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MILANO – Angelo Falcone, uno dei due italiani arrestati in India per droga e assolti lo scorso dicembre, è partito ieri mattina da New Delhi con un volo per Milano. Alle 16.40 l’atterraggio a Malpensa, accolto da familiari, amici e dal padre Giovanni che non ha mai smesso di lottare per la sua liberazione.
L’amico Simone Nobili, piacentino, si trova ancora in India e sarà rimpatriato a breve. I due italiani hanno riavuto dalle autorità indiane i loro passaporti confiscati e un foglio di via che stabilisce la partenza entro 14 giorni. Un ricorso alla Corte Suprema contro la sentenza di assoluzione e lungaggini burocratiche avevano ritardato il rimpatrio. «Non vedevo l’ora che terminasse questo incubo – ha detto Falcone prima della partenza – che era diventato ancor più insostenibile dopo l’assoluzione di dicembre che aveva decretato la nostra scarcerazione immediata. Quando ho ripreso in mano il mio passaporto solo allora ho capito che era finita».
Il giovane, che si è sempre proclamato innocente, ha spiegato che «quando torno non voglio più riflettori su di me. Voglio piuttosto sposarmi e mettere su famiglia, e naturalmente trovare un lavoro». La sua vicenda e quella dell’amico Simone hanno suscitato un grande interesse mediatico in Italia. Dopo le proteste del padre, tra cui uno sciopero della fame, il ministro degli Esteri Franco Frattini si era interessato del caso. In un vertice del G8 a Trieste la Farnesina aveva fatto pressione sulle autorità indiane perchè Falcone potesse ricevere telefonate nel carcere di Mandi, nello stato himalayano dell’Himachal Pradesh dove era rinchiuso per scontare una pena a 10 anni di carcere inflitta in primo grado. Il caso era stato anche seguito da vicino dalla deputata radicale Elisabetta Zamparutti che l’anno scorso aveva accompagnano il padre Giovanni in una visita in India. Falcone, 29 anni, di professione cuoco, era stato arrestato il 9 marzo 2007 con l’amico mentre si trovava in una vallata dell’Himachal Pradesh ospite di due indiani che poi si sono rivelati essere dei pregiudicati. Secondo l’accusa, la polizia aveva trovato sulla loro auto due borse contenenti 18 chilogrammi di hashish. Ma la droga non è mai stata mostrata in sede di processo, mentre nel verbale di arresto risultavano evidenti contraddizioni. Sulla base di queste lacune e della mancanza di altri indizi, i difensori di uno studio legale di New Delhi hanno ottenuto l’assoluzione con formula piena lo scorso 3 dicembre presso l’Alta Corte di Shimla. Il 22 agosto del 2008 i due italiani erano stati condannati a 10 anni di carcere da un tribunale di primo grado. L’accusa aveva poi riaperto il caso presentato un appello contro l’assoluzione di dicembre alla Corte Suprema, il massimo organo giudiziario indiano che ha sede a New Delhi e che a fine aprile ha respinto il ricorso chiudendo definitivamente il caso.

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