X
<
>

Share
9 minuti per la lettura

MELFI – Dalla fabbrica modello, all’inferno. Il passaggio alla Fiat di Melfi è stato breve. Tanto breve che per qualcuno non è rimasta neanche una briciola dell’orgoglio iniziale di appartenere al più grande gruppo italiano di auto. La dignità di un lavoro ha lasciato il posto all’esasperazione che scandisce la giornata di molti operai. «Alla Sata tutto è cambiato», dicono. E raccontano di uno scontro quotidiano che sarebbe alimentato dall’azienda contro degli operai. O meglio, contro alcuni di loro: quelli con la tessera della Fiom Cgil in tasca. La sensazione è che per l’azienda siano loro i nemici da combattere. La colpa sarebbe quella di far parte del sindacato più radicale. Quello che non ha firmato l’accordo a Pomigliano e il nuovo contratto che sostituisce quello collettivo nazionale. Tutto esplode con il caso dei tre operai della Sata licenziati a luglio del 2010. Un provvedimento che a qualcuno da subito è sembrato come una lezione per far comprendere che le cose in fabbrica dovevano andare in un certo modo. Erano i giorni della fusione con Chrysler e del progetto Fabbrica Italia. Era il momento di dare un segnale. Quello che Marchionne avrebbe ufficializzato da lì a poco davanti a milioni di italiani: «In Fiat non c’è spazio per chi tenta di mettere i bastoni tra le ruote».
Da allora il clima sarebbe peggiorato di giorno in giorno. Per chi ha testimoniato al processo a favore dei tre operai, per chi ha dato loro sostegno e ha partecipato a quegli scioperi, le cose all’interno dello stabilimento sarebbero cambiate dal giorno alla notte. Operai malati spostati in postazioni dove non potrebbero stare, mettendo ulteriormente a repentaglio la propria salute. Colleghi isolati, costretti a umiliazioni. Vietato chiedere spiegazioni, vietato contestare. Per mantenere «l’ordine», il gestore operativo sarebbe arrivato anche alle minacce di morte. «Ti taglio la testa e la metto in piazza», dice Francesco Tartaglia a un operaio che chiede i motivi per i quali è stato messo in un angolo dello stabilimento, a far nulla. E’ lo stesso Tartaglia che quella sera di luglio di un anno e mezzo fa contestava il sabotaggio a Giovanni Barozzino, Marco Pignatelli e Antonio Lamorte. Quaranta giorni prima di quel provvedimento, che poi portò al licenziamento dei tre, Barozzino aveva ricevuto un sms inviato da un collega: «Stai attento a quel Tartaglia. E’ pericoloso. Non rimanere mai solo con lui». Il blocco del carrello sarebbe stato quindi un pretesto per liberarsi del delegato sindacale più votato della Fiom, insieme ad altri due colleghi dello stesso sindacato. Il giudice di Melfi, Amerigo Palma, che ha emesso la sentenza di primo grado non ha creduto a questa ricostruzione. Ora sarà la Corte d’Appello di Potenza (la prossima udienza è fissata per giovedì 23 febbraio) a esprimersi sul ricorso presentato dalla Fiom. Ma nel frattempo, a Melfi, gli operai, quelli vicini al sindacato di Landini, hanno deciso di non subire più. Alcuni hanno già denunciato. E per dare sostegno alle denunce si sono muniti di un registratore. Serve a catturare e memorizzare per sempre le prepotenze che sarebbero costretti a subire quotidianamente. Nelle registrazioni che abbiamo potuto ascoltare ce n’è abbastanza per comprendere che la situazione non è affatto normale. Alcuni contenuti sono già stati diffusi dalla trasmissione di Santoro “Servizio pubblico” e dall’Espresso on line. Mentre il Quotidiano è venuto in possesso di nuova una registrazione esclusiva. A parlare al telefono un capo Ute e un operaio. Il primo accusa il secondo. Lo avvisa che dovrà prendere un provvedimento nei suoi confronti. Cosa ha combinato l’operaio? Si è macchiato della grave colpa di aver avuto un infortunio sul lavoro. «Hai sbagliato – gli dice il primo – Hai combinato un bel casino. In questa fabbrica infortuni non ce ne devono essere».

*343169«Qui infortuni non ce ne devono essere»
L’operaio che effettua la registrazione è un iscritto Fiom, con 17 anni di esperienza lavorativa in Sata. E’ stato vittima di un infortunio sul lavoro. Mentre stava lavorando nel suo reparto è scivolato all’indietro, battendo la testa a terra. Molto probabilmente a causa del decerente, una protezione che viene messa sulle auto. A causa del colpo l’uomo perde i sensi. Viene trasportato dal personale del 118 all’ospedale più vicino, quello di Melfi. Necessari gli accertamenti del caso. Nel frattempo viene aperta la pratica per l’infortunio sul lavoro. Qualche giorno dopo il suo capo Ute lo chiama sul cellulare. In pugliese stretto gli dice che ha fatto un errore. E che ci saranno delle conseguenze. «Quando torni succede un casino – gli dice – Lo sai com’è qui: se fai un infortunio scattano le molle. Queste cose non devono succedere». All’altro capo del telefono l’operaio prova a spiegare, con toni pacati, che non è colpa sua se è scivolato. «Tu hai sbagliato – gli risponde l’altro – Dovevi dire che avevi avuto un malore. Avevi la pressione alta. Dovevi andare in ospedale e dire che sei svenuto. Tu mi dovevi chiamare e ci pensavo io a risolvere le cose». L’operaio prova inutilmente a spiegare che è rimasto in stato di incoscienza a lungo, senza riuscire ad avvisare neanche mogli e figlia. «E allora – fa l’altro – chiudi l’infortunio e mettiti in malattia. D’ora in poi le cose qua dentro cambiano per te. Io ti ho dato fiducia e tu mi fai questo? Tu lo sai come sono questi. Sono tutti in fibrillazione. Mo, quando torni, come minimo ti devo fare una contestazione. E non pensare che potrai continuare a fare i turni che vuoi. Qui infortuni non ce ne devono essere. Perché questo deve essere uno stabilimento sicuro». Lo stabilimento sicuro di cui parla il capo Ute è lo stesso dove – come ammesso dallo stesso medico aziendale della Sata – il 50 per cento dei lavoratori riporta limitazioni fisiche a causa del lavoro. In più di venti minuti di conversazione, il capo Ute nemmeno una volta chiede all’operaio come stia dopo aver subito l’infortunio subito.

*343169«Ti stacco la testa e la metto in piazza»
Ivan Calò ha riportato una limitazione fisica a causa di un infortunio sul lavoro. Al suo rientro in fabbrica, non viene più messo nella postazione iniziale, ma chiuso per quasi due mesi, nel box del capo Ute a fare poco o nulla. Insieme ai rappresentanti sindacali si reca dal Repo, ovvero il responsabile del personale, titolato a gestire i rapporti tra lavoratori e azienda. Gli chiede spiegazioni del perché sia stato confinato in quel piccolo box, senza nessuna mansione. Ma il gesto non viene gradito dal gestore operativo Tartaglia, lo stesso che a luglio dello scorso anno contestò il blocco del carrello ai tre licenziati dalla Fiat. Il suo tono, nei confronti, del lavoratore è arrogante e presuntuoso. Gli contesta di essersi rivolto al sindacato e al Repo. «Forse non hai capito che qui comando io. Devi stare fermo in quella posizione, non ti devi muovere neanche per le pause, fin quando non te lo dico io. Sono io che decido cosa fare e in quale angolo di mondo spedirti». Parole che Tartaglia, pronuncia anche davanti al responsabile del personale. Quest’ultimo non replica e va via. Il che mette in discussione la stessa testimonianza di Tartaglia che nel processo di primo grado contro i tre licenziati ha dichiarato di non essere lui a interagire con i lavoratori. Con Calò afferma esattamente il contrario: «Sono io che decido che fine farti fare – dice Tartaglia – e tu non ti muovi da qui fino a quando non lo dico io». Anche in questo caso la colpa del lavoratore è aver partecipato allo sciopero della Fiom. Tartaglia non ne fa mistero. «Tu mi hai tradito. Io ti ho fatto una favore e tu hai fatto sciopero». Ma l’aggressione verbale non si limita a questo. Tartaglia passa alle minacce: «Tu forse non hai capito con chi hai a che fare. Se mi crei problemi sono guai. E mica qua dentro. No. Ti aspetto fuori. Informati su chi sono io. Ti stacco la testa e l’appendo in piazza. T’incendio».

«Siete stati puniti perché iscritti a quel sindacato»
Marco Forgiane ha avuto un tumore ai polmoni ed è stato anche operato. Per lui, divieto di lavorare a contatto con polveri sottili o sostanze in qualche modo pericolose. E alla Sata era stato assunto come categoria protetta e lavorava in catena di montaggio da sette anni. Fino a quando, Marco, come altri collegi Fiom, va a testimoniare a favore dei tre operai licenziati a luglio del 2010. L’azienda, insieme ad altri operai della Fiat, lo sposta al reparto “Lastratura”, a contatto con vernici e solventi. Quando prova a chiedere al suo caporeparto, spiegandogli che così peggiorerà irrimediabilmente il proprio stato di salute, questi gli risponde: «Mi dispiace ma voi avete sbagliato. Appartenente a quella sigla sindacale (il riferimento è alla Fiom Cgil ndr). Siete stati puniti, non è per altri motivi che vi trovate qui». Il gestore operativo fa esplicitamente riferimento al rapporto dell’operaio in questione con il collega Barozzino.

I licenziamenti
Torniamo alla vicenda del licenziamento dei tre operai per i fatti accaduti a luglio del 2010. Per giovedì prossimo è fissata la nuova udienza in appello. Tra i documenti prodotti dai legali dei tre operai c’è anche un sms che venne inviato a Giovanni Barozzino, qualche settimana prima che accadesse il tutto, in cui gli si diceva di stare attento a Tartaglia. «Stai attento a quello, è pericoloso. E non rimanere mai solo con lui», c’è scritto nell’sms. Ma soprattutto, tra i documenti, ci sono dei tabulati telefonici che dimostrano che Barozzino, alle 2 e 24 di quella notte, quando viene contattato da Pignatelli, si trovava ancora nell’altro reparto e non in quello in cui si è verificato il blocco del carrello. Eppure, nella lettera di contestazione inviata dall’azienda, si dice che Barozzino, insieme agli altri due colleghi, Pignatelli e Lamorte, si trovava lì già alle 2 e 20. Nella stessa contestazione si scrive che “la condotta illecita continuava sino alle 2,30”. I legali della Fiom calcolano in almeno due minuti il tempo necessario a Barozzino, dopo la telefonata ricevuta alle 2 ,24, per spostarsi dal suo reparto a quello dove si trovavono gli altri. Quindi, sarebbe rimasto pochissimo tempo per rendersi responsabile di quanto contestato dall’azienda. Quella di Tartaglia, quindi, sarebbe stata una provocazione voluta. Del resto, già quella notte, nove delegati di diverse sigle sindacali presenti, misero nero su bianco: “nel corso di uno sciopero proclamato contro i carichi di lavoro, gli operai venivano raggiunti dal gestore operativo dell’officina, il quale si rivolgeva con atteggiamenti provocatori”. Versione che poi fu ribaltata da alcuni delegati sindacali presenti quella notte e firmatari del documento. In maniera anonima rilasciarono interviste al periodico “Panorama” che titolava: “Gli eroi bugiardi”. Eppure, quella notte tutti avevano condiviso la versione di Barozzino, Lamorte e Pignatelli.
Ora sarà il giudice della Corte d’Appello, che potrebbe già pronunciarsi il prossimo giovedì, a stabilire come andarono i fatti.

MARIATERESA LABANCA

Share

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

Share
Share
EDICOLA DIGITALE