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Partiamo dal contesto: la distanza tra società e politica, la delusione verso la classe dirigente, l’astensionismo. Come si recupera la cittadinanza?
Lo scollamento tra società e politica – o, in altri termini, tra rappresentati e rappresentanti – è la cifra della crisi che vive oggi la democrazia rappresentativa. Come risposta a tale scollamento credo diventi essenziale recuperare innanzitutto un rapporto della politica con i territori e le comunità, cercando di tornare ad essere il punto di collante e il ponte di comunicazione tra quelle che sono le singole istanze territoriali e quella che deve essere l’azione di governo. 
Troppo spesso, in questi anni, abbiamo pensato che per governare bastasse riferirsi ad una sorta di rendita basata sul clientelismo, innescato a partire dagli anni ’80 con il boom di certa spesa pubblica. La società nel frattempo è mutata, insieme con le sue esigenze e i propri bisogni, ed in questo mutamento la politica non ha saputo intercettare ed interpretare la richiesta di cambiamento che arrivava dalla comunità. Credo sia necessario reintrodurre un nuovo senso di coesione sociale, rompendo con la cultura individualista degli ultimi vent’anni di berlusconismo. Solo entrando nelle vite spesso drammatiche dei cittadini, ascoltandoli e costruendo con loro una nuova prospettiva di futuro, sarà possibile riconnettersi concretamente con il tessuto socio-culturale dei territori.
Le regionali arriveranno in fretta: che piani ha Sel?
Dovremmo essere capaci di riformare un nuovo perimetro del centrosinistra, senza essere subalterni al PD e alle sue discussioni interne. Sarebbe dunque opportuno proporsi come protagonisti di una nuova idea di centrosinistra che riproponga l’asse PD/Centro Democratico/SeL senza cadere nelle strategie e  nelle tattiche politiche che hanno governato gli ultimi anni di politica lucana. 
SeL deve far parte integrante della fisionomia del nuovo centrosinistra. In questa ottica il progetto di ItaliaBeneComune potrebbe rivelarsi vincente – visti anche i risultati ottenuti in questa ultima tornata delle amministrative, in Basilicata e più in generale in tutt’Italia – qualora avessimo il coraggio di proporre un’idea di rinnovamento fondata principalmente su un profilo programmatico chiaro, capace di porre all’agenda politica due tematiche fondamentali: lavoro e ambiente. 
Le amministrative hanno dimostrato che laddove il centrosinistra ha avuto il coraggio di rischiare ha vinto, dicendoci che il perimetro del centrosinistra si può definire se si fanno scelte chiare e di netta rottura con le scelte nazionali. E può, questo stesso perimetro, essere esteso ad altre forze di sinistra.
Avete un candidato presidente? Volete le primarie? E i movimenti che ruolo avranno?
Non abbiamo un nome, ma certo abbiamo un profilo. Il candidato dovrebbe svolgere una funzione di qualità garantendo in maniera plastica il compromesso dinamico tra Pd ed altri soggetti della coalizione, evitando argini a sinistra, in una alleanza in cui possa riconoscersi il più ampio schieramento democratico e che potrebbe condividere il progetto ItaliaBeneComune. 
Una donna o un uomo con un profilo etico rigoroso, che abbia relazioni locali e nazionali ben salde; magari con un profilo intellettuale critico, oggettivo e politicamente apprezzato e rispettato. Sicuramente esterno alle dinamiche che hanno interessato gli ultimi dieci anni di governo in Basilicata… che sappia dunque distinguersi per una totale estraneità alle faccende poco edificanti che, negli ultimi mesi, hanno investito la classe dirigente regionale.
In coalizione con il Pd anche se l’allargamento fosse verso il centro di ispirazione montiana?
Non credo sarebbe possibile una coalizione che preveda il tecnicismo come chiave di volta. Le comunità ci hanno chiesto a gran voce un rinnovamento, un forte cambiamento che dia nuovo valore alla politica. L’esperienza montiana, d’altro canto, si è rivelata essere un fallimento su più punti: quello programmatico, innanzitutto, misurando una inefficacia di ricette oramai logore e che spesso sono alla base della crisi che attraversiamo; quello politico, che ha mostrato tutta la sua debolezza proprio nella incapacità di saper interpretare le istanze che derivavano dai territori e nel mostrare un distacco verso i cittadini. Fallimenti che, certamente, hanno accresciuto – se non causato – la disaffezione dei cittadini verso la politica tutta.
Teme la forza del Movimento 5 Stelle, della protesta in questa regione?
Non credo che il movimento grillino sia da temere. L’esperienza nazionale anzi ci sta dimostrando che sono molti i punti di contatto e molte le battaglie condivise: si pensi alla proposta di reddito minimo garantito presentata da SeL, Pd, M5S, o ad altre azioni come le non poche interrogazioni parlamentari che ci vedono uniti. 
Credo che il M5S debba essere interpretato come un fenomeno politico e culturale capace di mettere in evidenza i difetti, i ritardi e le inadeguatezze della politica tradizionale, cui si somma – ahinoi – una forte dose di populismo, espresso dal tutti a casa e che, se da un lato ha tematizzato la frattura tra politica e cittadini, dall’altro ha finito per amplificare la generalizzazione.  La forza e la debolezza del M5S risiedono entrambi nella sua eccessiva trasversalità: se da un lato il movimento è stato capace di intercettare la rabbia e la frustrazione generale delle comunità, dall’altro risulta incapace – o quantomeno ingessato – nel declinare positivamente quella rabbia e, quindi, inefficace per la sua traduzione in programma chiaro e delineato.
La Sel faceva parte della maggioranza che ha governato la Regione: pentiti alla luce delle inchieste, delle divisioni, delle scelte di programma?
 
SeL è parte integrante e costitutiva di un centrosinistra a forte vocazione riformatrice. Un centrosinistra che provi a guardare al presente e al futuro consapevole dell’inedito quadro che si pone in questa modernità e, allo stesso tempo, con la consapevolezza che le ricette fin qui messe in campo sono state spesso inefficaci… a volte dannose.
In Basilicata, negli ultimi anni, abbiamo assistito forse ad un film in cui le classi dirigenti erano più attente alla propria autoconservazione che non ad un progetto capace di farsi interprete di quelle richieste che provenivano dai gangli della società lucana e della sua comunità. E non è un caso che il film andato in onda ha ridisegnato i suoi confini cancellando ciò che era stato sceneggiato nell’alleanza stipulata in campagna elettorale. Il leit motiv del presidente De Filippo ha finito per coincidere più con il tentativo di una cooptazione tra gruppi dirigenti – magari sfondando nello schieramento avversario – che non a quella intuizione felice  che segnò il centro sinistra della seconda metà degli anni ’90. Oggi SeL, come dicevo sopra, propone una rifondazione di quel centro sinistra, e penso che ItaliaBeneComune ne possa rappresentare il sigillo.
Che posizione assumete rispetto alle decisioni della Consulta sulla moratoria sul petrolio?
In realtà nei giorni in cui la moratoria veniva approvata la SEL aveva già denunciato pubblicamente che la farsa operata dal presidente De Filippo era lontanissima ed antitetica agli interessi delle comunità lucane. La sentenza della Corte Costituzionale e le difficoltà estreme dei territori lucani oggi chiedono una netta inversione di strategia in termini di crescita e sviluppo. 
Oggi, come ho avuto modo di precisare nei giorni scorsi, è il momento di scegliere la strada da perseguire: quella nefasta ed auto distruttiva della petrolizzazione della Basilicata, e che ha determinato – e rischia di continuare a determinare – il depauperamento e l’impoverimento ambientali; oppure quella da anni indicata da SeL – insieme a movimenti ed associazioni ambientaliste – che pone al centro delle scelte e delle decisioni le donne e gli uomini, il turismo, l’agroalimentare, la salvaguardia ambientale, la forestazione e la salute pubblica. 
Due idee pensando all’economia e alla cultura in Basilicata
L’industria culturale e creativa, l’artigianato di qualità, lo stesso turismo, così come la promozione dei prodotti lucani nel mondo traggono il proprio valore aggiunto dallo straordinario patrimonio culturale del nostro territorio, dalla bellezza delle nostre città e del nostro paesaggio che, ancora, resistono all’incuria e alle dissennate cementificazioni del più recente passato. 
Gli effetti negativi della totale mancanza di azioni di governo volte alla valorizzazione della cultura producono uno scenario poco rassicurante. Necessario diventa, dunque, un deciso cambio di tendenza, anche in vista della candidatura di Matera a capitale europea della cultura 2019.  Considerando che, nelle attività culturali, è alta – ed in costante aumento – l’occupazione giovanile qualificata, e che, contemporaneamente, in costante aumento è anche la precarietà di questi lavori, particolarmente drammatica in un settore in cui sono carenti gli strumenti di politica attiva e passiva del lavoro, diventa necessario riproporre al centro dell’agenda di governo il ruolo della cultura anche come motore di sviluppo economico.  
Per quanto concerne l’economia invece non possiamo non rilevare l’assenza di una vera politica industriale, sul piano regionale quanto su quello nazionale. Abbiamo oramai l’urgenza di mettere in atto analisi rigorose e puntuali della situazione e delle prospettive economiche del sistema delle nostre imprese in tutte le sue articolazioni, soprattutto pensando alle potenzialità della nostra economia; abbiamo la necessità di porre in essere azioni capaci di far leva su un’organizzazione pubblica competente, capace di implementare i settori maggiormente produttivi e virtuosi, e dedicando a tali settori adeguati investimenti. In questo senso penso ad una seria politica industriale nel settore dell’automotive. La Basilicata deve tutelare gli stabilimenti e le industrie collocate sul proprio territori, a partire ovviamente dall’insediamento della Sata, difendendo ed incrementando i livelli occupazionali, ed investendo in quella ricerca – proprio in riferimento alla Fiat e alla nascita del Campus Manifacturing –capace di proporre quell’innovazione di prodotto in sintonia con la esigenza di una mobilità sostenibile inserita nella filiera dell’energia rinnovabile connessa anche al rilancio di altri settori. Penso ad una riconversione ecologica dell’economia e ad un piano verde per il lavoro.
Ieri la notizia dell’ennesimo giudizio sui tre operai licenziati a Melfi, uno dei tre è, tra l’altro, un vostro senatore. Che cosa si aspetta accadrà? 
Innanzitutto immediata la solidarietà a Giovanni, Antonio e Marco… solidarietà a cui si unisce il rispetto nei confronti del lavoro dei magistrati. Ciò precisato credo anche che una riflessione sulla tempistica con cui si assume la decisione di questo rinvio a giudizio non possiamo non farla, visto che mancano pochi giorni al pronunciamento della Cassazione dopo la sentenza d’Appello che imponeva alla Fiat il reintegro – sul posto di lavoro – dei tre lavoratori. Così come non possiamo esimerci da una riflessione sul fatto che questo rinvio a giudizio prova a far entrare dalla finestra ciò che, con chiarezza, è emerso in tutte le sentenze fin qui pronunciate – compresa l’unica che aveva dato ragione alla Fiat: ossia l’azione di sabotaggio. Infine, ma non per ultimo, mi viene da chiedere come si fa ad essere così solerti quando si tratta di giudicare un lavoratore reo di rivendicare un proprio diritto leso, e nel frattempo non si riesce a far eseguire al padrone una sentenza come quella del reintegro, per l’appunto.
Cosa mi aspetto? Innanzitutto che venga riconosciuta l’assoluta insussistenza di azioni di sabotaggio, come ci ricordano le altre sentenze fin qui emesse. Poi che si arrivi in tempi rapidi dell’approvazione di una legge sulla rappresentanza che restituisca democrazia e garanzie sindacali sui luoghi di lavoro. Il gruppo parlamentare di SeL ne ha depositato una bozza proprio nei giorni scorsi.
Quanta sinistra c’è ancora in Basilicata? 
Se dovessimo attenerci solo ed esclusivamente all’esito del voto – tanto alle politiche quanto alle amministrative – direi che il dato è alquanto rincuorante. Penso però anche al fatto che ci sia molta sinistra che decide, consapevolmente, di stare fuori. E questo perché negli anni abbiamo assistito ad una progressiva parcellizzazione delle forze di sinistra che ha sicuramente destabilizzato e disorientato gli elettori di sinistra. Credo inoltre che andrebbe considerata con un’attenzione diversa anche quella sacca di potenziale elettorato di sinistra che da anni milita non più nei partiti ma all’interno di associazioni e movimenti e che non riconosce nella tradizionale forma-partito un luogo di cambiamento e una reale soluzione alle nuove istanze emergenti; donne e uomini che pongono questioni che, di fatto, rimangono lontane e a volte estranee alle tematiche discusse nei e dai partiti. 
Penso, ad esempio, alla condizione di precariato lavorativo ed esistenziale che ha colpito un’intera generazione; penso al diritto alla famiglia e anche alla maternità che sino ad oggi era una caposaldo della nostra organizzazione sociale ma che nella società coeva sta diventando sempre più una prospettiva non raggiungibile; penso al diritto al reddito che spinge sempre più spesso giovani altamente qualificati ad abbandonare i nostri territori per mete più appetibili – per quanto anche quelle sempre più incerte – lavorativamente, o addirittura li sottopone ad una progressiva perdita di dignità attraverso lavori sottopagati e privi di alcuna garanzia. 
Questa è parte di quella sinistra che SeL, anche attraverso una scelta coraggiosa e rischiosa quale il totale rinnovamento del gruppo dirigenziale regionale, vuole rappresentare.

Maria Murante ha 29 anni, viene dall’associazionismo e dall’impegno civico. Lucana, di Ferrandina, di quelle facce che ti fanno riprendere confidenza con la politica. Candidata in parlamento dopo la sfida delle primarie, a Montecitorio non è approdata, ma fa nulla. Il territorio continua a girarlo in lungo e largo comunque. Ora, diventata coordinatrice di Sel Basilicata, deve portare il partito alle elezioni regionali di novembre. 

 

Partiamo dal contesto: la distanza tra società e politica. Come si recupera la cittadinanza?

«Lo scollamento tra società e politica – o, in altri termini, tra rappresentati e rappresentanti – è la cifra della crisi che vive oggi la democrazia rappresentativa. La risposta? Come risposta a tale scollamento credo diventi essenziale Cominciamo a recuperare innanzitutto un rapporto con i territori e le comunità, cercando di tornare ad essere il punto di collante e il ponte di comunicazione tra le singole istanze territoriali e quella che deve essere l’azione di governo. Troppo spesso, in questi anni, abbiamo pensato che per governare bastasse riferirsi ad una sorta di rendita basata sul clientelismo, innescato a partire dagli anni ’80 con il boom di certa spesa pubblica». 

E che cosa significa governare?

«Va bene, allora ci dica che cosa significa La società nel frattempo è mutata, insieme con le sue esigenze e i propri bisogni, ed in questo mutamento la politica non ha saputo intercettare ed interpretare la richiesta di cambiamento che arrivava dalla comunità. Credo sia necessario reintrodurre un nuovo senso di coesione sociale, rompendo con la cultura individualista degli ultimi vent’anni di berlusconismo. Solo entrando nelle vite spesso drammatiche dei cittadini, ascoltandoli e costruendo con loro una nuova prospettiva di futuro, sarà possibile riconnettersi concretamente con il tessuto socio-culturale dei territori».

In Basilicata, inutile girarci attorno, la politica è tutta concentrata sulle prossime regionali.

«Dovremmo essere capaci di riformare un nuovo perimetro del centrosinistra, senza essere subalterni al PD e alle sue discussioni interne. Sarebbe dunque opportuno proporsi come protagonisti di una nuova idea di centrosinistra che riproponga l’asse PD/Centro Democratico/SeL senza cadere nelle strategie e  nelle tattiche politiche che hanno governato gli ultimi anni di politica lucana. SEL deve far parte integrante della fisionomia del nuovo centrosinistra. In questa ottica il progetto di ItaliaBeneComune potrebbe rivelarsi vincente – visti anche i risultati ottenuti in questa ultima tornata delle amministrative, in Basilicata e più in generale in tutt’Italia – qualora avessimo il coraggio di proporre un’idea di rinnovamento fondata principalmente su un profilo programmatico chiaro, capace di porre all’agenda politica due tematiche fondamentali: lavoro e ambiente. Le amministrative hanno dimostrato che laddove il centrosinistra ha avuto il coraggio di rischiare ha vinto, dicendoci che il perimetro del centrosinistra si può definire se si fanno scelte chiare e di netta rottura con le scelte nazionali. E può, questo stesso perimetro, essere esteso ad altre forze di sinistra».

Il PD ha già un paio di candidati, avrete anche voi il nome da far diventare governatore.

«Non abbiamo un nome, ma certo abbiamo un profilo. Il candidato dovrebbe svolgere una funzione di qualità garantendo in maniera plastica il compromesso dinamico tra Pd ed altri soggetti della coalizione, evitando argini a sinistra, in una alleanza in cui possa riconoscersi il più ampio schieramento democratico e che potrebbe condividere il progetto ItaliaBeneComune. Una donna o un uomo con un profilo etico rigoroso, che abbia relazioni locali e nazionali ben salde; magari con un profilo intellettuale critico, oggettivo e politicamente apprezzato e rispettato. Sicuramente esterno alle dinamiche che hanno interessato gli ultimi dieci anni di governo in Basilicata… che sappia dunque distinguersi per una totale estraneità alle faccende poco edificanti che, negli ultimi mesi, hanno investito la classe dirigente regionale.

In coalizione con il Pd anche se l’allargamento fosse verso il centro di ispirazione montiana?

«Non credo sarebbe possibile una coalizione che preveda il tecnicismo come chiave di volta. Le comunità ci hanno chiesto a gran voce un rinnovamento, un forte cambiamento che dia nuovo valore alla politica. L’esperienza montiana, d’altro canto, si è rivelata essere un fallimento su più punti: quello programmatico, innanzitutto, misurando una inefficacia di ricette oramai logore e che spesso sono alla base della crisi che attraversiamo; quello politico, che ha mostrato tutta la sua debolezza proprio nella incapacità di saper interpretare le istanze che derivavano dai territori e nel mostrare un distacco verso i cittadini. Fallimenti che, certamente, hanno accresciuto – se non causato – la disaffezione dei cittadini verso la politica tutta».

Teme ancora, in Basilicata, la forza di raccolta della protesta del Movimento 5 Stelle? 

«L’esperienza nazionale anzi ci sta dimostrando che sono molti i punti di contatto e molte le battaglie condivise: si pensi alla proposta di reddito minimo garantito presentata da SEL, PD, M5S, o ad altre azioni come le non poche interrogazioni parlamentari che ci vedono uniti. Credo che il M5S debba essere interpretato come un fenomeno politico e culturale capace di mettere in evidenza i difetti, i ritardi e le inadeguatezze della politica tradizionale, cui si somma – ahinoi – una forte dose di populismo, espresso dal tutti a casa e che, se da un lato ha tematizzato la frattura tra politica e cittadini, dall’altro ha finito per amplificare la generalizzazione.  La forza e la debolezza del M5S risiedono entrambi nella sua eccessiva trasversalità: se da un lato il movimento è stato capace di intercettare la rabbia e la frustrazione generale delle comunità, dall’altro risulta incapace – o quantomeno ingessato – nel declinare positivamente quella rabbia e, quindi, inefficace per la sua traduzione in programma chiaro e delineato».

Eletti in coalizione, ma molto critici poi con il governo De Filippo: pentiti dell’alleanza di questi anni? 

«SEL è parte integrante e costitutiva di un centrosinistra a forte vocazione riformatrice. Un centrosinistra che provi a guardare al presente e al futuro consapevole dell’inedito quadro che si pone in questa modernità e, allo stesso tempo, con la consapevolezza che le ricette fin qui messe in campo sono state spesso inefficaci… a volte dannose.In Basilicata, negli ultimi anni, abbiamo assistito forse ad un film in cui le classi dirigenti erano più attente alla propria autoconservazione che non ad un progetto capace di farsi interprete di quelle richieste che provenivano dai gangli della società lucana e della sua comunità. E non è un caso che il film andato in onda ha ridisegnato i suoi confini cancellando ciò che era stato sceneggiato nell’alleanza stipulata in campagna elettorale. Il leit motiv del presidente De Filippo ha finito per coincidere più con il tentativo di una cooptazione tra gruppi dirigenti – magari sfondando nello schieramento avversario – che non a quella intuizione felice  che segnò il centro sinistra della seconda metà degli anni ’90. Oggi SeL, come dicevo sopra, propone una rifondazione di quel centro sinistra, e penso che ItaliaBeneComune ne possa rappresentare il sigillo».

Quanta sinistra c’è ancora nella Basilicata rossa?  

«Se dovessimo attenerci solo ed esclusivamente all’esito del voto – tanto alle politiche quanto alle amministrative – direi che il dato è alquanto rincuorante. Penso però anche al fatto che ci sia molta sinistra che decide, consapevolmente, di stare fuori. E questo perché negli anni abbiamo assistito ad una progressiva parcellizzazione delle forze di sinistra che ha sicuramente destabilizzato e disorientato gli elettori di sinistra. Credo inoltre che andrebbe considerata con un’attenzione diversa anche quella sacca di potenziale elettorato di sinistra che da anni milita non più nei partiti ma all’interno di associazioni e movimenti e che non riconosce nella tradizionale forma-partito un luogo di cambiamento e una reale soluzione alle nuove istanze emergenti; donne e uomini che pongono questioni che, di fatto, rimangono lontane e a volte estranee alle tematiche discusse nei e dai partiti. Penso, ad esempio, alla condizione di precariato lavorativo ed esistenziale che ha colpito un’intera generazione; penso al diritto alla famiglia e anche alla maternità che sino a oggi era una caposaldo della nostra organizzazione sociale, ma che nella società coeva sta diventando sempre più una prospettiva non raggiungibile. Questa è parte di quella sinistra che SeL, anche attraverso una scelta coraggiosa e rischiosa quale il totale rinnovamento del gruppo dirigenziale regionale, vuole rappresentare».

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