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di ALDO VARANO
Ancora sulla Calabria Aspra di Bocca, secondo capitolo dell’Inferno, libro di successo del ’92, riproposto da Rubbettino. Inizio con due ringraziamenti: a Matteo Cosenza, che ha alimentato un dibattito sui nodi di fondo della Calabria attuale (e sopporta perfino un mio secondo ed ultimo articolo); e, per fatto personale, a Florindo Rubbettino per il garbo e la lealtà con cui ha polemizzato in modo duro e determinato con un mio intervento sull’argomento. Mi ha rimproverato – se non ho capito male – perché ho sostenuto che Aspra Calabria, prefato da Eugenio Scalfari, va considerato un incidente culturale per un editore che, come ho scritto «ha accumulato molti meriti nell’organizzazione della cultura calabrese e nella scoperta delle sue radici». Rubbettino spiega che il libro va collocato nella più ampia collana (il cui acquisto mi permetto di consigliare a quanti non la possiedono) sui viaggiatori nella nostra regione. Aspra Calabria è una delle facce ineliminabili di un mosaico che va giudicato nel contesto. Insomma, libro che testimonia e “documenta” fermo restando che «gli scritti si nutrono spesso dell’immaginazione e dei pregiudizi che ognuno si porta dietro e che proietta sull’oggetto del proprio racconto». E’ un libro che “affonda il dito nelle piaghe” della Calabria scritto da due grandi giornalisti, Bocca e Scalfari «che come tutti vanno letti con senso critico e sottoposti a duro contraddittorio». Argomenti molto laici che a tratti danno l’impressione di una netta presa di distanza dai contenuti specifici dell’opera di Bocca. Si può essere d’accordo ma io non lo sono. Ma mettiamo qualche paletto per liberarci dalle furbizie di chi si difende senza argomenti: chiunque ha il diritto di leggere la Calabria secondo le proprie categorie. Corollario: una cosa è interpretare i fatti, altra falsificarli con un “racconto-scoop” dove la Calabria viene proposta non attraverso un’interpretazione (inevitabilmente) soggettiva ma schierando l’inventario di tutte le (infondate) sciocchezze che sulla Calabria circolano. Secondo paletto: solo un cretino può immaginare o sostenere che Bocca sia l’origine dei mali calabresi, e ci vuole uno cretino due volte per convincersi che le classi dirigenti calabresi, la sua cultura, la sua informazione, la sua politica (che sono sempre lo specchio, più o meno deformato, di tutti i calabresi che vivono in Calabria e/o, perfino, fuori) siano innocenti e vessate. E’ noioso doverlo ripetere, ma tant’è. Continuo a spendere un piccolo patrimonio per acquistare copie del Giornale di viaggio in Calabria di Galanti (Rubbettino 2008) per zittire i nostalgici dei Borboni che immaginano una Calabria ricca e rigogliosa poi impoverita dall’Unità d’Italia e dal Nord cattivo e predone, nascondendo quella reale che Galanti testimonia: miserabile, primitiva, invivibile. Né mi scandalizza chi teorizza la Calabria come male oscuro (rubando la bellissima immagine da uno dei più grandi libri del Novecento, scritto in Calabria da Giuseppe Berto). Ciò che contesto è che questi giudizi possano essere sostenuti con straordinaria superficialità incollando ritagli di giornali o peggio. Corrado Alvaro era una scimmietta che non vede, non sente, non parla se c’è di mezzo la ‘ndrangheta? Bocca mi pare falsifichi grossolanamente l’articolo in proposito firmato dallo stesso Alvaro sul Corsera. Ho elencato e contestato, rileggendo Aspra Calabria, non le opinioni o i giudizi di Bocca ma alcuni (tratti dal mucchio) pregiudizi e una massa di dicerie spacciate come fatti e verità accertati. Nessuno mi ha detto: ti sbagli qui e lì. Solo imbarazzo e silenzio. Con argomento al limite dell’insulto, si insinua: è scattato l’orgoglio del calabrese ferito di fronte alle nostre brutture, l’assenza del coraggio per guardare negli occhi il nostro dramma, e (ma qui interpreto e sintetizzo) la spocchia del provincialismo che pretende che i panni sporchi si lavino in casa o, meglio, che non si lavino affatto. Replica: è possibile chiedere agli intellettuali calabresi, per una volta, di restare all’argomento? non buttare la palla fuori? non nascondersi dietro l’astratto general-generico delle categorie generalissime? Che ci si prenda le nostre responsabilità fino in fondo? Ho parlato male di “Garibaldo” dicendo che Bocca ha fatto con l’Inferno un’operazione di marketing non per testimoniare qualcosa ma per vendere più possibile? In Aspra Calabria a parte qualche virgolettato (specie di Gaetano Gingari) c’è un elenco di fatti che non stanno da nessuna parte, mai supportati da una fonte verificabile. Spesso clamorose sciocchezze scritte da dio. Cappelli è convinto che i sequestrati venissero portati in montagna col tassì? Che i giovani sequestrati giocassero a pallone in Piazza di San Luca coi figli dei loro aguzzini davanti a tutto il paese? Possono, professor Cappelli, migliaia di persone invece di essere una stratificazione sociale, culturale, etica, religiosa essere un ammasso indistinto di cellule delinquenziali? In Aspromonte è da stupido andare da soli? C’è una caserma ogni estate ricostruita dai carabinieri e ogni inverno incendiata dalla ‘ndrangheta? L’aeroporto di Lamezia non si sarebbe dovuto costruire? Mancini è stato un po’ matto (o un disonesto?) a immaginare e sognare una rottura sociale dell’arretratezza calabrese con l’industrializzazione della Piana di Gioia? Sia chiaro, non mi batto qui per la verità. Pongo un altro problema: si può risalire da questi argomenti alle radici della tragedia che continua a consumare e disfare la Calabria? Io non ne sono convinto. Questo ho scritto. Che c’entrano le banalità sul provincialismo? Vale la pena ricordare che la connotazione piemontese per Bocca e Bobbio non può in nessun caso significare una vaga insinuazione razzista invece che (in modo diverso per i due) un’attenuazione di responsabilità per le loro incomprensioni del Sud? Suvvia, onestà intellettuale. Sono fiero di aver firmato negli anni scorsi una lunga intervista a Vittorio Foa (anche lui piemontese) che scese in campo per difendere Bobbio dalle calunnie sui suoi presunti cedimenti al fascismo. Del resto, in passato ho fatto pubblicare, su una rivista dove avevo grande parte, una recensione del quasi piemontese Lombroso (sempre Rubbettino). Lombroso elenca i fatti e li interpreta male. Ma i suoi fatti, una volta liberati dalla furia interpretativa positivista, appaiono preziosi spaccati della realtà che Bocca (se ne facciano una ragione Cappelli e Rubbettino) non riesce mai ad offrirci. Non bisognava pubblicare Aspra Calabria? Non l’ho scritto. Non lo penso. Non se ne abbia a male nessuno: sono convinto esattamente del contrario. E’ un ottimo documento sul processo di formazione dei pregiudizi contro il Sud. Soprattutto, la pubblicazione ha messo in moto l’astuzia della ragione: nella Calabria afona che sembra aver cancellato politica, sindacati, intellettuali si discute e ci si accapiglia. Viva la Rubbettino. Ma mi riesce difficile accettare che il libro sia il numero 25 di una collana. Gli altri (preziosissimi) volumi hanno apparati e introduzioni critici. Calabria Aspra, invece, una prefazione di Scalfari da dove emerge più la sua generosità verso Bocca che non il suo contributo a illuminare il lettore. Una legittimazione acritica. E’ questo insieme, vorrei segnalare a Rubettino, che, a mio avviso, ha fatto dell’iniziativa e del modo in cui è stata realizzata, un incidente. Tutto qui, nient’altro.

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