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Non che Vincenzo Folino (in foto) non sia moderatamente passabile in qualità di Presidente del Consiglio regionale di Basilicata. Intendiamoci però: è un Prospero De Franchi qualsiasi, nulla di memorabile. Diciamo che non c’era bisogno dell’Armata Rossa per conquistare Andorra. Se si voleva conquistare Andorra, bastava poco, finanche un’Armata Brancaleone. Se si decide di ammazzare le mosche – opera per certi versi meritoria, benché crudele – non si mettono in campo i carri armati e i cacciabombardieri. Sennò anche le mosche ti ridono dietro.
Folino si presentava in campagna elettorale come un generale di armata in guerra contro un certo centrosinistra levantino, arrogante e clientelare (se l’ha dimenticato, gli forniremo qualche utile ricordo di quel che andava dicendo protervamente, entusiasmandoci, in privato e in pubblico); si è ridotto, invece, mestamente, a fare il capostazione di retrovia. Niente d’irreparabile, intendiamoci: sono le dure regole della realpolitik. Ma attenzione al fattore tempo, ché a furia di stare in silenzio poi ci si abitua e ci si prende gusto, e intanto le cose peggiorano, e si finisce nel calderone degli ignavi. La parabola di Folino molto somiglia a quel che Gadda disse degli elzeviri: che è come far fare la pipì a un cavallo in un bicchierino da liquore. Per parafrasare Gadda: se sei un bicchierino da liquore, però, non ti metti temerariamente sotto la pancia del cavallo. Piuttosto te ne stai buono nella credenza insieme alle altre bottiglie.
Non che occuparsi del segnale in Basilicata del Tgr o della nuova sede del Consiglio regionale non sia importante, anzi. Ma è come accordare un violino mentre il Titanic affonda, o mentre avviene il mercato delle scialuppe.
Bene ha fatto la nostra Lucia Serino, durante la conferenza stampa, a dire con passione e coraggio: “Presidente, pur avendo lei parlato a lungo, non ha detto niente d’importante. Tanto di non sapere che cosa scrivere. Il suo è un discorso senza anima”. Folino se l’è presa, com’era prevedibile, con l’antipolitica, senza mai essere sfiorato dalla tentazione dell’autocritica. Ma Folino sa benissimo che il malessere e la critica non sono antipolitica, ma politica a tutti gli effetti. Nessuno più di noi disprezza il populismo, il giustizialismo e il moralismo; ma sottolineare l’involuzione di un sistema non può essere liquidato come semplice “qualunquismo”. Dovrebbe almeno venire il dubbio che ci sia qualcosa di motivato, nelle critiche delle ultime settimane (sofferte e disinteressate). Invece si preferisce blindare rabbiosamente un sistema che sta mostrando ogni giorno di più la propria strutturale inadeguatezza.
Durante la conferenza stampa Folino ha alzato la voce dicendo che lui lavora per far abbassare la febbre del malcontento, e più volte ha usato la parola reazionaria “ordine” per quanto riguarda la stampa e il dibattito pubblico. Come se decidesse lui il menabò di un giornale o i post di un blog.
Gli ricordiamo che i giornalisti liberi della carta stampata non sono impiegati della Regione Basilicata, e quindi la voce, Folino, la alzi in via Verrastro con i suoi scribi e amanuensi, non altrove.
Comunque il dibattito politico e civile lucano non merita questi riti sbiascicati, queste modeste lezioncine istituzionali. Se tutto doveva cambiare perché nulla cambiasse, tanto valeva lasciare al suo posto un Prospero De Franchi, che almeno non ha mai illuso nessuno di essere un sovvertitore del sistema. Folino forse paga il prezzo per aver dovuto un tempo puntellare partiticamente la prima giunta De Filippo, e ora politicamente la seconda stagione del Presidente finanche “più amato di Vendola”. Ma se la propria missione è solo quella di puntellare, ci si rassegni di non poter costruire qualcosa di nuovo.
Ci vorrebbe un Filippo Bubbico, che almeno metteva gli altri nella condizione di dare il meglio di sé. Qui, invece, ognuno è costretto, per rimanere a galla, a mostrare il peggio di sé. E in fondo, umanamente, li capisco pure. Ma come se ne esce?
Andrea Di Consoli
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