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La Procura di Cosenza, nella persona del pubblico ministero Donatella Donato, ha chiuso le indagini sulla morte di un giovane di Lamezia Terme, Pietro Ammendola (in foto), chiamando in causa sei medici in servizio presso l’ospedale civile dell’Annunziata: Pietro Aiello, Francesca Guido, Antonio Lombardo, Paolo Piro, Francesco Reda e Francesco Salerno. L’accusa è omicidio colposo. I medici risultano indiziati per «avere per colpa, consistita in imprudenza e imperizia, e sottovalutando tutti l’obiettività clinica del paziente, e i dati delle analisi strumentali – tutti segni della importante emorragia interna in atto, sottovalutando in particolare l’ipoperfusione generalizzata dovuta a una fonte di emorragia non tamponabile con i trattamenti trasfusionali – ritardando così la laparatomia esplorativa, unico trattamento in grado di accertare e risolvere tempestivamente la lesioni vascolare, cagionato a Pietro Ammendola un arresto cardiocircolatorio per insufficienza multi organo da shock emorragico conseguente a voluminoso ematoma retro peritoneale da lacerazione dell’iliaca comune di destra in soggetto già sottoposto a intervento di by-pass iliaco, con conseguente morte…».
Secondo l’accusa, la condotta messa in atto dai sei medici è da ritenersi colposa. La morte di Ammendola, 36 anni, guardia giurata, risale al primo febbraio dello scorso anno. L’uomo era stato trasferito, con una diagnosi di «shock in paziente con fissurazione aorta addominale», dall’ospedale di Lamezia a quello di Cosenza verso la fine di gennaio 2011. Le condizioni del giovane, almeno così fu detto in sede di denuncia, erano gravi.
Nell’immediatezza però i sanitari dell’Annunziata non decisero per l’intervento, che fu eseguito – secondo il pm con colpevole ritardo – due giorni dopo, a seguito dell’aggravarsi delle condizioni del paziente. Ammendola rimase in sala operatoria per cinque ore. Ma i chirurghi non riuscirono a salvarlo. Morì, lasciando la moglie e la figlia di soli quattro anni. Seguì l’apertura dell’inchiesta, col pm Donato che proprio in questi giorni ha chiuso le sue indagini. I medici sotto accusa hanno ora i classici venti giorni di tempo per chiedere di essere interrogati o produrre documenti. Secondo l’accusa hanno ritardato colpevolmente l’intervento, sottovalutando il quadro clinico.

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