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di GIOVANNI IUFFRIDA
Dopo Venezia, sulla gondola dei dogi, il Papa si appresta a visitare Lamezia, terra mobile di mafia. La programmata visita del Papa, prevista per il 9 ottobre 2011, viene anticipata come un momento importante per l’immagine della Calabria. Molti politici già si leccano le labbra al pensiero di avere un ritorno positivo da questo evento: un calcolo che porterebbe, dal loro punto di vista, all’aumento del consenso elettorale. Il contatto con il Papa è visto come una carta di credito politico: una contaminazione ecumenica importante, assolutoria. In una regione come la Calabria, dove spesso il sacro non soltanto viene confuso con il profano, ma con la mafia, questa visita andrebbe, invece, rivolta dalle autorità ecclesiastiche verso una direzione ben precisa: quella della lotta reale contro la mafia. Con questo, ovviamente, non si chiede alla Chiesa di schierarsi in una lunga trincea con armi da fuoco. Ma, è certo che le omelie non bastano. C’è bisogno di un’azione significativa, perché in una regione come la Calabria non basta scrivere all’ingresso dei municipi, degli enti pubblici, “qui la mafia non deve entrare”; bisognerebbe scrivere, invece, “fateci sapere piuttosto da dove deve uscire”, come suggeriva un efficace servizio di Calabria TV. La visita del Papa avrà sicuramente delle ripercussioni, e in molti si augurano che nel prossimo autunno invece delle foglie cadranno per sempre le mafie locali. E in Calabria, e a Lamezia, in particolare, città di terracotta, ci sarebbe bisogno di solidità, della giustizia e delle cose che riguardano il bene comune. Non parole vuote, ma concreto bene collettivo, dove confluiscano non parole ma opere o azioni contro la mafia e contro la mafia della politica dell’antimafia. Un’utilità indiscutibile, quella del Papa timido, teologo maximum, impacciato, poco televisivo ma concretamente necessario ad una Chiesa che ha perso molte radici, come un albero il cui tronco è ferocemente attaccato dal Perdilegno rosso, un insetto difficilmente distruttibile. Una visita, quella del Papa, che è una grande opportunità, in una regione dove gli unici elementi di movimento sono i fattori naturali: terremoti e alluvioni. Da Benedetto XVI ci si attende un grande movimento delle coscienze con un gesto che dovrebbe fare “scandalo” nel senso evangelico. E in un momento di grave crisi economica, nella quale i disoccupati e i precari sono protagonisti, la concretezza è una necessità, dal Papa ci si attenderebbe, se non un miracolo, una lezione di comportamento, perché, in una terra di mafia, le parole sono deboli contro un potere che affonda le radici nella melma delle istituzioni. Dall’insediamento di Papa Benedetto la Calabria ha iniziato a cambiare volto. Il vescovo della diocesi di Mileto-Tropea-Nicotera, nel giorno di Pasqua di quest’anno ha ordinato «fuori le ’ndrine dalla processione dell’Affruntata» di Sant’Onofrio. Prima che fosse vietata, le statue (di Maria Addolorata, Cristo Risorto e San Giovanni) venivano assegnate con un’asta, in cui nessuno osava rilanciare alle generose offerte delle ’ndrine il cui capobastone precedeva gli “statuari” camminando all’indietro con il volto rivolto al santo. Ma si sa che la liturgia malavitosa della processione si declina in tutti i paesi calabresi. Certamente a Lamezia non c’è il santuario di Polsi, dove don Peppino Giovinazzo, coadiutore del priore al santuario della Madonna, fu ammazzato nel 1989 come un capobastone lungo la strada che da San Luca porta al santuario. Capitava così, sin dai tempi dei Borbone, che ogni anno al termine della festa che si svolge la prima domenica di settembre, si rinvenissero tra i boschi uno o più cadaveri. L’esperienza di don Peppino Giovinazzo di intermediario in una trattativa con i sequestratori, secondo l’ipotesi investigativa degli inquirenti, e di sacerdote che ha celebrato le nozze di un latitante, dimostra dimestichezza con l’ambiente ’ndranghetista. Ed è capitato anche recentemente, dopo la strage di Duisburg del 2007, che il priore don Pino Strangio ha rassegnato le dimissioni senza lasciare dubbi sulla distanza tra la giustizia terrena e quella spirituale esercitata dai preti vicini alla mafia. È anche per ragioni analoghe che il Papa non dovrebbe celebrare la politica locale fortemente compromessa con la mafia. Già nel 1949, Natalino Lanucara in “Città delle corti” ricordava che nel 1903 è stato registrato un summit nel Santuario di Polsi, senza alcuna reazione contraria da parte delle autorità ecclesiastiche. Così come dopo la strage di Duisburg la tregua tra i clan in contrasto è stata sancita a Polsi. “La vicenda è stata così clamorosa che – come ha scritto Isaia Sales in “I preti e i mafiosi” – avrebbe meritato un intervento del Vaticano per separare il culto genuino di migliaia di calabresi da quello dei capi della ‘ndrangheta, anche solo per dire che la Madonna di Polsi appartiene alla devozione popolare e non può proteggere dei mafiosi. Ma questo intervento non c’è mai stato, nella convinzione che meno se ne parla meglio è”. Lo storico Pietro Borzomati ha ricordato che “le stesse notificazioni episcopali o delle curie vescovili non hanno mai trattato argomenti del genere e agli atti degli archivi vescovili o parrocchiali non si hanno tracce di istruttorie o di provvedimenti a carico di preti o laici impegnati nelle organizzazioni di pellegrinaggi o feste religiose, o accusati di connivenza con le organizzazioni mafiose e sospettati di favorire, in occasioni di pellegrinaggi, riunioni di camorristi” (“Chiesa e società meridionale”, Studium, 1982). È per questi dati di fatto che da parte del Papa teologo c’è bisogno non solo di azioni contro i preti pedofili ma anche contro la “mafiofilia” di Chiesa e istituzioni locali. Il “convertitevi” di Papa Giovanni Paolo II rivolto ai mafiosi, in occasione del suo viaggio siciliano, in Calabria andrebbe rafforzato dalle azioni necessarie di una Chiesa prima fin troppo assente dalle questioni sociali locali. Un’azione dimostrativa di una Chiesa con la maiuscola, nella Calabria devastata dalle mafie, dovrebbe avere, come in occasione della manifestazione di Reggio Calabria promossa da “Il Quotidiano”, il coraggio di non dare spazio in primo piano ai politici e amministratori calabresi, spesso punto di incontro delle tante mafie locali. Sarebbe questa una dimostrazione educativa della Chiesa, e di quella calabrese in particolare, che ha la necessità di forti azioni di riscatto. La visita del Papa se lascerà tracce di beatitudine vuol dire che è stata un fallimento. Dovrà scuotere gli animi e lasciare molti con il capo chino, non per la benedizione, ma per un ammonimento. Le polemiche della Chiesa locale contro l’intromissione delle forze dell’ordine nelle “cose” di fede è significativa ed il Papa ne dovrebbe tenere conto come della necessità di evitare contiguità, nel corso della sua visita, con le istituzioni calabresi, non del tutto indenni dal virus della mafia: sarebbe, questa, una vera azione di forza della Chiesa. Cambierebbe la Calabria, una volta per tutte. A Papa Benedetto XVI il compito di rivoluzionare, in meglio, la Calabria. Papa Giovanni Paolo II ha fatto molto per il crollo del comunismo cambiando la storia. Papa Benedetto XVI potrebbe fare crollare il muro della ’ndrangheta rifiutando i “doni” e l’“abbraccio” con il mondo politico calabrese.

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