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di NICODEMO OLIVERIO
I fatti li conosciamo. In quindici giorni, a cavallo tra metà e fine maggio, il quadro politico nazionale è stato investito da un terremoto squassante. Che ha sorpreso la maggior parte, se non tutti, i protagonisti e gli osservatori. La destra ha perso Milano, roccaforte del berlusconismo, che guidava ininterrottamente da diciotto anni. E’ stata umiliata a Napoli, dove credeva di lucrare con facilità sulle divisioni del centrosinistra ed un bilancio amministrativo certo non eccellente. Ha perso Cagliari e Trieste come Novara, Macerata, Pavia. Tradita perfino ad Arcore. Ed in decine di comuni piccoli e medi. Quindi il segno di questo importantissimo turno amministrativo è Milano. Ma non solo Milano. Torino, Bologna e. . E’ l’Italia. Che vuole cambiare. E che ha parlato, attraverso il voto amministrativo, anche (soprattutto?) alla maggioranza, al governo, al presidente del Consiglio. Lunedì 30 maggio il Paese ha voltato pagina. I più, a mio parere giustamente, sono convinti che siano state scritte, dal voto dei cittadini, le pagine dell’ultimo capitolo del ciclo politico berlusconiano, giunto alla vigilia del ventennio. Vedremo ora cosa accadrà nel partito del premier e nell’alleanza con la Lega. Ma questo turno, che premia il centrosinistra ed i suoi candidati, parla anche al Pd. Con formule diverse perché, ad esempio, qui in Calabria gli elettori hanno usato una grammatica diversa. Su cui tornerò. Gli elettori hanno sfiduciato il governo. Hanno mandato a palazzo Chigi una lettera il cui contenuto suona più o meno così: la crisi economica si sta mangiando i nostri redditi, ci sta togliendo il lavoro, sta cancellando le speranze di futuro dignitoso dei nostri figli e voi ci dite che tutto va bene, che stiamo meglio degli altri, che la cosa più importante è fare la guerra ai “giudici comunisti”, che tutto funziona e gira a meraviglia? No, le cose non stanno così e, di voi, non ci fidiamo più e decidiamo di cambiare. Gli elettori hanno deciso un investimento sul centrosinistra. E sul Pd che, quasi dappertutto, incrementa i propri consensi rispetto alle regionali ed alle europee. Il parlar chiaro di Bersani, la scelta responsabile di proporre ricette e soluzioni sulla riforma del fisco, sulla lotta al precariato, sulla politica industriale, sull’energia e le fonti rinnovabili, sul rilancio delle infrastrutture e sulla contrarietà ai tagli indiscriminati alla spesa sociale come ad una “riforma” federalista astratta e senza una adeguata definizione dei costi e dei vantaggi, ha premiato il Partito Democratico. Questa è la strada su cui deve continuare a camminare. Sfidando anche certa stampa “amica” che preferisce concentrarsi su alleanze, formule, intese e ogni genere di politicismo di cui i cittadini sono stufi e, comunque, ampiamente disinteressati. In Calabria, come sappiamo, il quadro è in parte diverso. Merito della destra? Può darsi, anche se non esprime nessun modello amministrativo e politico efficace, tantomeno esemplare, da esportare. I nostri errori non sono, comunque, mancati. E da lì occorre ripartire per avviare un nuovo ciclo, con gli esempi di Rende e Crotone, dove il centrosinistra unito ha mantenuto il governo delle amministrazioni locali con ottimi, credibili ed autorevoli sindaci. In Calabria, è da tenere presente, il Partito Democratico attraversa l’onda lunga della débacle delle elezioni regionali scorse. Il grande popolo del centrosinistra chiede a gran voce unità e non risparmia anche di penalizzarci, così come ha fatto in questa circostanza elettorale, se non siamo fattivi costruttori di una armonia politica che produca un nuovo protagonismo. Divisi non siamo credibili. Sul piano politico ed organizzativo il partito non ha ancora prodotto quello scatto necessario per farci vincere dappertutto. Per questo bisogna effettuare, e anche presto, una riflessione ulteriore sulla gestione del partito e su quale modello individuare per costruire un partito radicato e forte, capace di promuovere una alternativa di governo regionale. E questa riflessione deve essere avviata nella consapevolezza che il Partito Democratico deve diventare sempre più una comunità di uomini e donne, dove è forte lo spirito di appartenenza e dove le scelte politiche a favore dei territori e al servizio dei cittadini vengono costruite e condivise. Una collegialità nell’individuazione degli obiettivi e nella determinazione delle iniziative politiche. Chiuso definitivamente il tempo dei protagonismi, il Pd deve sapersi aprire alla società civile interpretandone, in tutte le sedi, le esigenze e le aspettative.

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