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di ANDREA DI CONSOLI
POTENZA – Assessore Martorano, proviamo a fare una piccola fotografia della realtà sanitaria lucana. Inizierei dal dato economico – finanziario. Qual è la reale entità del conti della Sanità lucana?

«La situazione economico – finanziaria ci è molto chiara. Le posso dire però, sia pure sinteticamente, che è una situazione che evidenzia una criticità, nel senso che la Sanità lucana dispone di un Fondo annuo di poco più di 1 miliardo di euro. Noi, per il 2009, abbiamo registrato un deficit, nel senso che abbiamo sforato questo budget, e lo abbiamo sforato per un totale di 30 milioni di euro, anche se prevedevamo uno sforamento di 25 milioni di euro. Perciò abbiamo appena approvato la legge di assestamento che ha coperto questo disavanzo sanitario per ulteriori 5 milioni di euro. Quindi, in totale, il bilancio sanitario del 2009 si chiude a meno 30 milioni di euro».

E’ una situazione preoccupante?

«Questo che le ho esposto è il dato statico. Se lo guardiamo invece in senso dinamico, cioè quello che viene dagli anni pregressi, scopriamo che questo dato negativo era destinato a crescere. E questo, per fortuna, non accadrà più. Ma la Sanità lucana non è malata come in Campania, Puglia, Calabria e Lazio. Non siamo nelle loro condizioni, e non abbiamo nessuna intenzione di arrivarci».

Quindi l’assessore alla Sanità Attilio Martorano, uomo di impresa e di numeri, è stato chiamato in Regione per rimettere in ordine i conti sanitari?

«La prima cosa che mi è sembrata opportuna fare è stato intervenire sulla dinamica della spesa, senza però avere la presunzione e l’arroganza di azzerare questo deficit. Sarebbe stato troppo drastico. Preferisco arginare questo fenomeno in una dinamica più sostenibile, più graduale, anche se c’è un tema politico che non si può trascurare, ovvero il fatto che tutte le risorse spese per il deficit sono risorse sottratte allo sviluppo, alla crescita e ai servizi».

Non c’è il rischio che la politica la usi? Cioè che la utilizzi per dare un’aura tecnica ed efficiente alla giunta regionale e che, passata la stretta economica, la politica la rigetti come un corpo estraneo?

«No, io non mi sento usato, anzi, valuto la scelta del presidente De Filippo nell’indicare me come assessore come una scelta coraggiosa, anche perche io e De Filippo non veniamo da un’esperienza comune di anni, anzi, il nostro rapporto è stato anche dialettico, ma sempre di rispetto reciproco. Questa sua scelta mi carica di responsabilità, dopodiché non mi domando se questa di assessore sarà una parentesi breve o lunga. Io sono stato chiamato a svolgere un compito, a farmi carico di un settore delicato, e intendo portare avanti questo compito fino in fondo».

Il ministro dell’Economia Tremonti ha definito cialtroni i governatori meridionali. Lei si sente un cialtrone?

«La linea del rigore è una linea che appartiene al governo nazionale come al nostro governo regionale, e cialtrone è solo chi non capisce questo fatto. Siamo tutti impegnati nella stessa direzione, sia a livello nazionale che a livello locale. Respingo fermamente l’epiteto di Tremonti, e respingo fermamente l’idea che la linea del rigore stia solo da una parte».

Dica la verità, però. Non risulta anche a lei che una parte della classe dirigente che la circonda sia ancora dedita al voto di scambio, al clientelismo, all’assalto alla diligenza, soprattutto in campo sanitario?

«Noi siamo di fronte a una situazione che non è affatto omogenea. Vedo una forte contrapposizione di tipo culturale tra chi ha compreso che il mondo è cambiato e che in politica occorre una maggiore responsabilità nelle scelte e nei comportamenti, e chi invece non l’ha ancora compreso. Mi sento però di dire che in Basilicata questa seconda categoria è in minoranza, anche se tenta di resistere. Le voglio anche dire che aver scelto di collocare me nel luogo di massima spesa del governo regionale, cioè un uomo che non appartenente al sistema politico, è stato un segnale di grande discontinuità e di controtendenza».

Assessore Martorano, come mai la Basilicata non ha un piano sanitario regionale?

«La Basilicata fonda le proprie scelte in materia sanitaria sulla base dell’ultimo piano sanitario fatto nel 1997 dall’allora assessore alla Sanità Filippo Bubbico. Da allora non è stato più approvato nessun piano sanitario regionale. Esiste però una nuova bozza, approvata sul finire della precedente legislatura, che oggi è la base di partenza per poter arrivare in tempi rapidi a un nuovo piano sanitario regionale».

Che tempi prevede? Riuscirebbe a indicarci una data precisa?

«Noi abbiamo assunto l’impegno di presentare il piano sanitario regionale entro il 31 dicembre del 2010».

Passiamo alla rivolta di Tinchi, alle agitazioni permanenti. Come nasce questa rivolta?

«Anzitutto va detto che l’ospedale di Tinchi vive una fase di agitazione già da diversi anni. Il problema, perciò, non nasce oggi. Se noi andiamo a vedere le cronache degli anni passati, scopriamo che il problema di Tinchi è un problema antico. Quello di Tinchi è un ospedale distrettuale che negli anni, dopo aver avuto la neonatologia e la chirurgia, quando poi si è deciso che senza rianimazione non ci potesse essere la chirurgia, si è visto chiudere alcuni reparti, e questo aveva già a suo tempo creato apprensione, sofferenza, disapprovazione».

Come si esce dall’agitazione a Tinchi?

«Le dico onestamente che io tutta la partita su Tinchi la potrei chiudere in poche ore ridando alcuni posti letto all’ospedale. Glielo dico brutalmente: basterebbe che io dessi alcuni posti letto in più a Tinchi e la vertenza si chiuderebbe in un batter d’occhio. Questo però mi fa capire che a Tinchi si sta facendo più una battaglia di principio che non di merito. Le dico addirittura che Tinchi avrebbe diritto a chiedere un ampliamento delle sue strutture e dei suoi servizi, invece mi si chiede solo più posti letto. Sono salito sul tetto dell’ospedale per dire proprio queste cose, e ho detto con la massima chiarezza che l’ospedale non verrà mai chiuso, e che vogliamo investire per completare alcuni lavori. Ma loro non protestano per adeguare e rilanciare l’ospedale, loro protestano solo per i posti letto. Io ho grande rispetto per chi protesta, ho il dovere istituzionale di rispettare tutti, ma se entriamo nel merito della questione faccio fatica a capire il loro ragionamento».

Passiamo al San Carlo di Potenza. Come sta il nostro ospedale più grande?

«Il San Carlo è la nostra punta di diamante. Lo è e lo dovrà essere sempre di più. Il San Carlo ha attraversato, nella sua storia, alterne vicende, e capisco bene che le ultime vicende abbiano potuto dare l’idea di una struttura debole. Credo però che la qualità di una struttura la si misuri positivamente nel momento in cui è in grado di garantire un certo standard qualitativo, al di la del primario di turno. Per questo motivo non abbiamo per forza bisogno di nomi eccellenti, nomi che possano rafforzare l’immagine e l’efficienza di una struttura, ma abbiamo bisogno che ogni cosa funzioni al meglio. Abbiamo bisogno di fuoriclasse, che però sappiano far giocare l’intera squadra».

E cosa prevede invece per il Crob?

«Il Crob è stato riconosciuto come centro di ricerca, e noi dobbiamo supportare questo centro per continuare a confermare la natura di centro di ricerca di questo centro. Questo però potremo farlo solo se avremo le risorse. Solo se riusciamo ad avere le risorse possiamo fare anche sviluppo, altrimenti la partita sanitaria la giocheremo sempre in difesa, e giocare in difesa sulla sanità non va bene. Non basta essere bravi con i numeri e risanare, ma il risanamento è il presupposto per rafforzare l’intero sistema sanitario».

Assessore Martorano, non posso non chiederle qualcosa sulla sua figura pubblica all’indomani delle dimissioni da Confindustria Basilicata. Si parlò di lei come probabile leader del movimento di centrodestra. Poi l’ipotesi cadde, e lei divenne addirittura, spiazzando tutti, assessore alla Sanità della giunta di centrosinistra. A pensar male ci si azzecca?

«Le dico francamente che io capisco pure che quella vicenda è stata e sempre sarà liberamente interpretata dai vari fronti ad uso e consumo delle varie circostanze. La verità però è solo una, e cioè che io ho lasciato Confindustria dopo un lungo percorso, e non ho mai nascosto il desiderio di impegnarmi politicamente per il solo bene della nostra Regione. Dopo il lavoro in Confindustria mi sono sentito libero di confrontarmi, di valutare chi mostrava interesse nei miei confronti. Quella, poi, è stata una stagione molto complessa. Pensiamo alle primarie nel Partito democratico, dove c’erano a contendersi la segreteria regionale addirittura tre mozioni. Ma anche nel centrodestra c’erano problemi nella ricerca di soluzioni e proposte convincenti. Dopo aver approfondito alcuni confronti, mi è parso chiarissimo che non c’erano le condizioni culturali e politiche per aderire al Pdl. E badi bene: io non ho mai dato la mia disponibilità a candidarmi col Pdl; io ho solo esplorato il terreno, e quando infine ho comunicato che il centrodestra non era coerente con la mia impostazione politica, culturale e metodologica, non avevo ancora nessuna idea di quello che sarebbe potuto accadere».

E poi?

«Poi ho trovato un giovane segretario di partito con cui ho condiviso analisi e prospettive, anche se è chiaro che la titolarità della mia nomina è soprattutto di De Filippo. Oggi il centrodestra strumentalizza la mia scelta, anche se vorrei ricordare che sono stati loro stessi a dire che non sono mai stato un loro candidato, neppure in pectore. Probabilmente qualche esponente del centrodestra, che mi attacca sul piano personale, è un bel po’ carente di dialettica politica».

Torniamo alla Sanità. Se le dico liste di attesa lei cosa mi risponde?

«Le liste di attesa sono il mio incubo, la sfida più alta che dobbiamo vincere. Il cittadino oggi misura l’efficienza del sistema sanitario già a partire da una semplice telefonata. Non amo gli annunci e i proclami, ma quello delle liste di attesa è un problema che farò di tutto per risolvere nel più breve tempo possibile».

E l’emigrazione sanitaria come si risolve?

«Noi dobbiamo riconoscere al cittadino la possibilità di scegliere, ma se la percezione sanitaria è negativa, noi potremmo anche avere i più grandi chirurgi del mondo, ma i cittadini preferirebbero comunque andare altrove. Dobbiamo perciò rendere più umana, più sensibile e più efficiente la sanità lucana a tutti i livelli. Comunque c’è da aggiungere che negli ultimi anni l’emigrazione sanitaria in Basilicata è tendenzialmente in calo, anche se è ancora significativa».

Dica la verità, le stanno arrivando molte raccomandazioni e segnalazioni?

«Io ho un vantaggio. Normalmente dò l’idea di essere una persona un po’ scostante. Questo nella politica è un limite, ma nel mio ruolo diventa un vantaggio, perché mi mette al riparo da alcune pressioni. Certo sono a conoscenza di situazioni di disagio, di competizione, di invidia, di maldicenza, però io mi pongo di fronte a queste cose in maniera molto laica. Faccio il mio lavoro con molta linearità e trasparenza. E ovviamente non accetto, o faccio finta di non sentire, tutto ciò che è fuori dalle norme e dalle leggi».

In conclusione, faccia un appello ai rivoltosi di Tinchi…

«Io credo che tra persone perbene il dialogo non debba mai venir meno. Così come ho detto sul tetto dell’ospedale, lo ripeto anche al Quotidiano: sono sempre pronto al confronto, purché sia scevro da interessi di parte».

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