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POTENZA – Crolla la strategia di difesa della regione Basilicata dall’assalto delle trivelle. E cade pure un pezzo, il più alto, di quella buona politica che il presidente De Filippo aveva usato come scudo anche nel recente discorso al Consiglio sulle sue dimissioni. La Corte Costituzionale ha bocciato la moratoria sulle estrazioni. La Regione non può esprimere parere preventivo negativo. 

La legge numero 16 approvata dal Consiglio regionale lucano nell’ambito dell’assestamento di bilancio del 2012, e impugnata dalla Presidenza  del Consiglio lo scorso ottobre, è illegittima. La sentenza depositata ieri è definitiva. Nessuna possibilità di appello per le ragioni lucane. Quelle che la Regione aveva cercato di tutelare mettendo un freno a nuove attività sul territorio. L’articolo 16 prevedeva che non sarebbe stata rilasciata nessuna intesa al conferimento di nuovi titoli minerari per la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi. Tutto fermo, se non il già autorizzato: questa doveva essere la linea. Che la strategia avesse molti punti di debolezza, lo si era capito da subito, e ancora meglio quando la Presidenza del Consiglio aveva presentato ricorso, opponendo che in questo modo sarebbero state lese le competenze affidate allo Stato. 

E, ieri, dopo una lunga attesa, la Corte Costituzionale ha confermato l’interpretazione. «L’ambito del governo del territorio come quella della produzione, trasporto e distribuzione dell’energia, sono materie concorrenti tra Stato e Regioni. Da qui la ragionevolezza della scelta del legislatore statale, che ha previsto l’intesa tra Stato e Regioni interessate per le “determinazioni inerenti la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi”.   Il legislatore lucano – si legge nella sentenza  117 – non contesta la previsione della necessità dell’intesa, ma dispone un diniego preventivo e generalizzato di addivenire, in tutti i casi concreti, ad un accordo. Tale previsione legislativa si pone in aperto contrasto con la ratio stessa del principio di leale collaborazione, che impone il rispetto, caso per caso, di una procedura articolata, tale da assicurare lo svolgimento di reiterate trattative».

Al presidente De Filippo non rimane che il diritto di replica: «Rispettiamo la decisione della Consulta, ma la nostra  posizione non cambia». Da questo momento in poi – come annuncia lo stesso governatore – la linea sarà quella di opporre diniego di volta in volta. «Se ci chiedono di non dire questo in una legge a carattere generale – commenta a caldo De Filippo – ma di esprimerlo volta per volta, è quello che faremo, o meglio quello che continueremo a fare spiegando queste ragioni in ogni atto di mancata intesa esattamente come fatto dell’approvazione della legge ad oggi». E ribadisce il principio che ha fatto da base alla moratoria: «Riteniamo che qualunque attività legata alle estrazioni di idrocarburi in aree al di fuori di quelle già individuate non sia sostenibile per l’ambiente e per lo sviluppo ordinato e armonico della Basilicata». 

Ma la difesa delle ragioni lucane rispetto alle questioni del petrolio viaggia su due binari. Che solo per puro caso ieri si sono incrociati. Mentre in Basilicata si diffondeva la notizia della bocciatura della moratoria da parte della Corte Costituzionale, il deputato Folino dava notizia del pressing del gruppo del Pd in commissione Attività produttive, nel corso dell’audizione congiunta di Camera e Senato. I parlamentari hanno chiesto al ministro Flavio Zanonato di dare attuazione a quanto previsto dal decreto  “Cresci Italia”, proponendo il testo del provvedimento all’intesa della Conferenza Unificata. E’ in particolare l’articolo 16 della legge numero  24 del 2012 che interessa alla Basilicata.

La norma varata un anno fa – come ha spiegato Folino in una nota – prevedeva, al fine di favorire lo sviluppo di risorse energetiche e minerarie nazionali strategiche, che entro sei mesi dalla sua entrata in vigore fosse emanato un decreto del ministro dell’Economia e delle Finanze, di concerto con il ministro dello Sviluppo economico, per stabilire come  individuare le maggiori entrate e soprattutto come destinarle    allo sviluppo di progetti infrastrutturali e occupazionali di crescita dei territori di insediamento degli impianti produttivi e dei territori limitrofi. Decreto che però, a distanza di più di un anno, non è stato ancora emanato. 

«Nel frattempo – ha sottolineato l’ex presidente del Consiglio regionale – i territori dove sono insediati gli impianti per l’estrazione degli idrocarburi attendono di poter ricevere una risposta alle proprie legittime aspettative». Chiaramente, tra questi, in modo particolare la Basilicata, dove c’è il più grande giacimento petrolifero d’Europa onshore, che con circa 40 pozzi di produzione in Val d’Agri garantisce l’80 per cento della produzione nazionale di petrolio ed assicura circa il 10 per cento del fabbisogno energetico complessivo dell’Italia.

 La speranza è che almeno in questa partita si vada in rete e al più presto. 

Mentre la linea del governatore dimissionario del parere negativo ribadito di volta in volta dovrà fare necessariamente i conti con le volontà del nuove esecutivo regionale. Ma nel frattempo è sicuro che la sconfitta della moratoria finirà a pieno titolo tra i cavalli di battaglia della campagna elettorale.

 m.labanca@luedi.it

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