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Un momento del convegno

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Il capo della Protezione civile calabrese Domenico Costarella ricostruisce all’Unical la notte dell’alluvione del Crati del 13 febbraio 2026. L’occasione il convegno promosso dal Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente dell’Unical sulla gestione integrata dell’acqua. «Tutte le decisioni sono state prese in coscienza. Ma i dati sono importanti quando devi decidere. Oggi abbiamo pochi idrometri sul Crati, non bastano» ha spiegato


«TROPPA o troppo poca acqua?». Il titolo scelto per il convegno dedicato alla gestione idrica e promosso dal Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente dell’Unical – in collaborazione con l’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale, il Cesmma e numerosi ordini professionali – fotografa bene il paradosso Calabria. Regione fragile che d’inverno è esposta al rischio frane e alluvioni (per il combinato disposto tra vulnerabilità del territorio e fenomeni sempre più violenti) e d’estate al rischio siccità.

Una condizione ormai di rischio sistemico e ‘integrato’, ha detto il professor Giuseppe Mendicino, ordinario di Costruzioni idrauliche dell’Unical, aprendo la tavola rotonda del pomeriggio. Occasione per mettere a confronto punti di vista diversi su un tema che coinvolge livelli molteplici: dalla pianificazione degli interventi alla realizzazione, dalla manutenzione delle opere ad attività di sensibilizzazione nei confronti della popolazione. Durante il convegno è stata presentata anche Panorama, la piattaforma sviluppata dagli ingegneri idraulici e ambientali dell’Unical per monitorare alluvioni, siccità e incendi in Calabria

2026, anno atipico: le scorte idriche ci sono, ma il futuro non è rassicurante


Perché il rischio sistemico che riguarda la Calabria è una condizione ormai strutturale: non è più rinviabile un intervento. Anche se l’anno in corso sul fronte della siccità si annuncia atipico – i dati portati dal direttore del Centro Funzionale Multirischi di Arpacal Eugenio Filice e dalla segretaria generale dell’Autorità di bacino Vera Corbelli rassicurano per quest’anno sull’accumulo delle risorse idriche – il trend degli ultimi anni, in uno scenario di cambiamento climatico in atto, non ci autorizza a essere ottimisti per il futuro.

Le azioni devono interessare più livelli. Dalle infrastrutture (qui rientrano, ad esempio, i 150 milioni di euro investiti sull’Abatemarco citati dal dirigente regionale del settore Ambiente Salvatore Siviglia o i progetti finanziati dal Pnrr e tutti al 100% realizzati dal Consorzio di Bonifica per rendere smart il sistema irriguo, raccontati da Vincenzo Straface) all’adattamento del settore agricolo (l’Arsac guidata da Fulvia Caligiuri lavora anche su questo). Fino a una gestione della risorsa che sappia contemperare i tre usi dell’acqua. Quello civile, quello agricolo e quello industriale, per la produzione dell’energia idroelettrica. Sull’uso degli invasi a tale scopo, si punta spesso l’indice.

Nel 2029 scadono le convenzioni per la gestione degli invasi a scopo idroelettrico

«Le convenzioni scadono nel 2029 – ha ricordato Siviglia – Quello su cui stiamo lavorando è un sistema che possa mantenere maggiori introiti sul territorio». Probabilmente un nuovo soggetto pubblico-privato, ma senza dimenticare che esiste una normativa che tutela il libero mercato.

Difesa del suolo, gli argini non sono sempre la soluzione

Una parte importante della discussione ha riguardato la difesa del suolo. Se già nella sessione mattutina gli interventi dei docenti Unical avevano sgombrato il campo dal “mito” dell’argine come protezione assoluta (anzi, i dati dicono che gli argini, fornendo un’impressione di maggiore sicurezza favoriscono gli insediamenti prossimi ai fiumi e aumentano i rischi), nel pomeriggio Siviglia è stato schietto: la messa in sicurezza dell’intero bacino idrografico regionale richiederebbe risorse enormi e tempi di realizzazione che non possono essere celeri per i vincoli normativi esistenti. «Io oggi, nel mio ruolo, mi trovo ad autorizzare progetti che avevo pensato dieci anni fa» ha rimarcato. La strada da battere è un’altra, quindi. «Monitoraggio e allerta» ha scandito.

La notte della piena del Crati

E qui entra in gioco la Protezione civile regionale, reduce in Calabria da un inverno horribilis. La macchina della ProCiv calabrese ha retto l’urto di eventi molto complessi: nessuna vittima si è registrata, neanche tra gli animali. Le critiche non sono mancate, però, a partire dalla manovra effettuata sulla diga di Tarsia nelle ore della piena del Crati. «Noi ci siamo la piena responsabilità delle decisioni, assunte sempre con coscienza e nel rispetto del piano d’emergenza della diga di Tarsia – ha spiegato il capo della ProCiv calabrese Domenico Costarella – Le decisioni sono influenzate però anche dai dati che si hanno a disposizione. Noi abbiamo dovuto agire di notte, con una pioggia che, per le previsioni, ci aspettavamo diversa e che doveva essere a mare. Noi ci aspettavamo onde, per intenderci, non la piena sul bacino del Crati».

Il sistema d’allerta è scattato subito, con il supporto di volontari e sindaci. «Il nostro primo obiettivo era la tutela delle vite» ha ribadito. Ora si lavorerà sullo studio avanzato del Crati. «Noi abbiamo pochi idrometri: a Castiglione, a Santa Sofia, a Sibari. Non bastano, la carenza di dati ci mette in difficoltà – ha raccontato – E così sul Coscile: un idrometro, ma l’asse non è monitorato. Non possiamo più permettercelo».

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