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IL tavolo dei segretari cittadini non è stato risolutore. La maggioranza riunita sulla questione Molinari dovrà riaggiornarsi. E se da più parti arriva la richiesta di «fare in fretta», è prevedibile che per ricomporre l’equilibrio dell’esecutivo comunale «ci vorranno altri incontri». La squadra dell’esecutivo è completa nel numero, ma da martedì le deleghe dell’assessore Massimo Molinari sono state «congelate» e la fascia di vicesindaco è passata a Pietro Campagna (delega all’Urbanistica per i Popolari). Con il passaggio di Molinari all’Idv, erano stati i Popolari a porre la questione chiedendo la revoca della delega all’ex collega di partito «per ristabilire la rappresentanza in esecutivo». Ma se il tema è quello della rappresentanza, la vicenda non si esaurisce in un rapporto Pu-Idv. Nè i dipietristi non sono disposti a lasciare il ruolo in esecutivo appena ottenuto, nè rinunciano a rivendicare altri partiti della maggioranza, a partire da Udc e Api. «Sì, sono arrivate richieste, spunti e riflessioni». Nella comunicazione all’aula, il sindaco Vito Santarsiero, però tranquillizza: «La maggioranza resta solida, né il problema è la scelta legittima di Molinari. Piuttosto resta il tema della rottura di un equilibrio». Ripristinarlo non sarà semplice ed è prevedibile che alla mediazione sia chiamato anche il livello regionale.
L’opposizione ha nel frattempo buon gioco nell’evidenziare «la difficoltà di una coalizione che è ferma al palo». Si alternano gli interventi di molti consiglieri della minoranza: da quei banchi, con toni diversi, è comune la sensazione che forse sarebbero state «doverose» da parte di Molinari le dimissioni, una volta cambiato partito. Questione di «morale politica», e non personale, per carità. «Che vuol dire deleghe congelate? Non si percepisce comunque una prebenda per il ruolo?».
Sul caso ieri è andata via buona parte della seduta. L’attesa era tutta per l’intervento di Molinari che ha scelto di «sgomberare il campo da equivoci voluti o meno» spiegando che dai Pu se ne è andato «per un disagio mai taciuto. Magari sono fin troppo chiaro, ma di scappatoie – giura – non ne ho mai usate». Non ha fatto come chi, «dopo aver mantenuto l’assessorato con i Popolari uniti e aver finto di far parte del gruppo, all’improvviso, si è candidato in altro partito». Il riferimento al consigliere regionale Alessandro Singetta (Api) non è l’unico sassolino che Molinari toglie via. «Dalla politica non ho mai preso clienti o incarichi». Nè crede «all’ipocrisia di chi si è detto sorpreso del mio addio». E quando deve citare i rapporti di amicizia che pure ha mantenuto a lungo «con cuore» con i colleghi dei Popolari, elenca alcuni nomi, escludendo altri. Non cita mai il segretario regionale del partito, Antonio Potenza, né il capogruppo comunale, il figlio Sergio. Ma il riferimento sembra chiaro. «Per natura il mio impegno è a non far scappare i figli da questa terra, non solo i miei figli. Né mi interessa che si chiamino Tizio o Caio e abbiano avuto la strada spianata dal padre o meno».
A stretto giro sarà Potenza a replicare (ponendo ancora una volta la questione del ripristino della rappresentanza in giunta). «Ci meraviglia la mancata dimissione, è vero, ma siamo sinceramente dispiaciuti per l’accaduto». E a quel “qualcuno” (anche Potenza non cita mai Molinari pur essendo nella stessa aula) ricorda «che nel 1995 (la prima candidatura di Molinari, ndr) c’è stato chi lo ha sostenuto». Non vuole dare conto di altro «se non della dignità dell’azione quotidiana con cui rispondiamo ai cittadini. Il dissidio interno al partito non è reale, nessuna spaccatura».
In attesa di chiudere «questa parentesi» e tornare al governo reale della città.

Sara Lorusso

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