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Uno studente sui libri con le cuffie

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L’indagine rivela lo studio degli universitari italiani: appunti, dispense, film e poca lettura. Solo il 59% si affida allo studio classico


Come studiano gli studenti italiani? Quesito variabile a seconda del target prescelto. Nel caso del convegno “Come studiano gli universitari italiani? Un confronto a partire dall’indagine Aie – Talents Venture sul cambiamento delle modalità e degli strumenti di studio degli studenti universitari”, organizzato alla Camera dei Deputati lo scorso 6 febbraio, si è discusso dei metodi di preparazione autonoma di chi frequenta l’università. Un tema più interessante di quanto non sembri. Vista la rilevanza nell’ambito di una più ampia analisi sui metodi di insegnamento e apprendimento nel nostro Paese.

INDAGINI SUGLI UNIVERSITARI ITALIANI: SOLO IL 59% SI AFFIDA ALLO STUDIO CLASSICO

Nell’indagine sullo studio degli universitari italiani, stando a quanto emerso dall’incontro, gli studenti italiani sembrano prediligere strumenti alternativi ai tradizionali libri di testo e, addirittura, alle risorse digitali. Basti pensare che appena il 59% di loro si affida ai metodi di studio classici, preferendo piuttosto dispense (78% dei casi) o, addirittura, materiale realizzato da sé o da colleghi, come mappe concettuali, schemi e appunti, utilizzati per il 71%. Va detto, però, che tale sondaggio tiene in considerazione almeno un paio di aspetti rilevanti.

PER GLI UNIVERSITARI ITALIANI GLI STRUMENTI DIDATTICI AUTOPRODOTTI SONO LA PRINCIPALE STRATEGIA DI STUDIO

Il primo aspetto, in questa indagine sullo studio degli universitari italiani, è puramente tecnico: agli studenti interpellati, infatti, è stata concessa la possibilità di scegliere diverse opzioni, rendendo il risultato della ricerca più eterogeneo. Tuttavia, è significativo che l’uso di strumenti didattici autoprodotti divenga, in molti casi, la strategia di studio principale. Se, da un lato, tale materiale rappresenta un supporto alla preparazione, specie in funzione di una migliore comprensione degli argomenti (cosa che, a ben vedere, gli studenti fanno da anni con costanza), altro discorso è affidarsi esclusivamente a essi, “dimenticando” il loro status di integrazione ai testi ufficiali. Una situazione non esente da rischi, come ricordato da Maurizio Messina, presidente del gruppo accademico professionale Aie. Secondo lui il pericolo principale è quello dato dalla costruzione di «un sapere fragile: per questo vogliamo aprire un dibattito sulla formazione delle future classi dirigenti che si troveranno ad affrontare una contemporaneità sempre più complessa».

GLI UNIVERSITARI INTERVISTATI SONO ISCRITTI AD ATENEI TRADIZIONALI E NON DIGITALI

Il secondo aspetto, riguarda il target in sé: gli studenti intervistati, di età compresa tra i 19 e i 30 anni, sono sì iscritti a un ciclo di studi, ma esclusivamente in atenei tradizionali. Dalla ricerca, in sostanza, sono state escluse le università telematiche, nonostante la loro marcia sia stata piuttosto sostenuta negli ultimi anni. L’obiettivo, infatti, è cercare di capire anche il modo in cui gli studenti vivono il loro periodo di studio, attribuendo chiaramente agli atenei digitali un peso maggiore nelle situazioni di bilanciamento tra studio e lavoro. Del resto, non è strano il fatto che tutto si riduca a una questione di abitudini. Facili da prendere quanto rapide a modificarsi, a seconda dei trend del momento. Quegli stessi trend che, al momento, collocano la lettura a un ruolo decisamente più marginale rispetto ad attività quali ascoltare musica o guardare una serie tv.

L’INDAGINE: POCHI LETTORI ASSIDUI, LA MAGGIORANZA ASCOLTA MUSICA O GUARDA FILM E SERIE TV

Stando alla ricerca – in questa indagine sullo studio degli universitari italiani – infatti, appena il 56% degli intervistati si è detto un lettore assiduo. Il 94% invece, predilige l’ascolto di canzoni come attività di svago primaria. Dato che scende solo di poco (87%) in relazione alla visione di un film o di una serie. Sostanzialmente, la poca attitudine alla lettura sarebbe un preludio alla scarsa propensione all’utilizzo dei libri di testo come strumento primario per la preparazione universitaria. In questo senso, non è un caso che il 78% degli intervistati abbia ammesso di prediligere materiale fornito dal docente – dispense, articoli accademici – . In primis perché ritenuti altrettanto validi e, nondimeno, perché funzionali al superamento dell’esame.
Un dato interessante che, in qualche modo, dà il peso degli obiettivi a breve termine (come l’essere promossi a un esame, appunto) piuttosto che una lettura di quelli a medio-lungo, come la formazione empirica su un determinato argomento. Il che, peraltro, sarebbe il fine ultimo di un percorso di studi universitario, specie in un’ottica accademica. Tuttavia, da tali indicazioni emerge un ruolo comunque rilevante del docente: il 53% degli studenti, infatti, ha sostenuto di scegliere determinati testi o materiali in quanto indicati dal professore, a fronte di un 25% che, invece, li ritiene semplicemente adatti, in termini di contenuti, al superamento dell’esame.

LA CARTA STAMPATA PREVALE SUGLI STRUMENTI DIGITALI

Al netto dei tempi, è significativo che prevalga tuttora una componente “classica”, che porta gli studenti a prediligere la carta stampata al materiale online. Prima di tutto, perché libri di testo, dispense e quant’altro consentono di esercitare l’abitudine del riassumere, magari tramite note a margine del foglio. E anche chi sceglie di studiare su testi “dematerializzati”, finisce per stamparli nel 32% dei casi. Numeri alla mano, il divario tra cartaceo e digitale è ancora abissale (78% contro 15%). In pratica, pesa sia l’influenza del professore nella scelta dei materiali che, semplicemente, l’abitudine all’utilizzo di uno strumento piuttosto che un altro. E questo nonostante l’integrazione tra i materiali vada via via a crescere parallelamente al percorso di studio. Col digitale che, al momento, resta marginale. Almeno nella quotidianità dello studio.


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