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VIBO VALENTIA – Anche due giornalisti vibonesi sentiti come testimoni dell’accusa al processo “Ragno” che si sta celebrando davanti al Tribunale di Vibo e che vede alla sbarra gli esponenti della famiglia Soriano. In tutto otto persone del gruppo che opera nel territorio di Filandari e Ionadi, accusate a vario titolo di associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni, danneggiamenti, armi e altro ancora. Nell’udienza di ieri mattina nell’aula bunker del nuovo palazzo di giustizia sono stati chiamati a deporre Pietro Comito, collega della redazione vibonese del “Quotidiano della Calabria” ed il caposervizio della redazione vibonese della “Gazzetta del Sud”, Nicola Lopreiato. Comito, all’epoca dei fatti caposervizio, sempre della redazione di Vibo, ma del giornale “Calabria Ora”, ha raccontato in aula le minacce telefoniche di morte ricevute il 2 luglio 2010 dopo la redazione di alcuni articoli sulla famiglia Soriano. 

In particolare, il giornalista ha confermato che ignoti lo invitarono con tono minaccioso ed ingiurie a smettere di scrivere sui Soriano: «Ti buttiamo due colpi di fucile e poi ti lasciamo al cimitero di Ionadi», è stata la frase sentita al telefono dal collega mentre si trovava a Vibo Marina con la famiglia. In una seconda circostanza ha riferito sulla telefonata ricevuta da Rosetta Lopreiato, moglie del presunto boss Leone Soriano, ad oggi in regime di 41 bis, nel corso della quale la donna precisava che il marito non era mafioso, invitandolo, «ma non minacciandomi», a non scrivere più della famiglia. Lopreiato ha, invece, riferito in ordine a due lettere inviategli dal presunto boss Leone Soriano, in quel momento detenuto nel carcere di Cosenza, contenenti offese ed insulti, con la minaccia di stare attento alla propria famiglia e “l’invito” a non occuparsi più delle vicende giudiziarie dei Soriano e di dedicarsi maggiormente alla famiglia. Entrambi gli episodi erano stati prontamente denunciati alla polizia giudiziaria dal caposervizio della Gazzetta, con la contestuale consegna delle due missive in questione. 
Nel corso dell’udienza hanno poi deposto tre carabinieri della Stazione di Filandari, anche loro oggetto di intimidazioni: dagli spari contro le abitazioni e le autovetture, alle scritte ingiuriose in luogo pubblico, sino al taglio di diverse piante di ulivo, ai colpi di pistola contro un panificio del cognato di un militare dell’Arma ed alle telefonate minatorie nonché alle scritte ingiuriose sui muri di scuole e case nel territorio di Pizzinni contro il maresciallo capo Salvatore Todaro.
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