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Sull’importante ruolo che le donne rivestono all’interno della ‘ndrangheta calabrese, il 62,3% dei cittadini meridionali concorda con quanto dichiarato dal Sostituto procuratore della Dda di Reggio Giuseppe Lombardo ovvero che «La moglie del boss latitante è l’alter ego del capo, ne assume di fatto il posto. Non si possono più fare indagini moderne trascurando l’altra metà del cielo».
Il 44,3% delle donne è convinta che il ruolo femminile nella ‘ndrangheta si sia evoluto. Tali dati sono emersi da una ricerca condotta da Euromedia Research, e presentati oggi a Reggio Calabria al convegno «L’altra metà della ‘ndrangheta: le donne, le cosche, il potere» promosso dalla Fondazione Bellisario.
L’immagine che la maggioranza del target associa alle donne della ‘ndrangheta è quella che immortala le mogli dei boss arrestati che inveiscono contro le Forze dell’Ordine (23,9%), donne fredde e tutte d’un pezzo, indurite dalla violenza con cui convivono, e che difendono l’onore della propria famiglia (17,4).
E la maggioranza degli intervistati non esita ad attribuire alle donne un ruolo attivo: «risorsa operativa e forza lavoro qualificata» per il 28,7% e «strumento per sostenere e difendere i valori della cosca» per un altro 20,6%. Tra le attività che secondo il campione vedono le donne assolute protagoniste, l’83% indica quelle collegate alla gestione e all’amministrazione del denaro.
Nelle definizioni fornite dal campione, le donne della ‘ndrangheta sembrano collocarsi in una sorta di «terra di mezzo»: non sarebbero artefici, nè tantomeno vittime, ma complici consapevoli (30,1%) e testimoni silenziose (18,1%). Tanto che per il 51% degli intervistati le donne non rappresentano l’anello debole della mafia calabrese ma una parte ormai integrante del suo meccanismo di potere. Secondo il 35,8% degli intervistati, la donna diventa parte della struttura criminale non tanto per una scelta ma per i condizionamenti del contesto di illegalità in cui vive e cresce e solo il 4,2% dei meridionali ritiene che si tratti di una decisione frutto della volontà femminile. Le donne trasmettono i codici mafiosi ai propri figli e ne sono a loro volta condizionate e irretite, senza possibilità di fuga.
Quanto alla speranza di un cambiamento, le opinioni segnano una significativa divaricazione: se al Nord il 43,7% del campione non vede nelle nuove generazioni di donne appartenenti alle famiglie della ‘ndrangheta una maggiore propensione a collaborare con la giustizia, giustificata dall’impossibilità di queste giovani donne di ribellarsi al proprio destino e ai vincoli imposti dalla famiglia e dal contesto di origine, il 41,8% dei meridionali è convinto del contrario e identifica nella nuova generazione di donne la speranza di sconfiggere la ‘ndrangheta.
Lella Golfo (nella foto) parlamentare del Pdl e Presidente della Fondazione Bellisario nel corso del convegno ha affermato: «gli esperti concordano che le donne di ‘ndrangheta sono ormai donne istruite che trasferiscono i latitanti e trattano l’acquisto di armi, gestiscono conti correnti, fanno operazioni finanziarie, vigilano sulle estorsioni, creano imprese. E, soprattutto, sono donne che educano i loro figli alla vendetta, che trasmettono loro i codici mafiosi. Madri che offrono all’esercito della ‘ndrangheta una generazione cresciuta nell’illegalità e che nell’illegalità cerca e trova il proprio futuro».
La Golfo inoltre ha commentato: «Al Sud permane con forza la consapevolezza che esiste l’altra faccia della ‘ndrangheta al femminile e la ricerca ci conferma che è da lì che dobbiamo partire. Condannando con forza le donne che restano dall’altra parte e ‘illuminandò i tanti esempi positivi: le collaboratrici di giustizia, le donne delle istituzioni e forze dell’ordine, le imprenditrici che si ribellano al pizzo, i sindaci che sfidano la criminalità.
L’antimafia – conclude – non riguarda pochi eroi e ognuno di noi deve sentire dentro di sè l’obbligo della conoscenza, il dovere civile della denuncia e dell’insegnamento, perchè da quest’impegno condiviso dipende il futuro delle giovani generazioni meridionali».

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