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Consulenze “inutili” a via Verrastro: annullata l’assoluzione per l’ufficio di presidenza 2005
Crolla l’immunità dei consiglieri
Bubbico, Digilio, Mastrosimone, Flovilla e Nardiello e l’ex dg Ricciardi tornano in Corte dei conti
di LEO AMATO
POTENZA – Altro che immunità riservata all’esercizio delle prerogative costituzionali di un’assemblea legislativa. Chi spende soldi pubblici deve renderne conto anche se è membro di un parlamentino come quello di via Verrastro. Perché tra il voto su una decisione da cui dipendono i destini di centinaia di migliaia di cittadini e quello per una consulenza di dubbia utilità ce ne passa eccome.
Lo ha ha stabilito nei giorni scorsi la prima sezione d’appello della Corte dei conti accogliendo il ricorso presentato dal vice procuratore della Basilicata Ernesto Gargano contro la sentenza dei giudici di primo grado che quasi tre anni fa si erano spogliati delle accuse nei confronti dell’ufficio di presidenza 2005 del Consiglio regionale composto dal senatore Filippo Bubbico, dall’attuale assessore all’agricoltura Rosa Mastrosimone e gli ex consiglieri Egidio Digilio, Giacomo Nardiello e Antonio Flovilla. Oltre che dell’ex dg Francesco Ricciardi. 
Al centro c’è la delibera del 20 dicembre con cui veniva affidato a un consulente esterno, ovvero l’avvocato Paolo Albano, l’incarico di elaborare un progetto di riorganizzazione del Consiglio regionale per una spesa di 23.869 euro. Una decisione in violazione di legge secondo l’accusa, perchè carente del «presupposto dell’assenza di risorse umane all’interno dell’amministrazione in grado sotto il profilo quali-quantitativo di svolgere l’attività affidata al consulente esterno». In pratica all’interno degli uffici del Consiglio in quel periodo prestavano servizio 87 dipendenti, tra i quali 9 dirigenti e 46 funzionari con qualifica direttiva, che «in considerazione del titolo di studio posseduto e della figura professionale rivestita», secondo la procura «ben avrebbero potuto attendere all’incarico affidato all’avvocato Albano», dato il «carattere ordinario» delle attività affidate all’esterno dell’amministrazione, che non avrebbero implicato «problematiche di particolare complessità» per cui si sarebbe reso necessario un curriculum di quel tipo. 
Albano inoltre per l’accusa avrebbe elaborato un’ipotesi di riassetto degli uffici del Consiglio regionale «che non è stata di alcuna utilità per la Regione», come si evince da una delibera del 2007, per cui gli uffici del Consiglio sono stati riorganizzati secondo le proposte avanzate in un documento del direttore Generale, «un documento che diverge profondamente rispetto alla proposta del consulente esterno». Perciò il compenso percepito configurerebbe «un danno ingiusto» inflitto alle casse della Regione. Un danno che chi ha dato via libera a quell’incarico sarebbe tenuto a risarcire all’amministrazione.
All’epoca in considerazione proprio delle immunità previste per i consiglieri regionali nell’esercizio delle loro funzioni (legislativa, di indirizzo politico e controllo, e di autorganizzazione interna), i giudici di primo grado «a prescindere dal fatto che tali funzioni si esplichino in atti formalmente amministrativi», avevano dichiarato il proprio difetto di giurisdizione. Ma da allora il vento sembra essere cambiato, almeno dalle parti della capitale, così i colleghi della prima sezione centrale sono giunti a conclusioni diametralmente opposte. 
«La deliberazione contestata – scrive l’estensore della sentenza Piergiorgio Della Ventura – non rappresenta in alcun modo espressione dell’autonomia consiliare, né è rinvenibile un qualche collegamento con le prerogative assembleari (…) essa non costituisce esecuzione della volontà dell’assemblea, ma un’autonoma determinazione dell’ufficio di presidenza, nell’esercizio pertanto di semplici funzioni di amministrazione attiva, tipiche di quell’ufficio e che in alcun modo potrebbero essere assimilate a quelle oggetto della speciale tutela di cui all’articolo 122 della Costituzione». 
Della Ventura cita anche la spending review sugli enti locali entrata in vigore «appena due giorni prima dell’udienza» allo scopo di «contrastare i fenomeni sempre più diffusi di mala gestio e sperpero di ingentissime risorse pubbliche da parte di gruppi politici delle assemblee territoriali, i quali troppo spesso hanno potuto evitare qualunque, sia pur minimale, forma di controllo amministrativo esterno, proprio opponendo l’insindacabilità del loro operato da intendere naturalmente in senso pressoché assoluto e illimitato».
Il suo spirito offrirebbe la migliore interpretazione delle norme costituzionali in materai: «l’insindacabilità dei consigli regionali e dei loro appartenenti incontro precisi limiti, relativi apunto a un diretto colelgamento delle attività poste in essere con l’esercizio dell’attività assembleare». Insomma Bubbico, Digilio, Mastrosimone, Flovilla, Nardiello e l’ex dg Ricciardi dovranno tornare davanti ai giudici di viale del Basento che stavolta non potranno sottrarsi alla decisione. 
Inoltre la prossima settimana i sei ex consiglieri dovranno comparire anche davanti al Tribunale ordinario dove rispondono di abuso d’ufficio. Sempre per la stessa delibera. Dalla loro però c’è il tempo che è già trascorso. E come avviene in processi come questo la prescrizione potrebbe un dato già acquisito prima ancora di una sentenza di primo grado.

POTENZA – Altro che immunità riservata all’esercizio delle prerogative costituzionali di un’assemblea legislativa. Chi spende soldi pubblici deve renderne conto anche se è membro di un parlamentino come quello di via Verrastro. Perché tra il voto su una decisione da cui dipendono i destini di centinaia di migliaia di cittadini e quello per una consulenza di dubbia utilità ce ne passa eccome.Lo ha ha stabilito nei giorni scorsi la prima sezione d’appello della Corte dei conti accogliendo il ricorso presentato dal vice procuratore della Basilicata Ernesto Gargano contro la sentenza dei giudici di primo grado che quasi tre anni fa si erano spogliati delle accuse nei confronti dell’ufficio di presidenza 2005 del Consiglio regionale composto dal senatore Filippo Bubbico, dall’attuale assessore all’agricoltura Rosa Mastrosimone e gli ex consiglieri Egidio Digilio, Giacomo Nardiello e Antonio Flovilla. Oltre che dell’ex dg Francesco Ricciardi. Al centro c’è la delibera del 20 dicembre con cui veniva affidato a un consulente esterno, ovvero l’avvocato Paolo Albano, l’incarico di elaborare un progetto di riorganizzazione del Consiglio regionale per una spesa di 23.869 euro. Una decisione in violazione di legge secondo l’accusa, perchè carente del «presupposto dell’assenza di risorse umane all’interno dell’amministrazione in grado sotto il profilo quali-quantitativo di svolgere l’attività affidata al consulente esterno». In pratica all’interno degli uffici del Consiglio in quel periodo prestavano servizio 87 dipendenti, tra i quali 9 dirigenti e 46 funzionari con qualifica direttiva, che «in considerazione del titolo di studio posseduto e della figura professionale rivestita», secondo la procura «ben avrebbero potuto attendere all’incarico affidato all’avvocato Albano», dato il «carattere ordinario» delle attività affidate all’esterno dell’amministrazione, che non avrebbero implicato «problematiche di particolare complessità» per cui si sarebbe reso necessario un curriculum di quel tipo. Albano inoltre per l’accusa avrebbe elaborato un’ipotesi di riassetto degli uffici del Consiglio regionale «che non è stata di alcuna utilità per la Regione», come si evince da una delibera del 2007, per cui gli uffici del Consiglio sono stati riorganizzati secondo le proposte avanzate in un documento del direttore Generale, «un documento che diverge profondamente rispetto alla proposta del consulente esterno». Perciò il compenso percepito configurerebbe «un danno ingiusto» inflitto alle casse della Regione. Un danno che chi ha dato via libera a quell’incarico sarebbe tenuto a risarcire all’amministrazione.All’epoca in considerazione proprio delle immunità previste per i consiglieri regionali nell’esercizio delle loro funzioni (legislativa, di indirizzo politico e controllo, e di autorganizzazione interna), i giudici di primo grado «a prescindere dal fatto che tali funzioni si esplichino in atti formalmente amministrativi», avevano dichiarato il proprio difetto di giurisdizione. Ma da allora il vento sembra essere cambiato, almeno dalle parti della capitale, così i colleghi della prima sezione centrale sono giunti a conclusioni diametralmente opposte. «La deliberazione contestata – scrive l’estensore della sentenza Piergiorgio Della Ventura – non rappresenta in alcun modo espressione dell’autonomia consiliare, né è rinvenibile un qualche collegamento con le prerogative assembleari (…) essa non costituisce esecuzione della volontà dell’assemblea, ma un’autonoma determinazione dell’ufficio di presidenza, nell’esercizio pertanto di semplici funzioni di amministrazione attiva, tipiche di quell’ufficio e che in alcun modo potrebbero essere assimilate a quelle oggetto della speciale tutela di cui all’articolo 122 della Costituzione». Della Ventura cita anche la spending review sugli enti locali entrata in vigore «appena due giorni prima dell’udienza» allo scopo di «contrastare i fenomeni sempre più diffusi di mala gestio e sperpero di ingentissime risorse pubbliche da parte di gruppi politici delle assemblee territoriali, i quali troppo spesso hanno potuto evitare qualunque, sia pur minimale, forma di controllo amministrativo esterno, proprio opponendo l’insindacabilità del loro operato da intendere naturalmente in senso pressoché assoluto e illimitato».Il suo spirito offrirebbe la migliore interpretazione delle norme costituzionali in materai: «l’insindacabilità dei consigli regionali e dei loro appartenenti incontro precisi limiti, relativi apunto a un diretto colelgamento delle attività poste in essere con l’esercizio dell’attività assembleare». Insomma Bubbico, Digilio, Mastrosimone, Flovilla, Nardiello e l’ex dg Ricciardi dovranno tornare davanti ai giudici di viale del Basento che stavolta non potranno sottrarsi alla decisione. Inoltre la prossima settimana i sei ex consiglieri dovranno comparire anche davanti al Tribunale ordinario dove rispondono di abuso d’ufficio. Sempre per la stessa delibera. Dalla loro però c’è il tempo che è già trascorso. E come avviene in processi come questo la prescrizione potrebbe un dato già acquisito prima ancora di una sentenza di primo grado.

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