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di FRANCO CIMINO
Pur se il momento è di dolore e di tristezza, occorre domandarsi come sia stato possibile che un uomo come Mino Martinazzoli arrivasse al livello politico cui è giunto. Anche senza la proverbiale fatica che accompagna le carriere politiche. Sì, perché il bresciano di ferro, inteso più come freddezza di rapporti che come durezza di carattere, era un politico originale. Anomalo, direbbe il linguaggio corrente. Forse, la stessa domanda si potrebbe fare per la sua carriera forense, dove una figura signorile come la sua, tutta eleganza, finezza di modi, educazione, assenza di malanimo e pulita anche nel parlare, non sembra stare propriamente a suo agio. Eppure, quell’avvocato era sin da giovane considerato tra i più bravi, non solo in quella giurisdizione. E come uomo aveva fama di molto fascino, irresistibile alle donne, se lo avesse messo in atto finalizzandolo sopra il profondo amore che nutriva per sua moglie, unico dono prezioso in assenza di figli che non sono venuti. Mino era un po’ Aldo Moro, un po’ Cicerone, un po’ Platone e Maritain, un po’ Benigno Zaccagnini, un po’ qualsiasi altra figura che avesse intelligenza fine, parola aulica, letture a scaffali, moralità ferma. La sua forza e il suo limite si trovavano in questa straordinarietà personale. Essere la somma di tante parti e nel contempo non raggiungere mai un tutto definito, questa la sua doppiezza negli opposti. Perché il Martinazzoli che si aggiungeva in quel puzzle, e che il Mino Martinazzoli componeva, non bastava a realizzare le cose grandi che annunciava e iniziava. Se avesse avuto il pragmatismo di un Marcora, le ambizioni di un De Mita, la strategia politica di un Galloni, se fosse stato, insomma, anche un po’ di tutti loro, il lombardo meno lombardo e il bresciano più bresciano, sarebbe passato alla storia politica italiana quale un grandissimo. Insuperabile. L’uomo dei grandi disegni e non soltanto il politico delle grandi intuizioni. L’illuminato dalla morale e dalla ragione. E nel suo intimo dalla fede, che, dicono, l’abbia assistito durante il tempo della grave malattia e fino alla fine del suo respiro vitale. Mino Martinozzoli, invece, era un disincantato, forse perfino ingenuo. Un sognatore che, per pigrizia o paura, non allungava la mano per afferrare il sogno. Distaccato dal potere, il potere analizzava e quello lontano dal suo concepire rifiutava. Diffidava del potere economico e dallo stesso si guardava e lo stesso respingeva quando pretendeva di farsi politica, dopo averla condizionata. Fu questa idea, o ideologia del potere, oltre che l’orgoglio di appartenere a una storia politica esaltante, i cattolici democratici e la Democrazia Cristiana, che respinse, senza pensarci un attimo, la proposta di allearsi con il cavaliere di Arcore “disceso” in politica per salvare l’Italia dai comunisti. Se avesse accettato l’insistente proposta, il partito che aveva rifondato poco prima del ’94 sarebbe ancora in vita e lui avrebbe trascorso questi ultimi diciassette anni assiso ininterrottamente sulle più comode poltrone, compresa probabilmente quella di presidente della Repubblica. Ma il suo spirito gli faceva intuire, temendolo, tutto quel che poi è avvenuto nel Paese, con quella grande trasformazione, peggiorativa, della Democrazia, del potere, delle forze politiche, della leadership. Vide più lontano, ma non seppe andare oltre il passo che aveva fatto coraggiosamente, intelligentemente e con un senso delle istituzioni non comune, neppure nella tradizione democratico-cristiana che, al bene delle istituzioni e al valore dello Stato l’aveva educato. Di idealità, diciamo impropriamente, progressista, era annoverato nella sinistra democristiana ma non aveva mai organicamente appartenuto ad una sola delle sue correnti. Amava e studiava Aldo Moro e di lui aveva impresso nel suo carattere, già schivo alle appartenenze, quel senso dell’indipendenza che si impone ai pensatori, agli uomini di cultura, che hanno il dono dell’ascolto prima ancora che della parola. E ascolta, Martinazzoli, sì dagli altri ma anche da se stesso. E dalla propria coscienza morale, la prima categoria a cui rispondere, la prima autorità umana a cui obbedire. Nonostante quel suo carattere e questo filosofare, accettò di essere chiamato, nell’autunno del 1992, a guidare la fase più difficile della storia della Democrazia Cristiana, investita dal ciclone tangentopoli e dalla crescente sfiducia degli italiani. Lo fece con lo stesso spirito di accettazione di Benigno Zaccagnini diciassette anni prima, dopo la rovina elettorale e la nascita della prima questione morale nelle città “mal amministrate”. Con quel suo retroterra filosofico, sapeva che, come nell’antica Grecia di Platone, toccava ai filosofi reggere, provvisoriamente, le sorti della Città. Per portarla in porti sicuri dopo averla sanata dalla corruzione e dai cattivi reggitori dello Stato. Martinazzoli un’idea alta ce l’ha e ve ne mette dentro tante altre più piccole ma fondamentali. Salvare la Repubblica risanando lo Stato, attraverso il rinvigorimento e l’ammodernamento delle sue istituzioni e il rinnovamento della politica e dei partiti. Nessuno di questi obiettivi si sarebbe potuto realizzare senza la forza storicamente e politicamente più importante, la Democrazia Cristiana. Ma perché quest’ultimo, e primo passaggio, si potesse verificare occorreva mettere in pratica l’antico principio moroteo. Quello di rendere “la DC alternativa a se stessa”. Ciò sarebbe stato possibile recuperando i suoi grandi ideali e valorizzando, nell’apertura piena alla società civile e ai suoi mondi vitali, la migliore classe dirigente rimasta per decenni in naftalina a causa del mancato rinnovamento. Occorreva essere nuovi, secondo l’invito del cardinale Martini con la sua metafora evangelica del vino nuovo in otri vecchi. Occorreva di più risultare credibili e per esserlo sarebbe stato utile cambiare nome al partito. L’operazione politica più rischiosa e meno gradita dalla base, fu inserita genialmente in un nome fortemente evocativo e coraggiosamente innovativo. Partito Popolare Italiano in luogo di Democrazia Cristiana, fu la proposta che fece di lui l’ultimo segretario della DC e il primo del Ppi, con il nome che diede origine, per la mente di Sturzo, all’esaltante storia dei cattolici in politica. Era il 1994 e a questo progetto si legava quello del ricambio pieno della classe dirigente, specialmente parlamentare. Martinazzoli sapeva che il rinnovamento e autonomia del nuovo partito, avrebbero dovuto camminare insieme pur nel nuovo sistema elettorale a carattere bipolare, che imponeva falsamente di allearsi o con la destra o con la sinistra. Rifiutando l’alleanza con Berlusconi implicitamente imponeva la rinuncia ad alleanze a sinistra. Scelse di andare da solo (con Mario Segni all’inizio del suo inavvertito declino) e non soltanto per gelosia del proprio essere. Ma perché convinto dell’assoluta importanza di una forza centrale nel panorama politico in acritica trasformazione. Resistere, per esistere. Esistere per crescere. E cambiare il paese, salvaguardando la sua impalcatura costituzionale. Il Ppi raccolse alle politiche del ’94 l’undici per cento. Un consenso notevole in quelle circostanze. Non fu migliore soltanto perché le liste non presentavano dappertutto nomi nuovi, ma specialmente al Sud, i soliti vecchi occupanti la barca, anche nell’ultima mareggiata dell’affondamento. Deluso e stanco, forse autocolpevolizzandosi per il mancato rinnovamento annunciato, la notte stessa del risultato lasciò, con il solito vagone letto (aveva paura dell’aereo) Roma per raggiungere Brescia. Da lì, con un semplice fax, le irrevocabili dimissioni da segretario e il mai ritorno politico nella capitale. Martinazzoli, forse, non capì che in quel voto c’era metà vittoria. Invece, scelse di leggervi metà sconfitta. E per un uomo pieno di staordinarie metà, fu inaccettabile. O, forse, con lungimiranza sentiva l’inarrestabilità della solitaria cavalcata berlusconiana verso il potere “assoluto”. La base, che tanto l’amava e tanto credeva in lui, concepì quell’ultimo rifiuto come un abbandono. Del padre che lascia i figli nella difficoltà e nella desolazione. Non glielo perdonò. A ragione. Se solo avesse resistito un po’, se solo avesse accompagnato la nuova transizione, se solo avesse riconvocato una grande assemblea e con la sua oratoria fine e accattivante e ricca di logica persuasiva, avesse detto: “coraggio amici, la nave non è affondata, prepariamoci per nuove navigazioni”, l’Italia sarebbe diversa. La politica sarebbe un’altra. La classe dirigente, al governo e negli schieramenti, già da tempo non sarebbe più l’attuale. L’Italia oggi sarebbe un Paese migliore e più sicuro. Tuttavia, la sua lezione politica e le sue grandi idee restano. Qualcuno, in questa fase drammatica, farebbe bene a riprenderle.

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