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Il gip di Milano Giuseppe Gennari, interrogherà oggi Giulio e Francesco Lampada, Leonardo Valle e Raffaele Ferminio, accusati di associazione di tipo mafioso. Venerdì verranno sentiti invece il consigliere regionale della Calabria Francesco Morelli, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, e il giudice del Tribunale di Reggio Calabria Giuseppe Vincenzo Giglio, che verranno trasferiti in carcere a Milano.

I PERSONAGGI CHIAVE DELL’INCHIESTA
Sono sei i personaggi chiave dell’inchiesta della procura di Milano sull’attività della ‘ndrangheta nella zona del capoluogo lombardo:
Giulio Lampada gestiva alcune società di slot machine e, secondo l’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Giuseppe Gennari con al centro la cosca dei Valle-Lampada, “manteneva i contatti con le famiglie mafiose di Reggio Calabria» rapportandosi principalmente con lo zio, Giacinto Polimeni. Utilizzava anche «i domicili di quest’ultimo per incontri e riunioni con personaggi inseriti nei gangli vitali della società civile» e manteneva «contatti con appartenenti all’amministrazione giudiziaria in modo da ottenere favori».

Raffaele Ferminio coordinava le attività nel campo delle slot machine. Avrebbe contribuito alla campagna elettorale del cognato, Leonardo Valle, a Cologno Monzese, «partecipando a riunioni operative precedenti e successive al summit di ‘ndrangheta del 23 maggio 2009», nel Milanese.

Francesco Morelli, consigliere regionale della Calabria, e presidente della II Commissione Bilancio, programmazione economica e attività produttive, avrebbe incontrato pi— volte Giulio e Francesco Lampada in Calabria, a Milano e a Roma, sia “per questioni legate alla concessione a livello nazionale dei Monopoli sia per questioni elettorali in vista di competizioni nazionali e locali». Partecipava, come spiega il gip, al capitale di società facenti capo ai Valle-Lampada nel settore delle lotterie e delle scommesse, come Andromeda, Orion Service e Pegasus.

Vincenzo Minasi, avvocato del Foro di Palmi con studi legali a Milano, a Como e a Palmi, collegati con uno studio di Lugano, avrebbe elaborato strategie «tese a salvaguardare l’ingente patrimonio accumulato dai sodali con attività illecite e a evitare il loro coinvolgimento in vicende giudiziarie», mantenendo anche i rapporti «con fonti milanesi e calabresi dalle quali riceve documenti riservati».

Vincenzo Giglio, medico calabrese, aveva messo in contatto i fratelli Lampada con il consigliere regionale Francesco Morelli, ricoprendo il ruolo di «collegamento tra i membri del sodalizio e ambienti istituzionali, politici e imprenditoriali».

Il cugino, il giudice Vincenzo Giuseppe Giglio, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria e già presidente della sezione del Tribunale di Palmi, avrebbe «fornito notizie coperte dal segreto a Giulio e Francesco Lampada incontrandoli nella propria abitazione».

A CIASCUNO IL SUO
Cosa ottenevano gli indagati dalla criminalità organizzata? Al magistrato Giuseppe Vincenzo Giglio un posto di lavoro per la moglie, al consigliere regionale del Pdl Francesco Morelli il sostegno politico, al gip di Palmi Giancarlo Giusti i soggiorni milanesi con escort e ai clan che puntano a dominare il mercato del videopoker informazioni riservate sulle indagini.
Tutti avevano un ruolo e un tornaconto nello scenario che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giuseppe Gennari che ha portato all’arresto di una decina di persone vicine alle cosche dei Valle e dei Lampada, nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalle Dda di Milano e Reggio Calabria.
La ‘ndrangheta, scrive il gip milanese, in questo contesto, insegue come scopo la soddisfazione degli «interessi individuali» attraverso «un sistema di regole che crea vincoli tra gli aderenti e opportunità d’azione per gli stessi, con forme di solidarietà collettiva e di stringente cooperazione…».
Per questo il terreno principale nel quale agiscono i protagonisti di questa indagine è quella che il giudice definisce la «zona grigia», in cui maturano «le relazioni abilmente costruite dai Lampada con esponenti della vita sociale, politica e professionale».
E nelle oltre 800 pagine di accusa non manca un riferimento al Vaticano, dove viene battezzato il figlio di un boss dei Lampada e sul quale «si allungano le mani della famiglia mafiosa». Il personaggio più insospettabile è il presidente della sezione misure di prevenzione presso il Tribunale di Reggio Calabria, Vincenzo Giglio. Esponente di spicco di Magistratura Democratica, attivo nelle iniziative anti – mafia, da ‘toga’ ha sequestrato in passato un miliardo alle cosche. Da oggi è in carcere con le accuse di corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento personale, aggravato dalle finalità di favorire l’azione mafiosa.
Gli indagati lo indicano come «fonte di notizie», «personaggio avvicinabile per avere favori relativamente a procedimenti di prevenzione», «notoriamente corrotto». Accanto a lui, a dirigere le operazioni nella zona grigia, spunta il politico Morelli. Tra i due c’è un «consolidato rapporto affaristico in cui non secondaria è la squallida vicenda della finta solidarietà a Pignatone», il procuratore reggino vittima di un attentato. Morelli soddisfa le ambizioni della moglie di Giglio ‘piazzandolà alla Asl di Vibo Valentia e il magistrato lo ricompensa fornendogli notizie giudiziarie riservate quando teme che si possa bruciare la sua carriera politica.
Per accreditarsi negli ambienti criminali Morelli spende la carta di uno sponsor politico eccellente, Gianni Alemanno. Il sindaco di Roma «non aveva idea di chi fossero i Lampada» ed è estraneo all’inchiesta. Il cotè politico che emerge dall’ordinanza è molto ricco. Giulio Lampada e Leonardo Valle avrebbero «ostacolato il libero esercizio del voto, facendo confluire preferenze sui candidati più vicini» in numerose competizioni elettorali in Lombardia e Calabria.

LE INTERCETTAZIONI
Dopo una lettera di minacce arrivata al Procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, il 27 maggio 2010, il magistrato di Reggio Calabria Vincenzo Giuseppe Giglio al telefono, intercettato, con Francesco Morelli, il consigliere regionale calabrese del Pdl, parla di una «mossa (…) abile» ossia di una iniziativa di solidarietà da preparare, perchè queste iniziative «fanno fico». Il particolare emerge dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Milano Giuseppe Gennari.
In una telefonata intercettata il 29 maggio 2010, il consigliere regionale calabrese, parlando con un’altra persona, spiega: «prepariamo una bella mozione di solidarietà ai colleghi… Domani faccio… il grande di culo… come si suol dire la presento in Consiglio regionale… tanto non ci pensa nessuno». In una telefonata tra Giglio e Morelli, il magistrato calabrese la definisce «una mossa… voglio dire, da un lato corretta (…) profondamente istituzionale e dall’altro abile». E sempre nella stessa intercettazione Giglio parla di “iniziative concrete, di quelle che fanno… come dire, direbbe un mio amico ‘fanno ficò».
Il 30 maggio 2010, stando sempre all’ordinanza, Giglio invia una mail a Morelli «relativa ad una bozza di mozione da fare al Consiglio regionale, sulla solidarietà da dare ai magistrati». L’e-mail, scrive il gip, «rappresenta l’aspetto patologico del coinvolgimento del Giglio nell’attività politica del Morelli». Giglio, come ricorda il giudice, scrive nella e-mail: «Caro Franco, ligio al dovere e sebbene ancora in preda ai fumi dell’alcol tracannato in grandi quantità nel relax eoliano, ti invio il contributo che mi hai chiesto. Servitene pure come meglio credi».

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