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POTENZA – «Non sapevo niente di tutto quello che succedeva al Consorzio Agrario. Mi chiedevano solo di esprimere parere favorevole o contrario ogni qual volta ho partecipato ad un Consiglio di amministrazione». A dire queste parole è Nazzareno Colucci, 49 anni, imprenditore agricolo da sempre. 

La legge, però, non ammette ignoranza e Colucci si è trovato coinvolto in un gioco più grande di lui, tranquillizzato da qualche conoscente che lo ha chiamato al capezzale del Consorzio Agrario in momenti particolari per dire sì o rispondere no. 
Sono sedici i soggetti individuati dal tribunale di Catanzaro e per i quali Elio Romano ha chiesto il rinvio a giudizio. Nomi illustri, altri meno, ma tutti direttamente responsabili del fallimento di un immenso impero quale era appunto il Consorzio agrario regionale della Lucania, oltre 70 anni di storia, un fatturato medio annuo di 100 miliardi delle vecchie lire. 
Si legge testualmente nella richiesta che i capi di imputazione riguardano l’articolo 216, 217 e 223 del reale decreto legge n. 267. Il più grave è quello relativo alla bancarotta fraudolenta, punito con la reclusione da 3 a 10 anni se è dichiarato fallito l’imprenditore che ha distratto, occultato, dissimulato in parte o in tutto i suoi beni, ovvero allo scopo di creare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti. Il tutto sembrerebbe calzare a pennello con quello che si è verificato negli ultimi anni di vita del consorzio. 
Molte le responsabilità a carico degli indagati che dovranno rispondere alle accuse a partire dalla prima udienza che si terrà il 4 novembre prossimo presso il tribunale di Catanzaro. 
 Storia lunghissima e complicatissima quella del Consorzio Agrario, un enorme patrimonio dilapidato in pochi anni a causa di una gestione dilettantistica e superficiale proprio come aveva già evidenziato in una relazione Alberto Di Bisceglie, nominato dal Tribunale di Potenza Commissario giudiziale del Consorzio Agrario. Già all’epoca Di Bisceglie scriveva fra le altre cose: «I bilanci relativi agli esercizi finanziari al 31 dicembre del 2003 e allo stesso periodo dell’anno successivo non sono stati redatti nel rispetto dei principi contabili ed in particolare del principio della competenza. Una contabilità incasinata, arruffata, dove si tentava di nascondere il forte stato di dissesto dell’azienda». E, proprio nel verbale di rinvio a giudizio si legge testualmente: «nell’ultimo periodo della gestione e fino alla data di accesso all’amministrazione controllata si registrava la perdita secca di 428mila euro, che dovevano costituire la cassa sociale, ma in realtà trattenuta dagli agenti del Consorzio agrario per pretesa compensazione di provvigioni, non adoperando nelle circostanza la dovuta diligenza perché tutto ciò non si verificasse». 
Ancora, «i componenti del Consiglio di Amministrazione a far data dal 2003 fino a quella del fallimento, distraevano la somma di circa 2.396.000,00 euro e girando l’importo alla società SIAO, una impresa controllata dallo stesso Consorzio pur consapevoli dello scopo “non mutualistico” ma lucrativo della controllata stessa, operazione questa che nei fatti non ha portato nessuna utilità al Consorzio. Inoltre, i responsabili del Consorzio, provvedevano nell’immediatezza dell’erogazione di un mutuo ipotecario concesso da un pool di banche, in violazione della par condicio creditorum, al pagamento ad alcuni e ben individuati creditori di un importo di circa 3milioni di euro. E con la stessa tecnica, prelevando dallo stesso mutuo, sempre contravvenendo al principio della par condicio creditorum favorivano la Banca Popolare di Bari erogando oltre 550mila euro determinando la copertura pressoché totale del debito chirografaro». Infine, in base all’articolo 217 (bancarotta semplice), «si registravano una serie di distorsioni contabili sul conto Cassa Sede Potenza e più in generale si rilevavano anomalie per importi anche superiori ai due milioni di euro». 
Dunque la somma algebrica rileva un danno che si aggira intorno ai 5 milioni di euro. Ne prendiamo atto, ma sono ancora tanti, troppi i punti interrogativi ai quali gli ex dipendenti del Consorzio Agrario, pronti oggi a costituirsi parte civile, chiedono risposta. Per esempio che ne è stato del rimborso da parte dello Stato di 26miliardi di lire per la gestione del conferimento dei cereali svoltasi nel dopoguerra? E che dire dei 5miliardi di lire finite nelle casse del Consorzio per lo sgravio e la fiscalizzazione degli oneri sociali? Uno poi degli aspetti ai quali incredibilmente non si è data risposta è: perché non fu concesso al Consorzio Agrario il commissariamento, vivamente consigliato all’indomani di una ispezione straordinaria disposta dal ministero delle Attività Produttive? Perché il Tribunale di Potenza non si è mosso di concerto con il competente ministero invece di dichiararne il fallimento? Perché le organizzazioni di categoria, hanno completamente ignorato la vicenda consorzio? Una serie di domande alle quali forse nessuno mai saprà o potrà rispondere a meno che, in sede dibattimentale, qualcuno si ricordi dei tanti, troppi lati oscuri che hanno caratterizzato la nascita e il tramonto di un impero chiamato Consorzio agrario e insieme ad esso di un’altra mezza dozzina di società: Olearia Del Basento, Siao, Fata Assicurazioni, Tipica, Supermercati Car per finire alla mai dimenticata Cerere del compianto Valicenti, per la quale la storia è ancora tutta da scrivere. 
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