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di FABIO AMENDOLARA

POTENZA – Lo aveva saputo a gennaio. E alla polizia lo ha detto subito. O quasi. Lo ha detto il giorno del ritrovamento ufficiale: il 17 marzo. Quando dice di aver appreso che quelli nel sottotetto della Trinità erano i resti di Elisa Claps. Il vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo, vicepresidente della Cei, ha confermato agli investigatori della Squadra mobile di aver saputo dal viceparroco di origini brasiliane don Vagno del ritrovamento del corpo di Elisa. Ma di non aver capito. Alla base ci sarebbe un equivoco.
Il viceparroco ha difficoltà ad esprimersi in italiano. Quel giorno di fine gennaio, dopo il ritrovamento, aveva provato a dirlo al vescovo. «In chiesa trovato un cranio» detto da don Vagno sarebbe diventato «in chiesa trovato ucraino». Il vescovo, che era a Roma e in quel momento era molto impegnato, avrebbe liquidato don Vagno dicendogli che ne avrebbero riparlato al suo ritorno.
Sono particolari che alla polizia interessano marginalmente. Gli investigatori sono impegnati nel difficile studio della scena del crimine, quindi la ricostruzione delle fasi di ritrovamento dei resti gli è utile esclusivamente per stabilire cosa è stato toccato o spostato nel sottotetto della Trinità.
I fatti, comunque, stando alle testimonianze dei protagonisti, sono andati più o meno così.
Don Vagno a fine gennaio entra nel sottotetto e trova un cadavere scarnificato e mummificato. Lui non sa nulla del caso Claps. Non ne ha mai sentito parlare. Telefona al vescovo, ma i due non si capiscono.
Nel sottotetto, intanto, sono entrate anche le donne delle pulizie. Secondo don Vagno una delle due ha anche raccolto gli occhiali di Elisa con una paletta. Loro negano con la stampa. Negano con i magistrati. E negano anche in fase di confronto con don Vagno.
In realtà fu don Vagno a prendere gli occhiali, a chiuderne le aste e a riporli accanto al cadavere.
Ci sono stati poi almeno tre tentativi di far ritrovare il corpo di Elisa Claps ad altri. Prima le donne delle pulizie. Poi, con la scusa del sopralluogo per l’infiltrazione d’acqua, il titolare di un’impresa di costruzioni. E infine l’operaio rumeno. Lui è stato l’ultimo a salire nel sottotetto. Le ragioni che hanno spinto qualcuno a mettere in scena il ritrovamento non sono ancora chiare.
E perché don Vagno, il viceparroco brasiliano che ha difficoltà a parlare in italiano, ha cercato di smarcarsi con gli investigatori dichiarando di aver saputo di quei resti nel sottotetto dalle donne delle pulizie?
L’impressione è che in quel sottotetto, nel corso degli anni, siano entrati in tanti. E’ un particolare che gli investigatori confermano.
Un testimone ha dichiarato di essere entrato tempo fa per alcuni lavori di ristrutturazione e di non aver visto nulla. Nulla di strano. Il sottotetto è molto grande e buio e il corpo di Elisa era in un angolo, coperto da tegole e calcinacci.
Le contraddizioni che rendono misterioso il ritrovamento riguardano altre persone. I protagonisti sono don Ambrogio Atapka, parroco amministratore della Trinità, don Vagno, viceparroco, il vescovo Agostino Superbo, le due signore delle pulizie, il titolare dell’impresa di costruzioni e l’operaio rumeno.
Ognuno di loro – come anticipato nei giorni scorsi dal Quotidiano – ha detto agli investigatori una verità.
Ecco la ricostruzione aggiornata. Don Ambrogio dice di non essere mai salito nel sottotetto, di non aver raccolto confidenze dal viceparroco, di non conoscere le donne delle pulizie e di aver appreso del ritrovamento solo il 17 marzo. Ha però telefonato al titolare dell’impresa di costruzioni più volte. Ed era presente sul terrazzo della chiesa della Trinità durante il sopralluogo.
Don Vagno dichiara di essere entrato a gennaio nel sottotetto e di aver trovato un «cranio», di aver parlato in modo sommario con il vescovo a telefono e, dopo aver appreso che era Roma, di aver deciso di aspettare il suo ritorno per riprendere il discorso. Ammette anche di aver toccato gli occhiali di Elisa e di averli riposti al suo fianco.
Ma dice anche di aver saputo dalle donne delle pulizie che c’erano dei resti nel sottotetto.
Il vescovo, vicepresidente della Cei, monsignor Agostino Superbo, sostiene di aver ricevuto la telefonata di don Vagno, di non aver capito di cosa si trattasse e di aver appreso del ritrovamento il 17 marzo. Inoltre, sostiene di non essere mai entrato nel sottotetto. Di aver sollecitato l’intervento dell’imprenditore. Di aver partecipato al sopralluogo in un giorno precedente al ritrovamento. E sostiene anche di aver suggerito alla polizia di sentire don Vagno perché dava l’impressione di aver qualcosa da dire. L’imprenditore edile ha confermato di aver ricevuto le chiamate da don Ambrogio, di aver rinviato l’intervento causa maltempo, di aver poi comunicato il giorno per il sopralluogo e di aver effettuato i primi lavori sul terrazzo. Quel 5 marzo, infatti, il terrazzo era coperto di acqua e fango ed era impossibile accedere al sottotetto.
L’operaio rumeno che ha ritrovato ufficialmente i resti di Elisa sostiene di aver effettuato un primo sopralluogo senza entrare nel sottotetto. Di aver smontato la porta che chiudeva il solaio il 17 marzo. Di essere entrato nel sottotetto per riparare l’infiltrazione. Di essersi fatto luce con il telefono cellulare. Di essersi trovato di fronte uno scheletro sdraiato a terra alla destra della porta d’ingresso. Di essersi spaventato ed essere corso a chiedere aiuto. Le due donne delle pulizie, infine, negano di aver trovato i resti. Confermano di essere state sul terrazzo e di non aver mai messo piede nel sottotetto.
Ma chi ha deciso di inscenare il ritrovamento il 17 marzo? E perché? E’ un aspetto che ancora non è chiaro.

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