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VIGGIANO – All’ingresso del paese il cartello recita: “Il paese di Maria”, in onore della Madonna nera che ogni anni porta centinaia di turisti nel santuario che sovrasta la valle. Ma qui il miracolo lo si aspettava un altro santo nero: l’oro che sgorga dalle viscere della terra. Negli ultimi cinque anni ha portato ben 83 milioni di euro. Benvenuti  a Viggiano, il comune più ricco d’Italia. Ma, una volta arrivati, dopo aver percorso strade a rischio foro di gomma, scordatevi di trovare i segni dell’opulenza. La vita, nel comune che ospita il Centro Oli Eni, scorre pressappoco come in qualsiasi comune dell’entroterra lucano. 

A mezzogiorno appena trascorso le poche persone che si trovano in piazza, sono per lo più operai che bevono una birra alla fine del turno di lavoro. Molti anziani, pochi giovani. Alcuni al lavoro, molti partiti. Il centro è ordinato e c’è anche qualche aiuola. I marciapiedi sono nuovi, pare che siano stati rifatti più volte. E nella villa comunale c’è anche un parco avventura per bimbi. Ma della ricchezza che ci si aspetterebbe di trovare sul territorio che è il più grande giacimento di petrolio su terraferma dell’Europa occidentale non c’è traccia. Che fine ha fatto il fiume di royalty che le compagnie del petrolio hanno pagato in questi anni? Il termine in italiano rende meglio il senso: se c’è una compensazione economica vuol dire che ci sono anche dei danni. Ma la beffa – opinione condivisa dei cittadini di Viggiano – è che da questi parti gli unici risvolti evidenti di 20 anni  di petrolio siano proprio e solo i mali. 

La gente che incontri per strada ti dice che nonostante il tesoro naturale del sottosuolo la disoccupazione è più o meno in media con quella degli altri comuni lucani. Che qualcosa in più, negli ultimi due anni, dopo una battaglia fatta dai cittadini disoccupati, è stata fatta. Ma che non basta. Perché il lavoro spesso dura pochi mesi o comunque non più di un anno. E poi non è qualificato. Raccontano che spesso il “posticino”, quando c’è, va a finire direttamente all’amico dell’amico. Il lavoretto, invece, lo assegnano sempre alla solita impresa. Che venti anni di petrolio sono passati senza che nessuno se ne sia accorto. Se non per i danni, appunto: il cattivo odore, il rumore. Il calo delle attività agricole e d’allevamento, inevitabilmente compromesse dall’immagine di una terra di perforazioni altamente pericolose. La paura che prima o proprio la bomba ecologica possa scoppiare davvero. 

Raffaele che è partito più di quarant’anni fa alla volta della Svizzera e che ora che è in pensione viene qualche volta per vedere come vanno le cose nel suo paese d’origine dice che non vorrebbe mai che i suoi figli tornassero qui. “Siamo distanti anni luce, cè poco da fare”. Da Viggiano, negli anni Ottanta, sono partire quasi tre mila persone alla volta dell’Australia. Non ne è più tornato nessuno, neanche adesso che potenzialmente la Val d’Agri potrebbe essere gli Emirati Arabi della Basilicata. Un esercente di un’attività commerciale del centro dice che i suoi quattro figli, di cui due laureati, lavorano con lui perché non cè molto altro da fare. “Noi non ci lamentiamo – spiega – tiriamo avanti bene. Ma, quando mi guardo intorno, penso: è vero, la Basilicata è terra di conquista. E penso che certe cose questi signori del petrolio ce le hanno fatte a posta per provocarci – dice mentre indica con la mano il pozzo che sorge a qualche centinaio di metri della sorgente d’acqua – Perché proprio lì? bastava spostarlo un po’ più giù. Sembra quasi che vogliano sfidarci. Ma tanto qui nessuno dice niente”. Sulla mensola del bar i santini ammucchiati di un candidato alle prossime regionali. La campagna elettorale si fa sentire anche da queste parti. “Vengono a chiedere voti e poi spariscono”. “Ma che gli crede più”, dice un altro cittadino mentre mostra la pratica con cui la Procura ha archiviato la sua denuncia per un parco di pannelli solari realizzato nei lotti Asi che dovevano essere assegnati ad attività industriali. 

Qui ti dicono tutti che questi venti anni di petrolio sono stati un fallimento. Che la classe dirigente locale e regionale è stata incapace di gestire quella che potenzialmente poteva essere una ricchezza. E mentre te lo dicono pensi che molto possa essere il frutto di luoghi comuni. Che in fondo criticare è sempre stato molto più facile che apprezzare. Allora inizi a girare il paese di persona. A caccia di segni di un’altra Viaggiano, diversa da come te l’anno raccontata.  Ma non ne trovi. La signora che sbuccia le castagne per essiccarle, dopo aver messo ad asciugare la lana appena lavata del cuscino è la stessa immagine che ho visto trent’anni fa nel paese di mio padre. Il centro storico non è degno di un paese dalle casse così piene. Ci sono molti cantieri, ma anche molte case fatiscenti. Neanche le ingenti somme del post terremoto sono riuscite a dare un altro volto a questo paese. Un fiume di danaro passato invano. 

E allora perché non aggiungerci anche altri soldi: l’amministrazione comunale con una parte delle royalty  ha tirato fuori un bando che prevede agevolazioni per chi ristruttura le facciate delle proprie abitazioni. Circa un milioni di euro. Ma al momento pare che siano state finanziate solo il dieci per cento delle domande. Mentre un altro bando di questo tipo sta pere essere riproposto, quando ancora non è stato ancora completato il primo. Finanziamenti ci sono pure, fino al 75 per cento, per chi cambia la caldaia di casa. E combattere la denatalità ci sono tre mila euro per ogni nuovo bebè. Le “grandi opere” impegnano circa venti milioni delle royalty di Viaggiano. Solo che la gran parte – dopo vent’anni – è ancora tutta in cantiere. 

Qui aspettano tutti l’inaugurazione di domani. Si tratta del primo e unico campetto in prato in paese. “Una promessa che mi porto dietro da quando ero bambino”, dice il consigliere d’opposizione, Amedeo Cicala. In costruzione sono pure ancora l’asilo nido e la piscina comunale. Per vederle realizzate ci vorrà ancora tempo. E’ vero. In fatto di occupazione, c’è il progetto che l’amministrazione comunale ha messo a punto con il Parco della Val d’Agri: una cinquantina di lavoratori che si occupano di attività ambientali e di  prevenzione del rischio idrogeologico. Un milione di euro di royalty. Per un solo anno però. L’amministrazione comunale ha provveduto a riconfermarlo anche per quest’anno. E probabilmente lo farò anche per quelli a venire. Fino a quando ci sarà disponibilità di cassa. Fino a quando ci sarà petrolio. Siamo molto lontani da quella politica di investimenti che andrebbe messa in campo prima che sia troppo tardi. “Il problema è che fino a ora i soldi del petrolio sono stati utilizzati per spesa corrente e non per investimenti.  E il vero dramma è che manca una programmazione degna di tale nome”, insiste Cicala. E in paese dove non c’è neanche il piano regolatore, è difficile immaginare il contrario. Per le imprese nessun vantaggio localizzativo, non in termini energetici. E per assurdo la paura più grande da queste parti  non è che chiuda il Centro Oli ma che vada via la Vibac, azienda che dà lavoro a più di 300 lavoratori dell’area, come o addirittura più di quelle impiegate nell’indotto delle estrazioni, ma che non gode di alcun tipo di defiscalizzazione. Un’altra fabbrica importante per l’economia locale è andata via da qualche anno. Si chiamava Spalberg e produceva spalline. A certo punto ha chiuso per mancanza di commesse. Sarebbe bastato a esempio, che Eni avesse assegnato all’azienda la realizzazione delle proprie divise. E invece niente. Sul territorio il petrolio non produce economia. E’ vero, adesso c’è il nuovo accordo con Eni e Shell: gas gratis per famiglie e imprese. “Accordo? – precisa Cicala – A mio avviso bisogna stare attenti a non andare troppo in là con la fantasia. Si tratta solo di linee guida. E bisognerà vedere come potranno trovare attuazione in accordo con le normative europee e Antitrust. A mio avviso sarebbe meglio non cantare vittoria troppo in fretta”. Del resto, nella zona industriale di Viaggiano i lavori per la realizzazione della rete del metano sono stati appaltati solo da poco. “Speriamo che con lui cambi qualcosa”, dice un barista mentre indica un manifesto elettorale. Ma a crederci ancora non sono poi in molti.

m.labanca@luedi.it

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