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di ULDERICO NISTICÒL’antiparlamentarismo è vecchio quanto i parlamenti. Omero deride il demagogo Tersite, e mostra il carattere eversivo del populismo di Achille. Platone, Senofonte, Aristofane, Isocrate scrissero pagine di fuoco contro i politici di professione. Feroci le invettive otto e novecentesche, dai mazziniani ai fascisti e oltre, contro il parlamento liberale, socialista e popolare. Nella Francia del 1934, nel cuore degli scandali, andava di moda un distintivo con la scritta “Io non sono deputato”. Con tutto questo, le assemblee elettive vengono considerate da tutti qualcosa di cui non si può fare a meno, e anche i critici più accaniti non discutono se ci dev’essere, ma come si deve comporre un Parlamento, e quali siano i suoi compiti e limiti.
La Costituzione italiana del 1948, modellata su quella francese, è parlamentare, partitocratica: l’esecutivo dipende dalle Camere non solo per i finanziamenti,
ma per la stessa formazione; i deputati e senatori vengono eletti con un metodo il più possibile proporzionale fra liste, in realtà partiti, anche molto piccoli, e questo rende necessario siano un gran numero. In tali sistemi, la qualità degli eletti è discontinua: pochissimi hanno un nome e contano davvero; i più sono rispettati nel paesello, appena nominati nel capoluogo, assolutamente dei numeri a Roma, e, in Parlamento, esecutori di ordini. Tale modesta qualità umana accresce la disistima.
Peggio, i parlamentari meridionali, scelti in mezzo ad una piccola borghesia priva di cultura e orgoglio, e per cui la carica è solo fonte di stipendio sicuro, posto, nemmeno di potere o ricchezza. Pecorelle mute tutto l’anno, i deputati diventano improvvisamente forti e decisi quando si tratta di ricattare il governo sulla Finanziaria: il voto contro un favore al collegio, o alla nonna. Ma è bastato ricorrere alla fiducia e alla finanziaria di lunga durata per vietare loro questo sfizio. A questo punto, o 650 o 100, o anche meno, è la stessa cosa.
Ridurre il numero, come si auspica senza il benché minimo atto concreto, non risolve il problema, se non per la riduzione dei costi, che comunque non sarebbe male. Il punto è il concetto di deputato, se, come recita l’attuale costituzione,
è “senza vincolo di mandato” come nel sistema partitocratico, e anche se cambia partito o programma; o un delegato a precise condizioni, e, per esempio, se, eletto in una lista passa ad altra, decade.
Un sistema maggioritario serio dovrebbe funzionare così, con una sorta di rapporto personale irrevocabile ben definito. La discriminante è nella distinzione dei poteri. Il Parlamento, la cui funzione dovrebbe essere scrivere le leggi che l’esecutivo applica, si arrogò anche il potere esecutivo attraverso i meccanismi della fiducia e del bilancio. Un sistema presidenziale di tipo americano o francese limita il potere del Parlamento, lasciandogli solo quello legislativo. Ma negli Usa un senatore è davvero potentissimo e temuto, non come il sopra descritto deputaticchio di paese.
Il dibattito è dunque sulla funzione del Parlamento. La riduzione del numero, auspicabilissima, è una conseguenza, e anche un espediente per migliorare la molto debole qualità dei singoli membri e delle stesse assemblee.

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