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di Nino D’Agostino

Il segretario del PD lucano, Roberto Speranza, ha indubbiamente fatto fare un salto di qualità al suo partito, organizzando il convegno di Rifreddo del 31gennaio: ha consentito un utile dibattito, impegnando le migliori intelligenze del suo partito, avvalendosi, peraltro di esperti esterni, su ciò che è oggi la Basilicata, sulle criticità economiche e sociali che la caratterizzano, sulle prospettive di crescita.
Per la prima volta e in modo univoco, il PD ha preso atto che la retorica della regione virtuosa quanto virtuale non porta lontano e che la Basilicata vive storicamente uno stato di sottosviluppo che viene prima di questa classe politica e che attiene non soltanto alla politica.
I nemici dello sviluppo sono molteplici ed attengono a fattori culturali, istituzionali ( nel senso indicato da Putnam, ossia di apparati amministrativi e di norme di regolazione sociale), economici, geografici, di origine anche esterna alla regione.
Sotto accusa, con un chiaro intento autocritico, è stato messo il modo prevalente di ottenere consenso, basato sulle “coalizioni distributive”, per dirla con l’economista Mancur Olson, finalizzate ad acquisire supporto elettorale con azioni di corto respiro che spesso comportano un freno alla crescita, più che far lievitare i fattori competitivi.
Si è compreso che lo sviluppo non si costruisce con la gestione della spesa pubblica che avalla sprechi ed inefficienze: un euro sprecato è un euro sottratto allo sviluppo.
Alzare il livello del capitale sociale, ossia dell’insieme delle relazioni interpersonali formali ed informali di una società, è stato posto come obiettivo prioritario. Ma per farlo occorre una grande discontinuità nel rapporto tra politica e società.
In questa ottica, non sono mancate indicazioni positive: l’approvazione dello statuto della regione che rappresenta un atto di rifondazione delle regole, non più dilazionabile, predisporre interventi di integrazione infrastrutturale coerenti con un disegno interregionale, fare formazione per qualificare e valorizzare il capitale umano, considerandola sempre meno nella sua funzione anticiclica e di ammortizzatore sociale, lavorare per favorire un dialogo costruttivo nella vicenda della Fiat di Melfi, un insediamento industriale che la regione non si può permettere di mettere in discussione e che per la sua difesa non sono utili prove muscolari, magari dettate da approcci ideologici nelle relazioni industriali, giocare carte importanti in ordine alle opportunità connesse alla green economy.
Per il PD si può contare su punti di forza ( stabilità politica, le risorse naturali disponibile che sono enormi in relazione alle dimensioni della popolazione lucana, la sostanziale assenza di criminalità organizzata, una buona capacità di spesa, ecc.) che non hanno eguali nelle altre regioni meridionali, ma che convivono con punti di debolezza molto insidiosi (le lacerazioni del tessuto demografico, una borghesia professionale e produttiva incapace di essere fattore di innovazione sociale e progettuale, molti luoghi terzi, come la scuola e l’università, poco impegnati a svolgere una funzione educativa nella direzione delle sfide che l’economia moderna pone, il rapporto familistico e clientelare tra politica e società).
La deriva culturale in atto implica difficoltà crescenti allo sviluppo, esige dunque una discontinuità che investe tutti gli attori istituzionali.
Vi è, senza dubbio, una domanda sociale al ribasso, in termini di ricerca di protezione politica, di rendite e mercati protetti, di privilegi corporativi. Ma non si può nascondere che la domanda di scorciatoie nell’ottenimento dei diritti è l’altra faccia di una politica che spinge in questo senso: non a caso don sturzo diceva che “la politica ha bisogno dei bisognosi”.
Ci sono molte aree di spreco e di inefficienza da disboscare: le 15 mila famiglie lucane che dipendono esclusivamente dal bilancio regionale, sono soltanto la punta dell’iceberg su cui si regge l’attuale consenso politico.
L’obiettivo di rompere questo circuito perverso, che è il contrario della meritocrazia, è stato posto, dunque, nel convegno in esame, sarà interessante verificarne la realizzazione che pone evidentemente modalità nuove, se attuato, di selezione della futura classe politica.
È di tutta evidenza che il riscatto della Basilicata è prima di tutto politico, culturale, che economico e può basarsi sulla costruzione di un nuovo umanesimo, in cui ci sia maggiore equità, libertà e spirito pubblico.
Riguarda, in primo luogo, la pubblica amministrazione che è chiamata ad assicurare maggiore trasparenza, efficienza ed efficacia pari a quella richiesta al mondo delle imprese per rendere competitivo l’intero sistema-Basilicata.
Sulla questione delle risorse, il Pd lucano è consapevole che in futuro la regione dovrà operare con una minore dotazione di fondi pubblici e che di conseguenza sarà chiamata a eliminare sia pure gradualmente le aree assistenziali, incominciando proprio dai settori a bassa produttività che ruotano intorno al bilancio regionale.
E’ stata forte quanto fondata la denuncia sul criterio della ripartizione delle risorse pubbliche, adottato a livello nazionale che, agendo sul procapite delle singole regioni, penalizza regioni come la Basilicata, perché è uno strumento che non coglie le specificità geografiche e demografiche ed economiche dei vari territori.
Sui fondi perequativi c’è una partita tutta da giocare che ha sullo sfondo la stessa sopravvivenza dell’istituto regionale.
Il PD lucano è consapevole che l’esigenza di contenimento della spesa delle pubbliche amministrazioni, indipendentemente dai vincoli economico-finanziari derivanti dall’adesione dell’Italia all’Unione europea (Il Patto di stabilità e crescita, ecc.) postuli un lavoro di analisi e valutazione della spesa, sulla falsariga del programma, comunemente denominato “spending review”, avviato in via sperimentale dalla legge finanziaria per il 2007.
La questione non è soltanto quella di realizzare appalti di opere pubbliche replicando le buone prassi delle regioni più efficienti, ma anche di spendere meglio le risorse, allocandole in base a programmi effettivamente finalizzati allo sviluppo.
Cosa non facile perché manca esperienza e tradizione organizzativa in questa direzione ( spesa per programmi e per progetti che non siano giustapposizione di interventi, una solida struttura organizzativa impostata per gruppi integrati di lavoro, guidate da decisioni di spoil system, lontane da logiche di appartenenza politica, una capacità di monitoraggio e valutazione innovativa, superando l’attuale situazione, sospesa tra mito e tabù).
È stato ribadito che il destino della Basilicata è legato a quello del Mezzogiorno e dell’Italia, da proiettare entro traguardi di coesione europea, riferibili al 2020, posizionamento che implica la ricerca di soluzioni di politica economica e territoriale (il piano del sud, i mercati di prossimità, ecc.) che sono l’esatto contrario dei rigurgiti di autarchia oggi riscontrabili tra le varie regioni italiane, supportati da un processo di federalismo balcanizzato che investe la finanza derivata spacciata per riforma federale e da una questione settentrionale, con la quale non si pone certamente l’obiettivo di ridurre il divario nord-sud.
Rigurgiti che acquistano plasticità con i tagli nei trasferimenti alle autonomie locali, nei fondi assegnati al mezzogiorno dirottati alla copertura della spesa corrente nazionale. Al sud si pensa di riservare una banca, ignorando che ve ne è già una da tempo funzionante ( la Cassa depositi e prestiti), ma non si pone mano alla fiscalità differenziata che, al contrario, è decisiva per attrarre investimenti.
Fin qui le enunciazioni ed intendimenti di cambiamento più rilevanti emersi dal convegno. Ora aspettiamo i fatti.

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