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di OTTAVIO ROSSANI
Il decennale della morte di Bettino Craxi ha messo in moto un meccanismo mediatico che deve far riflettere. Prima di tutto la lettera “civile”, che allarga un orizzonte politico non di rivalutazione politica (Craxi sul piano storico non ne ha bisogno: sempre più apparirà agli storici uno dei più grandi statisti del dopoguerra italiano ed europeo), ma di possibile riconciliazione tra chi lo ha eletto come vero “capro espiatorio” del sistema delle tangenti, definendolo e condannandolo come l’unico responsabile di quel sistema di finanziamento illecito della politica e dei partiti, e chi oggi lo vede come la vittima di una congiura o addirittura di una vendetta. Quindi, due ore, lunedì notte, a Porta a Porta, con l’intervista “totale” di Bruno Vespa fatta nella villa di Hammamet nel 1996 in cui Craxi si dichiara “perseguitato politico”, “condannato a morire in esilio”), altre tre ore su La 7 con Gad Lerner e un’intervista inedita realizzata nel corso di una settimana da Luca Iosi all’ex leader socialista e inoltre tutti i giornali stampati e on-line che celebrano e interpretano il senso di questa ricorrenza, senza peraltro arrivare a una conclusione valida sul piano della rinascita politica del nostro Paese. Il vuoto che si creò con Tangentopoli, con la stroncatura del Psi e dei partiti minori e perfino della Democrazia Cristiana, non è stato ancora colmato, quanto meno sul piano dello stile e della cultura politica. Tutte le mediocri seconde o terze file di quasi tutti i partiti di allora sono oggi dirigenti del Pdl. Il Psi è sparito, la diaspora ha condotto i suoi dirigenti di allora nei diversi partiti di oggi (il partito socialista guidato da Bobo Craxi non conta nulla, in quanto a voti). In 18 anni, lo scenario italiano è tutto cambiato: i partiti continuano a essere macchine mangiasoldi, ma chi corrompe o è corrotto riesce a mimetizzarsi meglio di allora anche perché allora il sistema delle tangenti si faceva quasi alla luce del sole e tutti ne erano coinvolti. Craxi fu l’unico ad alzarsi in Parlamento e spiegare come funzionava quel sistema e a dare anche un’indicazione per uscire dall’imbuto che si era creato con l’intervento della magistratura in materia. Ed effettivamente poi, il governo di Giuliano Amato preparò un decreto che prevedeva una specie di sanatoria per chiudere quella vicenda e voltare pagina e riformare il sistema, ma ci fu la forte presa di posizione della Procura della Repubblica di Milano (Borrelli, Di Pietro e tutti gli altri del “pool” di Mani Pulite), vero pronunciamento pubblico che ebbe valenza politica, tanto che il Presidente della Repubblica di allora, Scalfaro, convocò Amato e gli comunicò che non avrebbe firmato quel decreto per “dubbi di costituzionalità”. In realtà, già si vociferava di un’inchiesta imminente sui fondi neri del ministero dell’Interno quando ne era ministro Scalfaro. Insomma, ricordo queste cose, che bene o male un po’ tutti i commentatori hanno presenti, per dire che le cose di allora, le “cose politiche”, ancora oggi non sono chiarite. Ma il Presidente Napolitano, scrivendo alla moglie di Craxi, Anna, che il marito fu trattato con particolare durezza, come nessun altro mai, ha dato il segnale di apertura del processo di revisione di quel periodo drammatico della Repubblica, che tutti dovrebbero sforzarsi di fare, compreso Di Pietro che oggi è a capo dell’Idv (Italia dei Valori) e rimane ancora il nemico di Craxi. Qui non sto mettendo in discussione le sentenze definitive, che condannarono complessivamente Craxi a 28 anni di reclusione, ma certo metto in discussione questa necessità che vige ancora di non affrontare con chiarezza i buchi neri della politica di quel momento storico. Quanti anni devono passare ancora? E quante vicissitudini dovranno subire gli italiani, prima che quei buchi neri vengano svelati? Oggi, per colpa della crisi finanziaria del 2007/2008 a livello mondiale, il nostro Paese non sta molto bene. Ma non sta molto bene anche perché i vuoti provocati dalla “mannaia” di Mani Pulite sono stati riempiti molto male, da persone sbagliate che hanno pensato a sistemare i propri affari in modo “legale”, piuttosto che affrontare i problemi del Paese, con riforme di modernizzazione della politica, su cui quasi certamente ci sarebbe stato (e ci sarebbe) il consenso qualificato del Parlamento. E forse ora bisognerebbe cominciare a pensare in questi termini. Ed è proprio il figlio di Craxi, Bobo, che sta tendendo la mano a tutti, dicendo chiudiamo le polemiche e mettiamoci a ricostruire il sistema politico. Mi sembra che non lo consideri proprio nessuno. Invece continuano da una parte i rancori (certo, l’allora Pds non fece nulla per chiudere la vicenda Tangentopoli, perché sperava di assorbire i voti socialisti dopo la defenestrazione alle successive politiche che era evidente si sarebbero tenute molto presto) e dall’altra l’assoluto rifiuto di concepire Craxi come uomo politico e statista, che ha fatto cose egregie ma ha commesso anche gravi errori politici, così come gli altri leader di allora: tutti loro infatti, pur capendone la necessità, non seppero riformare in tempo il sistema politico e permisero essi stessi alla magistratura di occupare il vuoto politico che quel tipo di sistema corrotto aveva provocato. E noi ancora oggi stiamo pagando tutti (ma soprattutto i giovani, che addirittura non sanno e non vogliono sapere quasi nulla di quegli anni), le conseguenze di quel terremoto, in termini di precarietà, insicurezza sociale, eccessivo carico fiscale sui ceti dipendenti e sulle piccole imprese, e confusione politica (avvitati, ancora dopo 16 anni dalla sua “discesa in campo”, sulle questioni personali di Berlusconi).

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