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CARO sindaco,
sono nato in questa città (non dico di m…, usando il linguaggio del nostro presidente del consiglio, ma che può diventarla) 60 anni fa nella stessa casa dove era nato mio padre, a rione Castello. Ricordo la mia infanzia passata all’aria aperta davanti alla cappelletta dei Santi o il profumo di pane fresco del forno di mio zio. Adiacente alla cappelletta, c’era la porta della cantina di mia nonna dove alle 12 arrivavano tutti i muratori e i carpentieri, impegnati nella costruzione non solo della palazzina dove attualmente è ritornato l’Aci, ma anche dei palazzi Mancusi, Auletta, Angelucci e Cantisani. Acquistavano il classico tre quarti di vino e una gassosa Avena (allora non c’erano i frigoriferi e le bottigliette stavano in una conca insieme a dei grossi cubi di ghiaccio) e consumavano il loro pranzo preparato a casa dalle mogli. Si diffondeva nell’aria il profumo di peperoni fritti, “ciambotte” varie, salame e parmigiane. Noi bambini (non andavamo al centro estivo) che giocavamo liberi davanti casa a nascondino, a “preso-libero” e a calcio, con l’acquolina in bocca ci fermavamo a guardarli.
Spesso dicevo a mia madre che da grande volevo fare il muratore perché ero affascinato dalla felicità di questi onesti lavoratori che esprimevano con gli occhi, quando mangiavano tutto questo bene di Dio. Nessuno di loro era obeso e non andavano in palestra o a correre intorno al lago di Pantano. I palazzi che costruivano da una parte diedero tanti posti di lavoro e fecero guadagnare anche tante lire a mia nonna, zì Carolina; dall’altra parte, invece, tolsero spazio vitale a noi bambini che per giocare andavamo nel campetto della chiesa di Sant’Anna, dove ci accoglieva don Colucci (gratis) oppure nel campo di Francioso, dove attualmente c’è il tribunale.
I nostri genitori non si preoccupavano più di tanto. Dicevano di stare attenti solo agli zingari, perché rubavano i bambini. Io da casa mia andavo a scuola in via del Popolo a piedi fin dalla prima elementare e via Vaccaro era tutto un cantiere di palazzi in costruzione. In quegli anni uscì la canzone di Celentano “Il ragazzo della via Gluck”. Pensavamo che la denuncia riguardasse solo Milano. Non avevamo capito che Potenza se la batteva alla pari.
Io da piccolo , sempre a Pasquetta, andavo nei prati di Betlemme vicino la chiesa e l’attuale Ferriera. Con i miei figli piccoli il lunedì dell’angelo andavamo alla Sellata (non c’erano ancora i pozzi petroliferi). Con i miei nipoti, se verranno (visto le politiche sul lavoro e sulla famiglia) emigreremo in altre regioni o nazioni.
Grazie, signor sindaco, per aver dato continuità a questo progresso e per non aver determinato nessuna inversione di tendenza. I bambini vanno a scuola in suv, giocano in palestre coperte e riscaldate come tanti polli di allevamento. Passeggiano mano nella mano con i genitori in via Vaccaro, viale Dante, via Mazzini, viale Marconi, leccando il gelato crema fragola e gas di scarico che esce senza oneri dalle marmitte delle auto e dei pullman. I vecchi pensionati fanno sui nostri marciapiedi passeggiate salutari. Anzi vanno sulle scale mobili frequentate da pochi cittadini e ritornano bambini sulle giostre con la differenza che da piccoli pagavano mentre oggi è tutto gratis. Che progresso!
Grazie, signor sindaco, per non aver chiuso il centro storico al traffico di aver accontentato i commercianti. A proposito, cari commercianti, perché non mettete i tagliacode con i numeri? Fra poco molti potentini, grandi camminatori, saranno così grassi che per farli entrare nei vostri negozi chiamerete il carroattrezzi per portarli dai numerosi parcheggi fino al vostro registratore di cassa.
Grazie, signor sindaco, per aver favorito l’esodo di tanti potentini a Pantano e per aver contribuito alla costruzione della pista ciclabile che parte dalla stazione inferiore della calabro lucana e, percorrendo la vecchia strada senza binari, arriva al lago! Che bella passeggiata ecologica facciamo, quando in bicicletta da Potenza percorriamo la strada e dopo la galleria, dove stazionano in pieno giorno le mignotte, affrontiamo la salita! Tutto questo è stato possibile, perché il Comune di Potenza, la Provincia di Potenza, il Comune di Pignola e la Regione Basilicata sono governati da esponenti dello stesso partito. Che fortuna è vivere in una famiglia unita!
L’altro giorno l’ho incontrata mentre correva intorno al lago. Attento ai tendini, alle articolazioni e alla colonna vertebrale, perché lungo il percorso c’è l’asfalto al posto della terra battuta. Se decidesse di passare alla bicicletta, attento ai cordoli di cemento armato dove ci sono le luci basse per non disturbare il sonno delle folaghe, delle anatre degli aironi e delle carpe. Penso che il posto ideale per un bambino che vuole imparare ad andare in bicicletta sia il circuito di Pantano. Al secondo posto via Pretoria e al terzo posto viale Dante. Perché non si organizza la raccolta di tanti copertoni vecchi da mettere incollati al cordolo di cemento armato? Sarebbe un tocco di classe estetico in sintonia con la cava e un tocco di classe olfattivo in armonia con il pozzo petrolifero che si trova ad un chilometro e mezzo dall’hotel della Maddalena, presso la Sellata.
Perché non mettiamo nel lago anche una piccola discarica? Il Consorzio di sviluppo industriale, che ha curato la recinzione del lago con rete metallica e cemento e che si occupa della pulizia, potrebbe così risparmiarsi la fatica di togliere le erbacce e tutti i fazzoletti, i preservativi, le bottiglie di birra e i contenitori delle pizze che i giovani potentini (per fortuna non tutti), educati con il metodo dell’allattamento a richiesta e ignorando la presenza dei bidoni della spazzatura presenti, buttano a terra, perché così sono stati educati dai loro genitori. Quando noi maestri rimproveriamo i loro figli, perché nell’aula, in presenza del cestino, buttano a terra di tutto e nel bagno fanno cadere l’urina a terra, immediatamente si presentano a scuola e candidamente dicono: «E le bidelle che ci stanno a fare?». Questi stessi genitori (per fortuna non tutti), quando vengono chiamati dalla polizia alle tre di notte per andare a prendere il figlio adolescente, trovato nei vicoli del centro storico ubriaco, se tutto va bene, affermano candidamente: «Perché non ce li portate a casa?».
Grazie, signor sindaco, per tutta l’opera preventiva svolta al fine di educare genitori e figli alla salute e al senso civico, rischiando di urtare la loro suscettibilità e di perdere il consenso elettorale! Considerando poi che spesso questi genitori sono professionisti, imprenditori e possidenti (visto le somme di denaro che i loro figli hanno in tasca), in poche parole uomini che contano, il rischio di perdere il loro consenso è alto. Le ho scritto questa lettera solo perché ho la speranza, dopo averla visto correre a Pantano, che dentro di lei c’è ancora qualcosa di buono e che può diventare uno di noi. Capisco che siamo ancora una minoranza e che un politico si adatta alla cultura della maggioranza degli elettori. Io e lei facciamo un lavoro diverso anche se so anche che molti miei colleghi maestri-istruttori e tanti dirigenti scolastici politicamente hanno imparato ad accontentare il cliente anche loro ed hanno rinunciato al loro ruolo di educatori, insegnanti ed allenatori.
I danni di questo clientelismo, però, sono sotto gli occhi di tutti e sto molto apprezzando il tentativo del direttore del Quotidiano di rompere questo sistema che fa acqua da tutte le parti.
Coraggio signor sindaco, lo sa perfettamente che sono in pochi, ormai, che si possono permettere di dire a pieni polmoni: «Tutto bene, tutto a posto». Io non desidero prendere il suo posto e né sostengo altri che vorrebbero andare a governare il Comune di Potenza. Non sono, inoltre, un cane sciolto, semplicemente perché non sono stato mai stato legato. Il mio posto di lavoro l’ho guadagnato senza ricevere favori e me lo sono sudato come quando vincevo le partite di tennis. Non faccio come i miei allievi che si fanno raccomandare per avere il numero 10 sulla maglia della squadra di calcio, oppure fanno venire i loro genitori perché sono stati in panchina un minuto più degli altri o per essere stati rimproverati a causa di un comportamento scorretto.
Quando disputavo le partite di tennis (anche i miei figli) non ho mai messo sulla sedia l’arbitro amico. Non mi sono mai sognato di farmi spostare di banco, perché mi era antipatico il compagno e i miei genitori non sono mai andati a scuola a contestare un cattivo voto. Oggi sono molte le mamme che si lamentano, accompagnate anche da alcuni pediatri, perché i loro figli somatizzano. Così come hanno tolto il servizio militare, le mamme veline possono far eliminare le scuole e le palestre e far studiare e giocare comodamente i loro pargoletti a casa con il compiuter. Un giorno un bimbo, all’inizio dell’anno sportivo, mi disse: «Mister, perché con il computer riesco a fare tanti gol e in palestra no?». Lo spostai in un gruppo di bambini più piccoli e finalmente riuscì a fare un gol. Il giorno dopo arrivò la Barbie e mi disse: «Mister, perché ha spostato mio figlio? Questo è un orario scomodo che non mi consente di andare dal parrucchiere?». Io molto diplomaticamente le feci un’altra domanda: «Signora, lei ha più cura dei suoi capelli o di suo figlio?». Quel bambino non l’ho più visto. Rimprovera uno stolto ed egli ti odierà. Rimprovera un saggio ed egli ti amerà.
Caro signor sindaco, sono sicuro che per cambiare la musica non è opportuno cambiare i musicanti. E’ necessario, invece, che l’anziano musicante rompa il sistema e si converta. Se non parla e non prende decisioni impopolari proprio lei che fra poco andrà in pensione come sindaco, chi lo deve fare? Un sindaco di primo pelo? Se poi tiene ancora a questa poltrona o aspira a far carriera, è giustificato. Attento, però, perché l’ho vista alla processione del Corpus Domini, a braccetto con Colombo e seguito, e un giorno dovrà rendere conto non ai suoi elettori ma a Dio.

Matteo Castello

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