che parte dalle mani delle tute blu specializzate ai fratini arancioni degli operai del porto di Gioia. Se solo si potesse arrivare facilmente a Soveria. Ma una Calabria che perde abitanti, dove scompaiono gli artigiani, deve guardare ai casi virtuosi per trovare una strada. Ma la strada, quella fatta di asfalto, non c’è ancora.

L’editore Florindo Rubbettino, titolare dell’omonima casa editrice che dalla Calabria dialoga con il mondo, ha una posizione netta sul Ponte sullo Stretto: «Io sono sempre a favore della costruzione di ponti perché i ponti, a differenza dei muri, uniscono, connettono e portano sviluppo. Ce lo insegnano i romani. Sono quindi d’accordo anche sulla realizzazione del ponte sullo Stretto, non solo perché l’innovazione nelle infrastrutture si pratica in tutto il mondo con risultati sempre positivi, ma anche perché il Ponte – spiega Rubbettino – non va visto come una infrastruttura isolata, ma come un pezzo di un disegno strategico europeo per unire e rendere più competitivo il continente. E sempre in ottica strategica il Ponte deve essere una grande opera che si porta dietro la realizzazione delle opere sul territorio. La costruzione del Ponte non può essere poi l’alibi per penalizzare i locali».

E qui Rubbettino torna al suo paese sul Reventino, da dove 50 anni fa, il padre Rosario, un visionario, diede avvio alla favola della casa editrice: era il 1973. «Soveria Mannelli e il suo tessuto imprenditoriale – spiega – non sono un miracolo, né un caso fortunato. Si tratta piuttosto di un’alchimia tra cultura del lavoro diffusa, orientamento al mercato, valore dell’identità, capacità di essere connessi col mondo e con le esperienze di avanguardia che stanno sulla frontiera dell’innovazione nei rispettivi settori. Come ha potuto misurare l’Agenzia per la coesione territoriale qui ci sono tassi di presenza di manifatturiero che sono il doppio della media del Mezzogiorno e sono allineati alle aree più competitive del paese».

Realtà fiorenti, oltre alla Rubbettino, ne abbiamo diverse a Soveria, a dispetto di strade interrotte o incompiute dal 1988 e una ferrovia chiusa da 15 anni. Per citarne alcune, l’azienda Sirianni che imbarca al porto di Gioia Tauro gli arredamenti per le Università del mondo arabo. E poi il lanificio Leo, la Profiltek, la Satip, la ditta Arti Grafiche Cardamone. «È un percorso che viene da lontano – prosegue Rubbettino – dalla visione e dalla lungimiranza di alcuni imprenditori, ma anche dalla buona amministrazione. Che è stato possibile anche per il fatto che Soveria, per esempio, negli anni ‘50 era “crocevia” grazie alla presenza di due importanti infrastrutture: la SS 19 e le Ferrovie della Calabria. Queste infrastrutture hanno giocato un ruolo importante nella crescita del paese. E a queste, viarie e ferroviarie, negli anni ne sono state aggiunte altre anche in alti ambiti: scuole di tutti i gradi, la Pretura, l’Ospedale Civile, la Comunità Montana, la Compagnia dei Carabinieri, la digitalizzazione voluta dal sindaco Mario Caligiuri negli anni ‘90 che ha fatto diventare il paese il più informatizzato d’Italia. E tante altre».

«Poi da un certo punto in poi lo Stato e le istituzioni hanno iniziato a ritirarsi, a smontare pezzo per pezzo la dotazione di servizi e a non rinnovare le infrastrutture viarie, a smontare l’Ospedale, a dismettere la Pretura. E ora il rischio lo corre anche la scuola. E più lo Stato smontava – puntualizza l’editore, richiamando il concetto di Restanza, il termine introdotto nel vocabolario Treccani, coniato dall’antropologo calabrese Vito Teti – e più gli imprenditori si impegnavano a esportare, a innovare, ad allargare i mercati. Più le istituzioni ci azzoppavano, più noi abbiamo dimostrato che bisognava resistere e aprirsi al mondo. Più diventava difficile raggiungerci, più diventava impervio per noi raggiungere i mercati, più i camion si incastravano nei tornanti di una strada progettata dai Borbone, più noi abbiamo costruito futuro per questi territori. E questo lo dimostra anche la faticosa ma eroica ed efficace resistenza demografica».

Rubbettino parla delle difficoltà connesse alla competizione globale, difficoltà che non è semplice superare da un paese «sconnesso». «Il punto è che oggi le imprese giocano la partita della competizione globale – evidenzia l’editore – e senza le istituzioni che creano le condizioni per giocare alla pari con altri territori non si va da nessuna parte. Anche la competizione tra territori (si pensi al turismo) è globale. E senza infrastrutture si resta tagliati fuori e ogni proclama della politica resta pura velleità. Il caso di Soveria Mannelli indica una strada di sviluppo possibile, non teorica, ma messa in pratica tra l’altro in un’area interna. Un prototipo basato sul lavoro che potrebbe servire da ispirazione anche ad altri territori, come è stato evidente nel Festival del lavoro nelle aree interne che abbiamo organizzato a Soveria lo scorso anno. Ma ora serve che la politica si assuma le sue responsabilità: considerare questo territorio strategico e sperimentare qui come la progettazione e realizzazione di infrastrutture materiali e immateriali potrà generare nuovo sviluppo. Invito il ministro Salvini a fare una riflessione sul tema e a venire a vedere il modello Soveria di cui si sono accorti il New York Times, i principali quotidiani italiani, il Censis. Qui oggi si sperimenta una forma di manifattura multifunzionale – conclude Rubbettino – che partecipa alla grande trasformazione e al grande rimescolamento contemporaneo che riguarda anche i settori del turismo, della logistica, dell’istruzione, dell’innovazione ambientale e sociale». Quando arriverà la superstrada del Medio Savuto? Per ora ci sono solo gli svincoli.

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