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di Pietro Scognamiglio

E’ arrivato il momento di staccare la spina. Per tenere in vita il Potenza Sport Club di Postiglione, fino ad oggi, c’è voluto un accanimento terapeutico fine a se stesso che non trova precedenti nel panorama calcistico italiano. Fine a se stesso perché parliamo di una società rimasta attaccata al respiratore artificiale per una svariata serie di motivi, nessuno dei quali attinente a logiche sportive. Una storia che trasuda di buona fede e di ignoranza, da parte di molti, non di tutti. Pochi hanno capito quello che stava accadendo. Proviamo a far chiarezza su qualche punto.
IL MIRAGGIO LEGA PRO
E’ pretestuoso, come è stato fatto, dire che il Potenza Sc è rimasto in vita perché potrebbe essere riammesso nel calcio professionistico qualora Postiglione uscisse pulito dal processo ordinario. Postiglione un’estate fa non iscrisse la sua società alla Seconda Divisione, dove era stato spedito al termine del tortuoso iter (due tornate alla Figc, poi al Coni) di Potenza-Salernitana.
Sentenza traballante, perché ha pagato il compratore e non il venditore. Ma tant’è. Postiglione e i suoi legali, pubblicamente, oltre a ventilare fino a qualche mese fa ipotesi fantasiose di ripescaggio in D, hanno sbandierato l’appiglio dell’articolo 39 delle Noif, che al comma II recita: “La Corte di giustizia federale può disporre la revisione nei confronti di decisioni irrevocabili se, dopo la decisione di condanna, sopravvengono o si scoprono nuove prove (…) che dimostrano che il sanzionato doveva essere prosciolto oppure in caso di inconciliabilità dei fatti posti a fondamento della decisione con quelli di altra decisione irrevocabile, od in caso di acclarata falsità in atti o in giudizio”. Il problema è che al Potenza Sc non è stato tolto il professionismo, perché la giustizia sportiva l’ha spedito in Seconda. Poco importano, in questo discorso, le ragioni attinenti alla sfera personale e a quella economica per cui poi Postiglione non ha ottemperato all’iscrizione. La Lega Pro al Potenza Sc non potrà mai essere restituita perché, alla resa dei conti, la società ha rinunciato un’estate fa a parteciparvi.

LE RAGIONI DELL’ECCELLENZA
Dicevamo: il Tnas, tribunale arbitrale ospitato dal Coni, spedisce il Potenza Sc in Seconda e la società non si iscrive. Sentenza insidiosa, in ogni caso, perché legata a doppia mandata alle indagini della giustizia ordinaria, pur avendo quella sportiva ampia autonomia di tempi e di decisione, con l’onere della prova invertito. Il Potenza Sc minaccia il ricorso al Tar contro la Federazione. Non conviene a nessuno, bisogna metterci una pezza. A via Allegri hanno altro a cui pensare. Il Potenza Sc viene assegnato straordinariamente all’Eccellenza, perché nel frattempo la città non è stata in grado di ripartire versando alla Figc 100mila euro per la costituzione di un nuovo titolo sportivo. C’è chi si spende, nel pool di legali di Postiglione, per ottenere questo risultato. Pensando magari di fare un regalo ai tifosi, limitando i danni con la partecipazione al massimo campionato regionale. Comunque polvere.
L’unico a guadagnarci dalla partecipazione all’Eccellenza, in ogni caso, è proprio Postiglione. La Figc gli riconosce di poter mantenere la proprietà dei cartellini di tutti quei giocatori che appartenevano al settore giovanile rossoblu. Un regalo non di poco conto, meglio, una transazione. A te, che ti ritieni danneggiato, un contentino per non rompere più le scatole. Di solito, infatti, le società che non si iscrivono ai campionati professionistici perdono tutto il parco giocatori.
L’aspetto agonistico dello scorso campionato di Eccellenza non è stato altro che una copertura, come dimostrano i mancati pagamenti e una situazione di sbando generale più volte denunciata dagli atleti e dai tecnici, cacciati dalle case e mandati in trasferta con le macchine dei tifosi. Il Potenza Sport Club è rimasto in piedi solo e soltanto per consentire a Postiglione di recuperare un po’ di soldi dallo smercio dei cartellini rimasti in suo possesso, operazione conclusa qualche settimana fa. Sono stati venduti a una media di circa 3000 euro l’uno. Non andiamo lontani dalla realtà ipotizzando un ristoro vicino, se non superiore, ai 70mila euro per la proprietà. Tutto ciò, lo ripetiamo, con il benestare – ma chiamiamola anche complicità – della Federazione. Al netto della famosa fideiussione, cade un altro motivo per tenere in vita il Potenza Sc.
IL “VECCHIO LEONE”
Si rivolterà nella tomba, quando gli verranno raccontate le speculazioni sul suo conto. In realtà, per andare avanti, preferiamo dar fiducia ad un proverbio africano secondo il quale “un vero leone non muore mai, al massimo dorme”.
Perché questo è forse l’aspetto che ha messo più a nudo l’ignoranza calcistica della piazza potentina, a beneficio, come spesso accade, di chi non ha agito in buona fede.
A distanza di qualche mese sveliamo un altro arcano: il brand. Quello registrato all’Ufficio Brevetti dalla Ni.Pa. (azienda della famiglia Postiglione) contenente lo stemma e la denominazione sociale Potenza Sport Club. Operazione soltanto commerciale, perché il cambio di denominazione da Asc Potenza a Potenza Sc l’avrebbe potuto fare chiunque. C’è un articolo delle Noif che lo consente.
Tali operazioni sono alla portata di qualsiasi società di ogni categoria. Anche il Parco Tre Fontane o il Santa Maria, ad esempio, avrebbero potuto prendere denominazione Potenza Sport Club quando non l’aveva nessun altro. Il legame con la storia non esiste. Una società con una storia a Potenza non esiste.
Al massimo esiste una storia del calcio cittadino, articolata tra vari fallimenti e successioni societarie. Nella trattativa con l’associazione “Il Mio Potenza” Postiglione ha utilizzato il brand per coprire un altro tipo di ragionamento.
Quando l’idea era di lasciar spazio alla Fortis Murgia in D, bisognava fare in modo che il Potenza Sport Club rinunciasse all’Eccellenza per non essere fattore di disturbo. Tutto ha un prezzo, perché Postiglione avrebbe perso la titolarità dei rimanenti cartellini rinunciando al campionato di competenza e quindi ulteriori possibilità di monetizzazione. Soluzione pronta: mettere su la sceneggiata della cessione gratuita del brand all’amministrazione comunale (che c’è cascata), arrivando a concordare dietro le quinte con “Il Mio Potenza” – destinatario designato del brand da girare alla Fortis – una cifra per farsi da parte e iscrivere, magari sotto altra denominazione sociale, il Potenza Sc a un campionato inferiore. Poi tutto è fallito.
Alla resa dei conti: anche il “vecchio leone”, chiamiamolo così, si è rivelato un altro espediente di Postiglione. Un brand che non ha storia e valore, essendo stato creato solo qualche anno fa da Rocco Galasso in occasione del premio intitolato alla memoria di Luciano Masiero, portiere rossoblu degli anni della serie B. Chi ha argomenti per smentirci, faccia pure.
IL FUTURO E’ L’ATLETICO
Altri spunti ce ne sarebbero, ma chiudiamo qui. Il Potenza Sport Club non ha davvero più ragioni di esistere. Né affettive, né sportive, né storiche. Un marchio che non vale nulla non è stato utile per far accettare il trasferimento di un titolo di serie D, figuriamoci se può essere tollerato in Eccellenza associato a un titolo campano come quello del Tanagro (e su queste colonne il triangolo Lordi-Calce-Postiglione è stato teorizzato già in primavera, ndr). Come è accaduto dovunque, bisogna ripartire da un titolo sportivo nuovo, pulito. Potenza ha la fortuna di averlo già a disposizione, a parità di categoria con il Potenza Sc. E’ l’Atletico, che ha un titolo nelle condizioni per essere ritenuto futuribile e attrarre investimenti: senza debiti, senza pendenze giudiziarie, senza condanne per illecito. Serve uno scatto di maturità anche da parte della tifoseria, che in tanti suoi esponenti si sta dimostrando assai matura nell’approcciarsi ai problemi della città andando ben oltre la prospettiva della curva. Va portato avanti l’Atletico e va fatto morire il Potenza Sport Club, senza sé e senza ma. Altrimenti il calcio a Potenza non ripartirà mai.
Per chi non dà credito al nostro ragionamento, almeno il buon senso di guardare cosa è successo da altre parti: tutte le città che hanno perso il professionismo hanno visto rinascere il calcio in tempi brevissimi, grazie a titoli sportivi puliti. E’ una logica aziendale, oggi funziona così, anche dove una storia da difendere c’era realmente (il vecchio Avellino non era mai fallito, prima di ripartire dalla D; oggi quella società è in Prima Divisione grazie a due ripescaggi). Citiamo in ordine sparso, col rischio di dimenticare qualcuno: Mantova, Venezia, Perugia, Arezzo, Ancona, lo stesso Avellino, Salerno, Rimini, Brindisi, Cosenza. Tutti hanno capito come si fa. Perché solo noi no?

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