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LAMEZIA TERME – Un milione e 600 mila euro è il valore complessivo dei beni sequestrati a padre e due figli. Il sequestro preventivo finalizzato alla confisca, disposto dal gip di Lamezia Carlo Fontanazza su richiesta della procura, è un ulteriore sviluppo dell’operazione “Primo maggio” quando la finanza chiuse le indagini relative a una lunga serie di estorsioni sulle buste paghe a 40 dipendenti dei tre indagati per i quali pende la richiesta di rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzata alle estorsioni e frode fiscale. 

Per Angelo, Salvatore e Valeria Martino, rispettivamente di 75, 47 e 36 anni, il gip ha disposto il sequestro di quote societarie intestate ai tre e ad un loro congiunto dal valore di 1.100.000 euro; un’imbarcazione dal valore di 175.000 euro e nonché titoli e disponibilità finanziarie per 323.658,55 euro. Il sequestro preventivo è scattato in quanto le successive indagini della guardia di finanza di Lamezia avrebbero accertato la connessione tra patrimoni accumulati e sfruttamento dei lavoratori con metodi ritenuti estorsivi, dimostrata dai finanzieri con accertamenti patrimoniali, reddituali e finanziari sugli indagati e loro familiari. Gli elementi di indagini patrimoniali emersi sono stati ritenuti sufficienti dalla procura per ipotizzare che i capitali posseduti dagli indagati sarebbero sproporzionati rispetto ai redditi dichiarati. 

Tutto nasce dunque dalle indagini sulle buste paghe dei lavoratori dei Martino iniziate nel marzo del 2011, quando uno dei dipendenti degli impianti di distribuzione carburanti dei Martino (poi licenziato) trovò il coraggio di denunciare tutto alla Guardia di finanza, diretta dal maggiore Maurizio Pellegrino, facendo scattare le indagini che portarono agli arresti domiciliari Salvatore Martino, accusato di estorsione, amministratore della società “Martinica”. Dopo aver ricevuto la denuncia, i finanzieri accertarono che in poco meno di cinque anni (fin dal 2005) l’imprenditore avrebbe estorto al dipendente circa 50.000 euro, tenendo per se parte delle somme degli stipendi destinati al lavoratore, il quale avrebbe dovuto sottostare a tale situazione poiché sarebbe stato minacciato di licenziamento. 

Quel dipendente non sarebbe stato l’unico a dover subire le presunte vessazioni. La Guardia di finanza, infatti, allargando le indagini a tutte le aziende riconducibili ai vari membri della famiglia Martino, avrebbe scoperto che quello del “taglieggiamento” degli stipendi sarebbe stato un metodo «consolidato e sistematico». Le fiamme gialle ne avrebbero individuati una quarantina ed avrebbero calcolato che in circa cinque anni, i tre indagati avrebbero estorto oltre 550.000 euro ai loro dipendenti, costretti a dover pagare poiché, qualora non avessero accettato tali condizioni, avrebbero perso il posto di lavoro.

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