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Altro che «scorie industriali» e per di più «pericolose», soltanto pietre di gesso.
Questa volta il sopralluogo dei tecnici dell’Arpab è avvenuto prima ancora che la notizia rimbalzasse dalla rete alla carta stampata, e di lì in piazza nelle discussioni davanti a una tazzina di caffè, com’è successo nemmeno un mese fa nel caso che ha coinvolto lo stabilimento delle Ferriere nord di Potenza.
Anche allora a scatenare l’allarme era stata un’incursione del direttore di “Italia Terra Nostra”, Gianni Lannes, giornalista di prima linea e appassionato di tematiche ambientali. Ma quei sacchi bianchi ritratti nel suo sito a corredo di un pezzo intitolato “Basilicata: Ecomafie a San Nicola di Melfi”, non conterrebbero altro che pietre di gesso, un elemento base per realizzare il prodotto che la Cementi Costantinopoli esporta con successo in tutto il mondo.
Il sopralluogo – secondo quanto ieri ha reso noto l’Arpab – si è svolto nella giornata di mercoledì, e ha appurato la natura del materiale e i livelli di radioattività che sono risultati «compatibili con quelli del fondo ambientale tipico di una cava vulcanica», più alti «in prossimità della roccia», e «più bassi in prossimità del materiale oggetto del controllo».
«A questo punto – ha commentato il direttore Vincenzo Sigillito – è ora di recuperare un’informazione tecnico scientifica corretta».
A dir poco indignato l’amministratore delegato della Cementi Costantinopoli srl, Claudio Rabasco, figlio di Canio, il fondatore, che ha già dato mandato ai suoi legali di tutelare l’immagine dell’azienda.
Non riesce proprio a spiegarsi il motivo dell’attacco appena subito.
«Siamo in quindici in famiglia – dice Rabasco – , e viviamo tutti a Barile. Abbiamo un albergo a 4 stelle a 600 metri dall’impianto, e oggi presentiamo il vino della nostre cantine al Lido di Venezia. Come si fa soltanto a pensare che bruceremmo scorie pericolose? Noi al territorio ci crediamo perchè abbiamo un’azienda agricola di 16 ettari di vigneti a 2 chilomentri dal sito della cementeria. Siamo all’avanguardia in Italia per le soluzioni contro le emissioni nell’atmosfera secondo quanto stabilito nel protocollo di Kyoto. Ci è costato un investimento di 50 milioni euro in tecnologia danese, perchè era il meglio a disposizione».
Il racconto dell’incursione nello scalo ferroviario tradisce l’emozione di chi vede a rischio il frutto del lavoro iniziato 27 anni fa in una cava di pozzolana.
«Vendiamo cemento in Sicilia, e per risparmiare sul costo del trasporto carichiamo pietre di gesso sui vagoni di ritorno».
Questo è quanto può osservare chiunque decida di passare per San Nicola di Melfi in un giorno di normale attività: treni che partono, arrivano e scaricano sulle banchine della stazione.
Niente a che vedere con traffici di «scorie», magari camuffate per combustibile da rifiuto.
«Per quello abbiamo solo chiesto il nulla osta alla Regione, che peraltro non c’è ancora stato concesso, mentre a Matera sono anni che viene bruciato, e ad Avigliano hanno già i permessi».
Assieme a Gianni Lannes ci sarebbe stato anche un agente fuori servizio del commissariato di polizia di Melfi, ma è impossibile sapere se ha già consegnato una relazione su quanto accaduto, fatto sta che sarebbe stato lui a chiamare l’ufficio sanitario della vecchia Asl di Venosa. Dopodichè sono intervenuti i tecnici dell’Arpab da Matera.
«Stava lì – spiega Rabasco – vicino ai sacchi di juta, e gesticolava dicendo alle persone: «Non vi avvicinate, queste sono sostanze pericolose».»
Poi se la prende direttamente con Lannes apostrofandolo in malo modo: «È un farabutto, quello che ha fatto è soltanto un’infamità. So che aveva preso di mira anche la Barilla».
E infatti ieri è apparso sul suo sito un nuovo articolo intitolato: «Melfi: addio a San Nicola», in cui dipinge la zona come «un far west all’italiana, che avrebbe fatto impallidire un grande regista come Sergio Leone», e chiama in causa la ditta originaria di Parma.
Veemente la dichiarazione del capogruppo di minoranza del consiglio comunale di Barile, Francesco Di Tolve, a difesa del cementificio.
«Capiamo che sfondare è diventato sempre più difficile, e che la ricerca dello scoop a discapito della verità sia ormai pane quotidiano per alcuni giornalisti. Quello che non capiamo è l’affermare delle falsità anche in presenza di documenti, e atti da parte delle autorità competenti che certificano l’assoluta insussistenza delle accuse mosse».
Leo Amato

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