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Al Teatro Auditorium Unical, il jazz diventa viaggio emotivo con lo Chansons Trio. Danilo Rea, Massimo Moriconi ed Ellade Bandini salgono sul palco del JazzAmore e la magia ha inizio.


ARCAVACATA (COSENZA) – Fuori è dicembre: l’aria punge, profuma di attesa e di luci lontane. Dentro il Teatro Auditorium dell’Università della Calabria il tempo rallenta, il brusio si spegne, il legno del palco sembra scaldarsi sotto i passi dei musicisti. È in quell’istante, fragile e luminoso, che JazzAmore (la rassegna promossa da MK Live con il sostegno dell’Unical e il cofinanziamento del ministero della Cultura) scarta il suo primo, preziosissimo regalo: Danilo Rea, Massimo Moriconi ed Ellade Bandini salgono sul palco. E la magia ha inizio.

Il pianoforte di Rea entra come una voce familiare, una di quelle che riconosci senza sapere da dove arrivino. Una voce che non chiede attenzione ma la ottiene, naturalmente. Non attacca, non irrompe: sussurra. Poi racconta, poi esplode. Ogni nota è una parola scelta con cura, ogni pausa è una frase non detta, una sospensione del cuore. Rea non suona canzoni: le attraversa. Le prende per mano e le porta altrove, in un luogo dove il jazz incontra la memoria, dove l’improvvisazione diventa poesia. Non suona per stupire, suona per far ricordare. Trasforma una melodia in un viaggio, un tema celebre in una storia che si riscrive davanti agli occhi degli spettatori. È jazz, ma è anche confessione, è intimità condivisa.

Il contrabbasso di Massimo Moriconi avvolge la sala come un abbraccio caldo, pulsa di vita. Il suo suono è rotondo, profondo, narrativo: sembra raccontare storie, notti, strade percorse, sogni mai abbandonati. La batteria di Ellade Bandini è il respiro del concerto. Ogni colpo è una carezza o una frustata, ogni accento una scelta. Anche il vuoto, tra una nota e l’altra, vibra. È musica che si muove, che vive, che respira. Insieme sono lo Chansons Trio, ma soprattutto sono tre anime che si ascoltano profondamente. Si guardano, sorridono, si inseguono. A volte si cercano, a volte si sfidano. A volte si scontrano, ed è proprio da quello scontro che nasce l’imprevisto, la scintilla. È il gioco meraviglioso del jazz: l’equilibrio che nasce dal rischio. Il pubblico lo avverte sulla pelle: ogni brano è un atto unico, irripetibile.

Omaggio a Mina e non solo

Le note cominciano a evocare immagini: “Tintarella di luna” diventa una notte d’estate ricordata d’inverno, “Grande grande grande” è una confessione sussurrata al buio, “Se telefonando” è una vertigine che sale e non scende mai. E poi c’è lei. Mina. Invisibile, ma ovunque. Musa, compagna di viaggio, filo rosso che unisce tre carriere straordinarie. L’omaggio è profondo, discreto, e proprio per questo potentissimo. Mina vive nelle pause, nei sorrisi complici, in quella malinconia elegante che attraversa ogni brano. È l’omaggio più autentico: quello che non ha bisogno di essere spiegato. Da lì, quasi senza accorgersene, la musica scivola verso altri universi familiari: Battisti, De André, Baglioni. Mondi diversi, ma parte dello stesso patrimonio emotivo. Le parole non vengono cantate, ma sono lì, chiarissime. La musica le evoca, le risveglia. È come se tutta la sala stesse cantando in silenzio.

Il senso profondo del viaggio dello Chanson Trio

Al termine del concerto il pubblico esplode in un applauso lungo, entusiasta, riconoscente. Ancora carichi di emozione, i tre musicisti si raccontano nella nostra intervista realizzata subito dopo lo spettacolo. Danilo Rea spiega il senso profondo di questo viaggio musicale: «Tutte le canzoni che suoniamo, in un certo senso, ci appartengono. Abbiamo condiviso il palco e lo studio con gli artisti che le hanno rese immortali. Ritrovarle oggi significa tornare su un’onda in cui anche noi abbiamo lasciato qualcosa. È una sensazione bellissima». E aggiunge: «Amiamo raccontare la musica degli anni ’60 e ’70 con cui siamo cresciuti. Non siamo cantanti, ma per chi conosce quei brani la musica riesce a evocare i testi. Si genera un’emozione collettiva che funziona sempre ed è un bel momento».

Rea, tra gratitudine verso il pubblico calabrese e ricordi

Parole di grande gratitudine anche per il pubblico calabrese: «Al Teatro Auditorium Unical c’era un pubblico meraviglioso, attento, competente. In Calabria ho sempre trovato rispetto, calore, un’attenzione incredibile. Anche questa sera è stato lo stesso». Sull’improvvisazione e sul dialogo musicale, Rea è netto: «Noi ci ascoltiamo sempre. È come dialogare. Il jazz è tenere le orecchie aperte per capire cosa dice l’altro. A volte si suona insieme, a volte contro. E proprio dallo scontro può nascere la follia, e la musica viene fuori».

C’è anche spazio per i ricordi più personali. Alla domanda su un brano di Mina a cui è più legato, Rea risponde senza esitazione: «“Parole, parole, parole”. La ricordo in televisione insieme ad Alberto Lupo, che interagiva recitando con lei. Ero piccolo. Un pezzo straordinario di Gianni Ferrio, un grande maestro con cui ho lavorato e che stimavo profondamente. Sono stati questi musicisti a rendere grandi i cantanti italiani e la musica italiana nel mondo.

Danilo Rea: prossimi concerti

Poi lo sguardo si sposta al futuro, tra concerti in Indonesia e Singapore e un progetto innovativo che lo vedrà “duettare” con le grandi voci del passato come Maria Callas e Lucio Dalla grazie alla tecnologia. In un’epoca dominata dalla musica digitale, quale valore ha un concerto che vive di istanti unici e di improvvisazione? Rea mette in guardia: «In un’epoca in cui si producono migliaia di brani con l’intelligenza artificiale, il concerto dal vivo è fondamentale. È l’unico modo per riportare le persone sulla strada dell’emozione vera. Anche l’errore umano è fondamentale: spesso dall’errore nasce la creatività».

Massimo Moriconi: la dimensione umana del trio

Massimo Moriconi, nella nostra intervista, sottolinea la dimensione umana del trio: «C’è grande rispetto, grande stima reciproca. Moltissime cose sono estemporanee, avvengono in quel momento. Iniziamo insieme ma non sappiamo come finiremo, un po’ come quando parli con una persona. Quando siamo insieme c’è tanto affetto». E aggiunge: «Il jazz spesso viene percepito come qualcosa di pesante. Noi cerchiamo di divulgarlo, di farlo entrare nel mondo delle persone. La musica nasce dalle relazioni».

Moriconi racconta u aneddoto inedito su Mina

Tra le risate, Moriconi ci regala anche un aneddoto inedito e tenerissimo su Mina, raccontato in esclusiva ai nostri microfoni: una congestione a Lugano, lei che lo accudisce, lo massaggia, lo copre con il suo scialle. Un ricordo raccontato con gli occhi che brillano: «È stata la cosa più bella della mia vita. Evviva la congestione!», afferma sorridendo.

Ellade Bandini: «Ho fatto per tutta la vita ciò che sognavo da ragazzino»

Ellade Bandini, infine, ci confessa un’emozione che vale un’intera carriera: «In vita mia non ho mai lavorato nemmeno un minuto. Ho sempre e solo suonato. Ho fatto per tutta la vita ciò che sognavo da ragazzino». E sul palco condiviso con Rea e Moriconi: «Con loro mi emoziono tanto. Sono musicisti che stimo da sempre. Sono orgoglioso di suonare con loro perché, anche a 80 anni, mi consentono di esprimermi senza alcun freno, fidandosi completamente». JazzAmore ha acceso il Natale non con effetti speciali, ma con verità, ascolto, emozione. Un concerto che non è stato solo musica, ma un racconto vivo. Quando si esce dal teatro, il freddo punge il viso, ma dentro resta un calore raro: quello delle cose autentiche. Quello dei regali che non si dimenticano.

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