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Una scena dal video della canzone "L'albero delle noci"

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Il festival di Sanremo ci lascia in eredità, grazie a Dario Brunori, la vittoria della contronarrazione di una Calabria di miele e neve


Anche per quest’anno abbiamo bagnato i piedi nel fiume carsico della maldicenza musicale, la laica redenzione dei nostri cattivi pensieri nel nome del trash in note e suoni, l’epifania di noi prescelti nel decretare chi, cosa perché e per come.

Insomma abbiamo visto, letto, ascoltato, commentato, la 75ª edizione del Festival della Musica Italiana. Sanremo, per gli amici.


Settantacinque anni di un divano da salotto buono a cui ogni febbraio viene tolta la plastica e messo lì, come chiesa al centro del paese, a disposizione di tutti, anche di quelli che «signora mia io non lo guardo mica eh, io solo film uzbeki, sottotitolati in cambogiano».

Un mobile antico, un atavico stilema, che vive di nuova linfa grazie ai cellulari, smartphone per voi giovani, ai degenerati e denigrati social, sì grazie a noi, le legioni di imbecilli cui internet ha dato la parola (che poi Eco ben altro avrebbe detto, ma questa vita è una catena fatta di aforismi quindi eccallà, il danno è fatto). Cinque serate, di molta noia, ma ascolti interstellari.


Carlo Conti, il bianconiglio tutto un “sì ma sbrighiamoci” – ha messo fretta anche al Papa che aveva cercato di ingraziarselo chiamandolo per nome – ha portato in onda l’ancien régime, la restaurazione, più realista del re.

Pochi i guizzi, uno su tutti Geppy Cucciari, neanche Benigni ha lasciato il segno.

Qualche spunto di polemica d’uopo, certo dal suicidio di Tenco, il pancione della Bertè, la zinnetta al vento di Patsy Kensit, Madonna che scambia Raimondo Vianello per Pippo Baudo ed esclama «You’ve changed», le incursioni di cavallo pazzo, e troppe altre ce ne sarebbero, i classici fischi alla finale, il vestito strappato (forse sì, forse no) di Elodie e il caso collana Tony Effe, son ben poca cosa.

I preferiti di chi vi scrive, il sorriso di Bianca Balti. Tantaroba Damiano. Amore per Mahmood. Fru con i The Kolors. Poi, noi attempate fan di Sanremo, siamo saltate sulla sedia per il ritorno dei Duran Duran, che Simon Le Bon sarà pure imbolsito, ma nei nostri cuori è sempre e per sempre “wild boys”.

È stato il Sanremo del trionfo del regionalismo spinto. Di Dario Brunori e non solo per campanile, che pure ha giocato un ruolo nella contro narrazione fatta di corone di spine, neve e miele di questa regione matrigna e nascosta – che si nasconde come solo alcune cose belle sanno nascondersi.


Tutta l’Italia, tutta l’Italia, ha scoperto la scirubetta, che a San Fili ci sono alberi di noci e in Calabria esistono cantautori. Di bell’aspetto che Brunori ci tiene e pure bravi, aggiungiamo noi. Ironico, arguto, un talento comico innato. Sta sul pezzo, sempre. Fa anche il vino buono. Un uomo da podio. Da siparietti e battute sagaci. Un terzo posto che nell’ottica della visibilità è meglio che arrivare secondi e restare in disparte sul palco mentre volano lustrini e cottilon.


A tutta questa felicità, Dario, e ti ci devi abituare. E un pochino pure noi altri.
Che alla fine questa architettura del muscolo cuore l’hai davvero cambiata.


Che poi nascere in Calabria è un fatto geografico mica dell’anima. Non si vince niente a nascerci e neanche si perde. O forse sì. Qualcosa sì. Siamo abituati a cadere da distanzi siderali per poi rialzarci. A unire i puntini. Navigare in assenza di stella polare.


Il festival lo ha vinto un ragazzone di 23 anni con i baffetti da attore porno degli anni 70, sparvieri. Olly che fa sold out nei concerti ed un tenerone rivestito di muscoli. A me piace.

Secondo si è classificato Lucio Corsi che la bolla social ha scoperto ora molti noi un po’ prima. Ma questa non è una gara. Poi il manager è Matteo Zanobini lo stesso di Brunori e il cerchio magicamente si chiude.


Ah sì, ci sono anche le altre canzoni. 29 in tutto. Perché Sanremo è Sanremo e alla fine si deve anche cantare.

Comunque sì, mentre il mondo cade a pezzi, abbiamo guardato il Festivàl.
Anche quest’anno. Che ora è finito. Possiamo andare in pace.

Senza perle di saggezza nella mia collana di ridondanti parole che sono giorni usati. In anni feroci.

Ah di Brunori è uscito il disco, compriamolo. Che alla fine della fiera questo rimane. Girare in radio, essere in classifica su spotify, riempire concerti, vendere.

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