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di FRANCO CRISPINI
Cancellarla o superarla, lasciarla come un “dato del paesaggio” o risolverla? Sono queste le alternative? Ovviamente tutto è più complesso, e del resto anche Renato Brunetta (“Sud. Un sogno possibile”, Donzelli, 2009) non tende a semplificare. Se la questione meridionale è destinata a sopravvivere ai libri che le ha dedicato Brunetta (due, nel 1995 e questo uscito qualche settimana fa), non è certo questo che importa, ma Brunetta escludendo quella ipotesi ha voluto solo dire che vorrebbe vederla non più come un assillante ritornello nell’agenda dei politici e nella riflessione politico-teorica. Non c’è bisogno di dir molto di Brunetta, ministro del governo Berlusconi, riformatore decisionista, castigatore di “fannulloni” e ora in questa veste di meridionalista d’attacco in una crociata contro la vexata quaestio e tutto quello che la mantiene in piedi per tutti i centocinquanta anni della unità d’Italia. Chiunque segue quel che si potrebbe chiamare una specie di “revival meridionalista” (ne sono esempi, da destra con il convegno napoletano alla presenza di Tremonti, da sinistra il convegno palermitano con D’Alema), non può non volere arricchire la sua biblioteca di scritti specialistici su quel problema, anche di questo ulteriore contributo (dopo quello “Sud. Alcune idee perché il Mezzogiorno non resti com’è”, edito ancora da Donzelli nel 1995) di Brunetta. L’economista si rammarica di doversi occupare ancora di un Mezzogiorno che non si riesce a tirar fuori da una marea di mali che ne segnano la cronica arretratezza (non tuttavia “arretratezza omogenea ma tanti Mezzogiorni”) che si lamenta da tutte le parti, sebbene non si chiuda in un meridionalismo piagnone e non pare voglia scagliare altri “crucifige”. Il neomeridionalista Brunetta, sicuro del valore dell’“impianto riformatore” delle sue idee, convinto che c’è una “rivoluzione di oggi inizio di una nuova storia”, prospetta un cammino per colpire alla radice l’arretratezza meridionale che suona fallimento della politica: l’unità d’Italia non deve restare il “forziere” di quella arretratezza, ma essere la condizione per superarla. Le pagine dedicate al “perché di un fallimento” fanno vedere, attraverso un quadro storico che si avvale delle note fonti, da Pasquale Villari, a Fortunato a Nitti a Salvemini a Dorso, come si è venuta sedimentando quella “questione che viene da lontano”: il punto di evidenza è un Sud che ha grande ritardo nel suo sviluppo in un’Italia che si sviluppa meno di altri Paesi di Europa per cui, nota Brunetta, stretto è “il nesso fra l’azzopparsi della corsa italiana e lo sciancarsi della marcia meridionale”. Nessun intervento, straordinario o ordinario, è valso a risollevare seriamente il Sud dove “è cresciuto a dismisura il bubbone della spesa pubblica improduttiva”, mancante soprattutto e prioritariamente di una nuova classe dirigente capace di chiedere legge e ordine, di proporre “di non coltivare il diritto a chiedere, ma di pretendere il diritto a fare”. Distanza tra Nord e Sud, due Italie, non un Sud in declino ma solo sviluppo debole e condizionato, un divario del Mezzogiorno rilevabile dalle infrastrutture, con livelli indicatori (“meno acqua, più rifiuti, meno servizi, più code”) inferiori alla media nazionale, e poi criminalità, devianza sociale: un quadro disarmante. Ma cosa manca al Mezzogiorno, quali le ragioni del sottosviluppo nonostante tutti gli investimenti? Primi dati: bassa la qualità del capitale umano, emigrazione dei giovani, immigrazione clandestina, lavoro irregolare, bassa qualità del lavoro, da qui Brunetta fa discendere il ritardo del Sud. In questa “terra arretrata” si è creato un equilibrio sociale perverso: “tanti sforzi, tante analisi, tanto meridionalismo hanno portato a un colossale fallimento collettivo”, ed è potuto succedere perché l’attuale “compromesso meridionale” ha a lungo goduto “del consenso generale tanto al Sud quanto al Nord”. Le soluzioni cercate (investimenti, trasferimenti pubblici) non sono state capaci di creare o rivitalizzare i cosiddetti “beni relazionali”. Veri fattori di sviluppo: la ricetta teorica tradizionale non ha funzionato nel senso che “più si spende in beni pubblici, più società civile si formerà con i relativi beni relazionali”. Brunetta insiste molto sul fatto che non è riuscito a emergere un sostrato di “beni relazionali” (si tratta dei cosiddetti “beni immateriali”) in grado di attivare un processo di crescita “endogeno” basato sulle risorse del territorio. Una produzione diretta di “beni relazionali” consente di sfuggire al parassitismo: quella dei “beni immateriali” è una grande ricchezza “in grado di crescere da sola”; e su questo punto il neomeridionalista nel dettare le sue ricette afferma: “Aiutiamo il Sud a sviluppare i suoi beni relazionali, e gli avremo fatto il più bello dei doni” (p. 79). Dove portano le analisi di Brunetta intese a valorizzare il Sud? Indirizzano a questi elementi di “nuovo risorgimento” del Mezzogiorno: interesse del Nord ad avere un Sud sviluppato, patto per lo sviluppo, federalismo fiscale, efficienza nell’uso della spesa pubblica, “federalismo pro-crescita”, legalità, lotta alla criminalità e alla corruzione, non “uno Stato paternalistico senza una società responsabile”. Nelle pagine finali (pp. 134-137) vi sono quelle per le quali il libro sta avendo forse più notorietà: riguardano un “Nuovo Risorgimento: il ritorno dei Mille e le risorse umane del Sud”, e qui viene auspicato il trasferimento di dirigenti e funzionari (una spedizione dei Mille) che venga a dare energia sana alle amministrazioni pubbliche meridionali per ristabilire, con le risorse buone che vi si trovano (paragonate agli insorti di Rosalino Pilo), legalità e fiducia. Il discorso meridionalista di Brunetta, tra ragionamenti e metafore, tra constatazioni amare e ottimismo, giunge fino a qui dove il Sud alla fine trova un suo pieno riscatto nella “centralità” che viene ad assumere in un “sistema “mediterraneo” di politica europea. Chi potrebbe dire che questo Sud di Brunetta non merita attenzione? Al tempo stesso non sapremmo definirlo un Sud come solo può essere pensato dalla politica della destra o tantomeno reso possibile in un suo riscatto (un sogno) da un governo come quello di cui Brunetta è superattivo ministro.

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