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di LUIGI M. LOMBARDI SATRIANI
Le brillanti operazioni di polizia di queste ultime settimane, con il numero degli arresti, con l’individuazione delle numerosissime proprietà di immobili nella capitale e a Milano, il richiamo a esse e ai legami profondi delle organizzazioni criminali con il mondo politico ed economico fatto in una trasmissione televisiva che ha goduto di un enorme, meritato successo, hanno imposto all’attenzione dell’opinione pubblica una realtà già da tempo fortemente presente e fatta oggetto di indagini e di analisi. Si pensi ad esempio a “’Ndrangheta padana” di Enzo Ciconte (Rubettino), al volume “A Milano comanda la ‘ndrangheta” di Davide Carlucci e Giuseppe Caruso (Ponte alle Grazie), a “Primo sangue” di Aldo Pecora” (Bur), a “Organizzare il coraggio” di Pino Masciari, a “Fratelli di sangue” di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso (Pellegrini, Mondadori). Ed è notizia di questi ultimi giorni che la ’ndrangheta ha provveduto a nominare un suo fiduciario– plenipotenziario per la Lombardia. Indubbiamente, la via della lotta alla mafia attraverso le indagini patrimoniali, la confisca dei beni, la loro assegnazione per un uso sociale, costituisce una modalità estremamente utile per colpire l’organizzazione criminale in un suo nodo vitale, mentre la realtà economica di tale organizzazione deve essere analizzata anzitutto sul piano dell’economia. Tale piano però ha forte implicazioni con il piano culturale, non soltanto perché ogni forma economica è per ciò stesso un prodotto culturale, ma anche perché fenomeni che possono essere irrilevanti sul piano quantitativo ed economico esplicano tutta la loro importanza sul piano culturale. Lo ha mostrato in anni ormai lontani Marcel Mauss nel suo celeberrimo saggio sul dono e non è un caso che un gruppo di economisti francesi contemporanei, interessati anche gli effetti culturali dei processi economici, abbiano utilizzato come acronimo proprio il termine Mauss Limitandomi soltanto ad altri due riferimenti alla storia degli studi antropologici, ricorderò che Malinowski ha mostrato come lo scambio cerimoniale di braccialetti e collanine tra gli abitanti delle isole Trobriand (Kula) non produca una modifica nelle loro condizioni economiche ma si rivela essenziale per il rafforzamento dei vincoli di coesione. Anche la distruzione rituale dei beni durante il Potlatch – una cerimonia che si svolge tra alcune tribù di Nativi Americani della costa Nord Occidentale del Pacifico, degli Stati Uniti e del Canada, come gli Haida, i Tlingit, i Tsimshian, i Salish e i Kwakiutl – costituisce un assurdo sul piano economico (il rito non produce ricchezza ma la distrugge) ma è indispensabile per evitare che sorgano sentimenti di invidia e pulsioni conflittuali nell’ambito della comunità. La ramificazione dei legami Calabria, Italia del Nord e Roma e la notorietà mediatica di cui si è detto confermano che sono da tempo in atto notevoli trasformazioni culturali del fenomeno della ’ndrangheta. Esso ha superato definitivamente i limiti regionali nei quali quasi sempre in mala fede veniva costretto per raggiungere una potenza ed esplicare tutti i suoi effetti devastanti sul piano nazionale ed internazionale. Non ci è più consentito “calabresizzare” la ’ndrangheta; essa va combattuta adeguatamente individuando e colpendo anche le principali connessioni che essa ha con il mondo politico ed economico ufficiale. Nessuno, sia esso rappresentante delle istituzioni o esponente della società civile, può al Nord presentarsi come estraneo, innocente rispetto a una realtà che lo coinvolge, non può fingersi innocente rispetto alla società. Ovviamente, non si tratta di dichiararli tutti colpevoli; si tratta di sottolineare ancora una volta che la politica dello struzzo non può essere alibi, che una realtà criminale che coinvolge profondamente, e quasi sempre sotterraneamente tanti altri settori “normali”, non sparisce solo perché la si vuole ignorare; che con la ’ndrangheta sono attivamente complici, ad esempio, quelle industrie settentrionali dai bilanci puliti che a essa affida a basso costo lo smaltimento dei propri rifiuti tossici; che la gestione di teatri, di bar, l’affitto di immobili in una città come Roma, apparentemente al di sopra di ogni sospetto, e meta da secoli di flussi turistici e di devoti pellegrinaggi, rappresentano di fatto lucrosi spazi di investimento dei capitali criminali, e così via. Di tutto questo quanto ho richiamato all’inizio è significativa testimonianza. La cultura, nell’accezione antropologica, della ’ndrangheta e quella della società civile che la circonda sono profondamente analoghe, anche a prescindere dalla consapevolezza che possano o no avere i protagonisti di tale società. Normalmente è più diffusa l’inconsapevolezza di questa radicale analogia, perché essa agevola la pigrizia e l’irresponsabilità di tanti “onesti” cittadini. Da qui la necessità di indagare tali culture in tutti i loro aspetti, specifici e similari, secondo quanto ho sostenuto e continuerò a ribadire anche su questo giornale. “Battere il ferro finché è caldo” recita un’espressione proverbiale, e a rendere caldo questo “ferro” provvede la potenza di fuoco che la criminalità rovescia su queste sventurate contrade. Gli eventi qui richiamati costituiscono un severo monito perché si assuma la lotta alla ’ndrangheta – che specialmente per noi calabresi deve essere impegno prioritario – in tutta la sua complessità. In tutta la sua urgenza. Analoghe le culturedelle ’ndrine e della società civile.

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