Matilda De Angelis nei panni di Lidia Poët in La legge di Lidia Poët
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La terza stagione di “La legge di Lidia Poët è giunta sugli schermi di Netflix, portando con sé battaglie e innumerevoli misteri.
SI arriva alla terza stagione di La legge di Lidia Poët e ci si accorge che la serie ha cambiato piano. Non c’è una scena precisa o una battuta, ma una postura. Lidia non forza più le porte da dietro, non si infila nelle aule per interposta persona, non convince il fratello Enrico a firmare carte che lei stessa ha scritto. In questa stagione finale, distribuita su Netflix dall’aprile 2026, è diventata pubblica. Un nome sui giornali, un caso che l’opinione pubblica segue come un feuilleton, qualcosa che assomiglia, suo malgrado, a un simbolo e i simboli, come sa la storia, possono fare cose che le persone da sole non riescono a fare, consumando anche chi li incarna.
La vicenda principale della stagione ha per protagonista Grazia, cara amica di Lidia, accusata di aver ucciso il marito violento. La prova è schiacciante, la legge chiarissima, e la domanda non è se Grazia l’abbia fatto ma se l’autodifesa, categoria giuridica pensata da uomini per corpi maschili, possa applicarsi a una donna che ha ucciso per sopravvivere a vent’anni di violenza. È un caso di una modernità bruciante, raccontato senza didascalie e senza la tentazione del pamphlet. La colpevolezza o l’innocenza restano fuori fuoco, mentre a fuoco c’è il meccanismo, la categoria, il modo in cui la legge decide chi merita protezione. Attorno a questo macro-caso orbitano vicende minori con risultati alterni.
LA TERZA STAGIONE COME FULCRO CONCLUSIVO
Il meglio tra i casi secondari è quello dell’acrobata avvelenata, che porta nella serie il mondo del teatro popolare torinese con la sua ambiguità di classe e costringe Lidia a muoversi in un ambiente che non padroneggia e a imparare invece di già sapere, dinamica che si fa sempre più rara quando i protagonisti diventano icone. La novità strutturale di questa stagione è la dimensione mediatica: la stampa torinese segue il processo di Grazia, l’opinione pubblica si divide, i giornali diventano un’arena parallela a quella del tribunale, una scelta narrativamente significativa, perché la cronaca nera era in piena espansione nell’Italia di fine Ottocento, per non parlare di oggi, e la Gazzetta Piemontese, la futura La Stampa, era già una voce che pesava.
L’effetto collaterale è un ritmo non sempre controllato dove alcune sequenze vengono compresse quando avrebbero meritato più spazio. Guardando la serie nella sua interezza, emerge una traiettoria precisa. La prima stagione raccontava la ribellione individuale con Lidia che combatte per non scomparire dentro un sistema che la nega. La seconda ha allargato il perimetro, con la politica che bussa alla porta della vicenda privata ed Enrico che inizia il percorso verso il Parlamento. La terza fa il passo definitivo: la battaglia diventa collettiva, e Lidia smette di essere un caso singolo per diventare un precedente, una posizione, un nome su un progetto di legge.
Lo schema regge, ma il passaggio verso il simbolo ha un costo.
L’EVOLUZIONE E LA TRIDIMENSIONALITA’ DI LIDIA POËT
Nella prima stagione Lidia era definita da mille dettagli materiali, il modo di trattare i testimoni, le tattiche processuali, il rapporto fisico con lo spazio del tribunale. Nella terza, mentre diventa la Lidia Poët, è più reattiva che propositiva, più capricciosa che riflessiva. Non è affatto un fallimento recitativo: Matilda De Angelis è straordinaria, con quella fisicità che non si improvvisa e quella velocità del pensiero che passa dagli occhi prima di arrivare alle parole. Sicuramente l’attrice migliore della sua generazione. È una scelta di scrittura, e si sente.
La rivelazione vera della stagione, o la conferma, è Pier Luigi Pasino nel ruolo di Enrico: uomo di buona volontà intrappolato nel compromesso politico, capace di amare la sorella e di tradirla nello stesso gesto, convinto di fare il bene e consapevole di farlo male. La sua traiettoria, tra il progetto di legge e la tensione tra fedeltà politica e familiare, è la più sfumata dell’intera serie e Pasino la porta senza farne pesare la complessità. Gianmarco Saurino conferma la tridimensionalità dell’ispettore Fourneau, figura che porta con sé una domanda seria sulla “rispettabilità maschile” che la serie, intelligentemente, non risolve. Non vuole risolvere.
UNA SERIE CHE RACCONTA LA BATTAGLIA
Visivamente, la stagione è più cupa delle precedenti con interni soffocanti, luce invernale ed ombre lunghe. La leggerezza ironica della prima stagione – quel gusto per il paradosso, il ritmo quasi da commedia, è quasi del tutto assente. È una scelta comprensibile per una chiusura, ma il rischio è che la malinconia finisca per essere un’atmosfera anziché un’emozione, un registro adottato per segnalare la serietà piuttosto che generato dalla narrazione. Ci sono episodi in cui la cupezza pesa senza una motivazione drammatica precisa. I costumi restano invece l’elemento più coerente: il guardaroba di Lidia – sfarzoso, anacronistico nelle silhouette, deliberatamente fuori scala rispetto alle convenzioni dell’epoca, ripete visivamente la stessa cosa che dice il personaggio a parole, e lo fa senza bisogno di spiegazioni.
La legge di Lidia Poët è tra le poche serie italiane degli ultimi anni che hanno costruito tre stagioni con una progressione coerente, senza spettacolarizzare e senza ripetersi. In un mercato seriale dove le seconde stagioni sono quasi sempre più deboli delle prime e le terze raramente esistono, questa chiusura tiene e si fa vedere bene. I limiti ci sono, risoluzioni affrettate, un personaggio che perde mordente nell’atto di diventare icona, una cupezza non sempre motivata dalla storia, ma sono limiti di chi ha scelto di fare cose difficili e di chi ha scelto un progetto. Lidia Poët, figura storica che ha aspettato fino al 1920 per essere riammessa all’Ordine degli Avvocati, trentasette anni dopo la prima esclusione. La serie le restituisce quegli anni come battaglia, non come attesa ma tutt’altro. Il minimo che le dovevamo.
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