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di LUIGI M. LOMBARDI SATRIANI
Alcune frasi, dette o scritte, alcuni silenzi hanno illuminato lo scenario di questi ultimi giorni, delineando un universo dell’orrore nel quale sono costrette sempre più le nostre giornate. «Cosa dice di me la televisione?» È la domanda insistente che Sabrina, coinvolta in un orrendo omicidio, rivolge a sua madre. Le modalità di esso hanno particolarmente colpito l’opinione pubblica, suscitando intensa, sgomenta pietà. Sulla sua bacheca di facebook Alessio Burtone, che ha colpito con un pugno e ucciso l’infermiera trentaduenne rumena Maricica Hahaianu e soprannominato nei post facebook “Alessio pugile”, scriveva il 18 settembre: «Infame dichiarato, se te vedo te stampo per terra, a te e quell’Sh de merda, me fai skifo, infame, cambia quartiere, è solo questione de tempo, te incontrerò pe’ strada e pagherai l’infamità perché l’infamità se paga e nel caso tuo se paga cor sangue». Giorni prima, il 20 agosto, sempre su facebook, Alessio scriveva: «se sbokki kiamano le guardie, manco avessi esagerato. Se parla de un destro o spendi più de avvocato ke quello ke te do de risarcimento», mentre il 2 agosto aveva scritto tra virgolette, forse citando una canzone, «mi esce un po’ di sangue dalla mano destra, c’è il segno sul muro . pensa te che stupido». Il silenzio è, tra i tanti, tutti comunque assordanti, quello delle persone che hanno visto l’infermiera vittima della stazione Anagnina della metropolitana di Roma agonizzare a terra e hanno tirato via, perché tanto non era cosa che li toccava direttamente (soltanto un sottoufficiale della Capitaneria di porto, Manuel Milanese, è intervenuto fermando l’aggressore). Dovremmo, forse, tacere dinanzi a tutto ciò. Ma dobbiamo pur domandarci cosa ci sta succedendo, perché oggi più che mai “pietà l’è morta” come lamentava un’antica canzone di guerra. I tragici episodi qui ricordati delineano una realtà sostanzialmente omogenea al linguaggio usuale, alla violenza verbale che caratterizza la temperie culturale e politica attuale. Un noto giornalista, a proposito della presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, ha affermato: «Ora ci divertiamo, per venti giorni romperemo il cazzo alla Marcegaglia come pochi» e si è giustificato dicendo che stava “cazzeggiando”. Il suo direttore editoriale, dopo aver minimizzato, ha concluso: «E poi della Marcegaglia non ce ne frega niente, parla ogni due minuti in tv, ha rotto i coglioni». Il giorno seguente il direttore responsabile ha dato ripetutamente in tv dell’“oca” a una signora, direttore di un altro giornale, solo perché la pensava diversamente da lui. Non solo in Italia raggiungiamo tali livelli di volgarità violenta. Potremmo ricordare i famosi nastri del Watergate nella primavera del 1973 dai quali ascoltammo dal presidente degli Sati Uniti una serie di insulti e imprecazioni: figlio di puttana, gli rompiamo.con esplicita indicazione di cosa intendesse Nixon rompere del corpo dei suoi avversari. Da allora è stata un fiume in piena, inarrestabile. «Usare un linguaggio grosso – nota opportunamente Corrado Augias – dà una connotazione cameratesca, quasi complice alla conversazione. È come strizzare l’occhio. D’altra parte la lingua si logora, dunque le grossolanità devono aumentare per mantenere uguale “efficacia”. Una sola cosa mi pare imperdonabile: dare dell’oca a qualcuno perché se ne dissente. Peggio: dire che sua madre avrebbe dovuto abortire. Siamo scesi, precipitati a un livello senza uguali in Europa. Questo una volta si ricambiava con due ceffoni o con il bando dalla società delle persone per bene. Anche vero che non stupisce troppo questa trivialità mentale (prima che di linguaggio) da parte di chi ha pubblicato sul proprio giornale frasi come queste: «Il signor dissidente [Fini]. ha ribadito le critiche al governo e al suo capo, la sua contrarietà alla politica sull’immigrazione, alle posizioni della Lega, alle leggi sulle questioni etiche». Continua così: «È sufficiente – per dire – ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardante personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme». Era il Giornale del 14 settembre 2009. In Sicilia li chiamano “avvertimenti’”» (La Repubblica, 15 ottobre 2010). Sempre su La Repubblica Michele Serra ha sottolineato: «“Ci sono anche i delinquenti, non bisogna aver paura basta stare un poco attenti” cantava Lucio Dalla nella “Sera dei miracoli”. [.] Che la vita sia dura e irta di pericoli è certamente vero. Che sia quell’inferno grondante sangue e morte che riverbera dal video e da molte edicole è invece falso e produce non prudenza ma panico, non cautela ma ansia». Serra invitava pertanto ogni giornalista, televisivo e no – ma l’invito può essere agevolmente esteso a tutti, a ripetere un’“utile litania”: «Non tutti i tassisti vengono ammazzati di botte. [.] Non tutte le discussioni finiscono in rianimazione. Non tutti i serbi sono ciccioni fascisti. Non tutti i quartieri sono il Bronx. Non tutti i passanti sono fifoni omertosi. Non tutte le notizie contengono in nuce l’annuncio della fine del mondo». Morire, si sa, si deve morire tutti. Ma non subito, e possibilmente non di paura». Dinanzi a tanto sfaldamento del nostro tessuto socio-culturale occorrerebbe comunque una profonda riorganizzazione delle nostre forme del sentire, delle modalità che ispirano le nostre azioni. Occorrerebbe, ricorrendo a un’espressione ormai desueta, una rivoluzione culturale. Occorrerebbe un radicale impegno pedagogico. Occorrerebbe investire le nostre energie, le nostre risorse per rendere sempre più agevole l’accesso a una cultura critica che renda i giovani e i cittadini tutti soggetti responsabili saldamente ancorati a un quadro di valori solidi e in fecondo rapporto con la società circostante. Per quanto auspicabili sono possibili una rivoluzione culturale, un impegno pedagogico, un investimento siffatti quando l’ineffabile Tremonti, superpotente ministro del Tesoro, per giustificare la mancata assegnazione di fondi per l’attuazione della riforma Gelmini, pur carente e inadeguata, si esibisce nella battuta: “Con la cultura non si mangia”? Espressione che legittima di fatto un sentimento diffuso, l’inutilità della cultura, ritenuta “vizio” di alcuni sfaccendati, se non parassiti. È vero esattamente l’opposto: solo con la cultura si pongono le premesse per attivare processi di sviluppo economico e di crescita della società civile; solo con la cultura si può ricostruire un ethos che renda possibile la coesistenza non conflittuale interpersonale e interetnica, più vivibile la nostra esistenza. Lo scrittore libanese Amin Maalouf, riflettendo sulla crisi dell’Occidente, dove la “incoscienza morale” ha provocato la completa perdita del rispetto delle regole e, insieme, una crisi di modelli di riferimento con il ricorso alla forza come mezzo di affermazione se non di prevaricazione, ha affermato: «In questa situazione di difficoltà, al mondo non resta che ricominciare dalla cultura, da una riflessione sui valori profondi della civiltà». Nel momento attuale quanti condivideranno concretamente le parole dello scrittore e quanti quelle dell’iperpotente ministro del Tesoro, fra l’altro probabile premier in pectore?

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