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Il referendum è passato. Una vittoria di internet e dei social network, come viene ormai celebrata. E’ passato, anche in Basilicata. Nonostante i comizi politici che rischiavano di scoraggiare più di un elettore dal recarsi alle urne.
Un punto merita di essere fissato: senza l’apporto del Partito democratico l’affluenza si sarebbe fermata, quasi certamente, sotto la soglia del 50 per cento (la mobilitazione del Pd non può esser valsa meno di sette punti percentuali), forse al 48 o al 49, e quindi oggi staremmo a disquisire di un fallimento. La domanda che ne discende è la seguente: chi “controlla” il 48-49 per cento di persone che hanno votato i quesiti su acqua, nucleare e giustizia? Questo interrogativo racchiude, evidentemente, il tema dell’accesso alla politica, della militanza e della comunicazione. Se fino a poco tempo fa, fare politica equivaleva ad avere la tessera di un partito, far parte di un sistema associativo, osservare le sue regole oggi questi requisiti non appaiono più necessari: per fare politica è sufficiente lasciare un messaggio sulla bacheca di Facebook o un post sul proprio blog, basta un “cinguettio” su Twitter; probabilmente, ad ammaccare l’immagine e l’influenza di Berlusconi sono serviti molto di più i cortometraggi di Stasi e Fontana diffusi attraverso Youtube (Inception Berlusconi è stato visto da quasi un milione di persone) che le dichiarazioni politiche di Roberto Speranza.
La militanza partitica e quella in Rete hanno pur sempre alcune regole comuni, come il contributo spontaneo, gratuito. Ma quel che è emerso in questa consultazione referendaria (come già in occasione delle recenti elezioni Amministrative) è che la politica verticale, quelle in cui il leader del partito impartisce indicazioni ed ordini, è ormai al tramonto. Si affermano strutture sociali orizzontali che si disinteressano ai talk-show e danno vita al chat-show, così la televisione che in tutti i modi cerca di nascondere l’appuntamento con il voto appare un catorcio medievale. Se in Spagna è il tempo dell’indignazione, nel mondo arabo quello della rivoluzione, nel nostro Paese è arrivato il tempo della partecipazione diretta. Non i nerd che con il computer trovano il modo di isolarsi dalle prediche dei genitori, dalle puntate di Uomini e Donne e dai Tg di Minzolini, bensì ragazzi che si sono presi spazi di libertà e di autonomia, rivendicando le proprie scelte e accompagnando a votare i propri genitori ed i propri nonni, riscattandoli da quel torpore ipnotico cui erano stati condannati dalle televisioni e dal berlusconismo.
Questi ragazzi sono arrivati laddove il Pd e gli altri partiti del centrosinistra hanno visto materializzarsi mille sconfitte contro il “regime mediatico”, il “potere economico”. Il sistema ora sta crollando perché è cambiata la militanza politica: loro, i giovani, lo stanno rovesciando con il passaparola, i videomessaggi, con le vignette e con parole nuove; la loro partecipazione è fatta di autenticità e coraggio; una nebulosa di creativi che producono, si connettono, scambiano, condividono, diffondono impulsi con un ritmo ed una potenza disarmanti. E’ di fronte a questo ciclone che cade il conservatorismo, che nemmeno i partiti riescono ad opporre resistenza, che sta finendo la lunga stagione dell’egoismo sociale leghista e destrorso.
E’ il vento del cambiamento. Ma, come ha affermato ieri il professor Giuseppe De Rita sul Messaggero, “dopo il vento, ci vuole la politica”, che deve affrontare i problemi e risolverli, coerentemente con le spinte dei nuovi militanti. Non sarà sufficiente scrivere di tanto in tanto su facebook, inserendo comunicati e dichiarazioni: per stare in Rete senza essere isolati o, peggio, derisi, servono credibilità e onestà, serve parlare a persone, ad individui, non ad elettori. Serve capire che il popolo dei giovani è variegato e ciò che fa la differenza sono le abitudini di ciascuno, i valori, gli stili, la vita che conducono: un giovane che lavora può essere diverso da uno che studia o da un altro che fa il segretario del Pd. Dunque, autenticità e coerenza servono. Si potrebbe cominciare da iniziative forti per sbloccare la democrazia: un impegno per cambiare la legge elettorale che impedisce ai cittadini di scegliere gli eletti; e se non sarà possibile cambiare la legge, garantire il diritto di scelta attraverso le Primarie ad ogni consultazione elettorale, a dalle partire – ci si augura – “imminenti” Politiche.

Eustachio Follia

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