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Sconto di pena in appello per i quattro uomini condannati a seguito dell’inchiesta antimafia nome in codice «Maniglia 3», condotta contro una presunta banda dedita al racket ai danni di negozianti dislocati sulla costa ionica catanzarese, fra Montepaone Lido e Davoli Marina. La Corte d’appello di Catanzaro (presidente Barone, consiglieri Petrini e Ferraro) ha infatti rideterminato le condanne in: sei anni di reclusione e 1.000 euro di multa per Piero Galleja, che aveva avuto sette anni in primo grado; cinque anni e 1.600 euro per Vittorio Jerinò, ritenuto personaggio di spicco dell’omonima cosca di Gioiosa Jonica (l’uomo balzò agli onori delle cronache giudiziarie agli inizi degli anni ’90, quale l’ideatore ed esecutore materiale del sequestro di Roberta Ghidini), che in primo grado aveva avuto otto anni; cinque anni e quattro mesi e 1.200 euro per Vincenzo Pisano, dopo i sette anni del primo grado; tre anni e otto mesi e 800 euro per Salvatore Miolla (cinque anni in primo grado), cui la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici è stata sostituita con l’interdizione per la durata della pena. Le quattro condanne arrivarono, la prima volta, l’11 gennaio del 2007, dal giudice dell’udienza preliminare distrettuale Antonio Giglio, al termine dei riti abbreviati chiesti da cinque indagati. Quello stesso giorno, infatti, un’altra persona, Giuseppe Coluccio, 47 anni, nato a Roccella Jonica, venne assolto dalle accuse, e così il suo nome andò ad aggiungersi agli altri cinque già usciti di scena, il 25 maggio 2006, quando il gup li prosciolse «per non aver commesso il fatto» (si trattava di Francesco e Nicola Marino, Salvatore Cuturi, Maria Jerinò e Giuseppe Di Marsico). Per Jerinò, Galleja, Miolla e Pisano, invece, resse bene l’impianto accusatorio costruito dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Gerardo Dominijanni, secondo cui gli indagati, seguendo il tipico modus agendi della ‘ndrangheta, avrebbero tentato di mettere in piedi un racket in piena regola. Tentativo che sarebbe stato scoperto e stroncato dai militari dell’Arma con l’operazione battezzata «Maniglia 3». Era l’8 luglio 2004 quando i carabinieri misero fine a una lunga scia di terrore con un blitz degli uomini del Comando di Roccella Jonica, insieme a quelli della Compagnia di Soverato e del Reparto operativo di Catanzaro, che diedero esecuzione a cinque provvedimenti cautelari emessi dal gip di Reggio, su richiesta di Nicola Gratteri, sostituto procuratore presso la Dda reggina, nei confronti di soggetti ritenuti gravitanti o contigui alla cosca «Jerinò» di Gioiosa Jonica.Finirono così in custodia Piero Galleja, Francesco e Nicola Marino, Salvatore Miolla e Vincenzo Pisano. Gli altri 5 nomi, poi, si affiancarono a questi nel fascicolo nel frattempo passato, per competenza territoriale, alla Dda di Catanzaro. Estorsione, detenzione e porto illegale di armi (una pistola, tre fucili col relativo munizionamento) e materiale esplodente, danneggiamento mediante la collocazione di ordigni a forte capacità distruttiva (equiparati alle armi da guerra) e altro, tutti reati che sarebbero stati commessi dai presunti componenti di un sodalizio di ‘ndrangheta, utilizzando modalità mafiose, e per agevolare l’attività del gruppo criminale. Tutte ipotesi che non ressero per Coluccio, i due Marino, Cuturi, Maria Jerinò e Di Marsico, e per le quali, più tardi, il pm Dominijanni chieste condanne a 14 anni di galera per Vittorio Jerinò (di 47 anni); e 8 ciascuno per Piero Galleja (40), Salvatore Miolla (50), e Vincenzo Pisano (34), perchè pagassero per quei fatti criminali avvenuti fra l’agosto e il novembre 2002, su cui i carabinieri fecero luce in due anni di incessanti investigazioni. Dal materiale raccolto dai militari, il pm ricostruì un quadro secondo cui gli indagati avrebbero pesantemente minacciato alcuni imprenditori, per costringerli a versare svariate somme di denaro. In particolare sarebbero stati presi di mira i titolari di alcune attività commerciali ubicate nel comune di Davoli (“Supermercati Sinopoli», il «Marmificio Igm», e la «Marmeria sas”); di Satriano (“Caseificio Macrì», il deposito di bibite «Cav. Ernesto Loiero», la concessionaria «Fiat Bencivenni») e per finire, «le attenzioni» si sarebbero concentrare sul centro commerciale «Le Vele» di Montepaone Lido, della famiglia Noto, e sul punto di ristoro «Mc. Donald’s». Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il presunto sodalizio malavitoso avrebbe avanzato le sue richieste estorsive pressando le vittime con minacce telefoniche e, per far capire che «si faceva sul serio», avrebbe collocato ordigni in prossimità delle aziende restie a piegarsi alle richieste, per indurle a sborsare quanto dovuto «per evitare problemi in futuro». Nella richiesta di rinvio a giudizio il pm assegnava a Vittorio Jerinò il ruolo di presunto ideatore, organizzatore e coordinatore del gruppo criminale, nonchè quello di costruttore degli ordigni confezionati artigianalmente.

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