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di Nino D’Agostino

Che fanno i giovani lucani? Che rapporti hanno col mondo del lavoro, della politica, della cultura? In altri termini, come vivono?
L’istat di recente ha tracciato un quadro dei principali indicatori sociali, economici, culturali, demografici, ambientali, riferiti alle singole regioni, dal quale è possibile ricavare elementi utili ai quesiti prima enunciati.
Tra le centoventi schede predisposte, ve ne sono alcune che prospettano fenomeni molto significativi, in ordine alla condizione generale del mondo giovanile.
La più emblematica, a mio avviso, riguarda i giovani che né studiano e né lavorano, i cosiddetti neet (not in education, employment or training): sono il 24,3 % del totale dei giovani lucani, in pratica uno su quattro, a fronte di una media nazionale pari ad uno su cinque, valori che pongono la Basilicata e l’Italia, in testa in Europa nella non invidiabile graduatoria dei giovani fuori dal circuito istruzione-lavoro.

Sebbene in Basilicata il fenomeno sia tendenzialmente in diminuzione, essendo passato in 5 anni dal 26,9 a poco meno del 25%, siamo pur sempre avanti ad una situazione che evidenzia chiaramente il grado di sfiducia e di disorientamento che caratterizza le nuove generazioni.
In realtà, il circuito suddetto si rompe nel momento in cui il giovane cerca di entrare nel mondo del lavoro, restando, e spesso per lungo tempo, fuori dai cancelli delle imprese.

Il fenomeno è molto insidioso e va ben al di là del dato quantitativo: come è noto, una lunga permanenza in una condizione di disoccupazione riduce in proporzione le possibilità di impiego, perché le aziende preferiscono prevalentemente i più giovani, i meno sindacalizzati, i più freschi di studio.
La “rottura” del circuito evidenzia una situazione apparentemente paradossale, vale a dire: più studi e meno lavori.
La regione, in effetti, registra una spesa pubblica per la formazione dei suoi giovani, pari al 6,6% del suo Pil (Prodotto interno lordo), contro una media nazionale del 4,4 %, seguendo le orme di ciò che fanno tutte le altre regioni meridionali, ma tale impiego di risorse non trova un corrispettivo occupazionale, in Basilicata e più in generale nel Mezzogiorno, per carenza di domanda di lavoro.

Al netto delle asimmetrie di rendimento scolastico, riscontrabili con le regioni più avanzate del centro-nord, sono relativamente pochi gli studenti lucani che abbandonano prematuramente la scuola (12 su cento, a fronte del 23% dei giovani meridionali e del 19% dell’Italia), uno stato di fatto che si inserisce in un positivo processo di formazione secondaria ed universitaria che negli ultimi anni ha investito la popolazione regionale, allineandola a livelli nazionali.

È appena il caso di osservare che la popolazione dei né-nè suddetta non si distribuisce in modo uniforme tra i due sessi: le giovani donne pagano il prezzo maggiore della esclusione lavorativa, incidendo per 2/3 sull’intera area in esame che va ad ingrossare la popolazione inattiva.
Altre schede confermano tale stato di cose e concernono l’andamento demografico.

La sfiducia la si può cogliere in almeno altre due situazioni: la prima attiene al fatto che molti giovani, i più acculturati e più pronti a rischiare, lasciano la regione, un fenomeno molto più imponente di quanto le stesse statistiche Istat dicano, riguardando non soltanto l’emigrazione ufficiale che investe annualmente circa 2.000 lucani, ma anche quelli che la Svimez chiama i pendolari di lungo raggio, stimati in circa 7.000 unità, ossia coloro che lavorano al nord con contratti precari e che aspettano una loro stabilizzazione lavorativa per ufficializzare il trasferimento di residenza, la seconda concerne il basso tasso di fecondità regionale,1,21 figli per donne in età feconda, contro un valore italiano di 1,41, entrambi livelli molto lontani dalla “soglia di sostituzione” fissata fisiologicamente in 2,1.

Or dunque, quando si è in presenza di una larga parte di giovani che abbandonano la regione, di giovani che, rimanendo in Basilicata, non studiano, né lavorano, che si sposano, ma fanno pochi figli, pur in presenza di quozienti di nuzialità relativamente elevati, di giovani, dunque, che appaiono scoraggiati in molti aspetti della loro vita, è chiaro che siamo di fronte ad una vera e propria emergenza sociale, che non va negata, ma affrontata in tempi brevi.
Le possibilità ci sono e sono molteplici, al netto degli aspetti culturali e di connessione tra scuola e mercato del lavoro che le seguenti azioni implicano e che vanno oltre questa sede per ovvi motivi di spazio.

Ci si riferisce al lavoro irregolare che riguarda oltre il 20% del totale della forza lavoro(è una risorsa, su cui si può operare), alla capacità produttiva parzialmente utilizzata in agricoltura, nel turismo, nella grande e media industria, nei servizi avanzati, alla possibilità di creare occupazione aggiuntiva in molte “nicchie” ambientali, sfruttando razionalmente le risorse naturali, alla notevole domanda di lavoro inevasa nell’artigianato. Si tratta di rimboccarsi le maniche e concentrarsi sulle cose da fare, “da subito”. Il fattore tempo lavora contro la Basilicata.

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