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A distanza di 33 anni dal sisma, dei 6.064 posti diretti nel settore manifatturiero promessi ne sopravvivono solo 1845, a fronte di un investimento complessivo di 1.750 milioni di euro, dei quali oltre 500 milioni per attività manifatturiere, il resto è stato speso per infrastrutture.

Per effetto dell’attuazione di norme di incentivazione verso l’industria, ad oggi in Basilicata sono disponibili, e quindi da riutilizzare, circa 100 capannoni (almeno trenta nella provincia di Matera a partire dalla fellandina e da quelle riassegnate o vendute da ASI) che si trovano negli agglomerati dei consorzi industriali.

Per quanto concerne specificatamente la legge 219/81 art. 32 e successive modificazioni, a fronte di 107 decreti, sopravvivono 60 aziende delle quali molte chiuse o fallite.  Le ultime novità sono queste: per la reindustrializzazione dell’ex Calzaturificio di Maratea sono in corso di valutazione quattro proposte di imprese non lucane che spaziano dal tessile al metalmeccanico. Non è ancora iniziata l’attività produttiva di reindustrializzazione presso l’ex Parmalat di Atella.

Per questi due interventi la Regione ha stanziato 20 milioni di euro. Altri casi emblematici sono l’ABL di Balvano ( aveva 180 lavoratori ), che, dopo la rassegnazione da parte dell’Asi, ha solo alcuni dipendenti, a fronte di 17.000 mq di capannone, ETM ed ETS di Tito, complessivamente 110.000 mq con soli 40 lavoratori  secondo i titolari dei cespiti  gestiti . Intanto rimangono inutilizzati i circa 100 ettari  a suo tempo destinati all’interporto che doveva sorgere anche in aree di collina. L’assegnazione e’ stata revocata da tempo ma non ci sono state decisioni di riutilizzo del sito e  il binario destinato a collegare l’interporto e’ classificato morto morto.

L’Incubatore di Basilicata Sviluppo in Val d’agri è scarsamente utilizzato. La Sinoro, già Centro orafo, poi Cripo, poi Orop, a fronte di un finanziamento a fondo perduto deciso nel 1987, pari a 26 miliardi e 166 milioni per attività manifatturiere nel settore orafo, non ha mai prodotto nulla: neanche un grammo di oro (delle 40 tonnellate annue annunciate per la lavorazione che dovevano provenire dalla Cina ) è entrato nei capannoni di Tito, attrezzate con doppio recinto e casseforti e controllati da 17 telecamere a circuito chiuso. Controllare il nulla si può.

A circa 26 anni dall’inizio della vicenda, sulla base del progetto presentato dal noto faccendiere Pirovano di Como, definito l’“angelo del terremoto”, che abitualmente scendeva nelle aree terremotate con l’elicottero per sostenere le sue circa 20 proposte industriali presentate per il finanziamento, la fabbrica è deserta. Dei trenta operai assunti a suo tempo, su un organico previsto di 80, per riutilizzare gli ex operai della fallita Memofil di Tito, 22 sono in mobilità in deroga. Questa storia ha fatto il giro del mondo e dopo una serie di processi penali, con alcune condanne, e altri in via di prescrizione, è stata certifica la bancarotta della Orop, i corsi di formazione (l’ultimo costato 350.000 euro alla Regione è anch’esso oggetto di inchiesta), si è arrivati nel 2006 con il ministro Bersani alla revoca del finanziamento per le inadempienze registrate, comprese le truffe e le soprafatturazioni. Dopo la revoca, visto che l’azienda non restituiva la cifra di 13 milioni 70 mila e 4 euro più 32 centesimi, lo Stato ha emesso una cartella esattoriale consegnata a Equitalia per la riscossione; nel contempo, a fronte del fallimento, sono scattati anche i sequestri dei macchinari e degli impianti. Il mancato pagamento della cartella esattoriale avrebbe comportato l’iscrizione di ipoteca da parte dell’esattoria..

Recentemente si è parlato anche di una richiesta avanzata dall’azienda cinese al Ministero competente di una rimodulazione dell’impianto: non oro ma lavorazione dell’argento. Le strutture competenti, Regione compresa, fanno finta di non vedere o sapere. In particolare non viene verificato l’eventuale utilizzo in altre sedi dei punzoni che lo Stato dà in dotazione alle imprese che lavorano i preziosi per la relativa marchiatura. Su questo sarebbe interessante conoscere l’opinione dell’Agenzia delle entrate e degli uffici competenti che da anni sono a conoscenza delle vicende raccontate dai giornalisti e dai media e denunciate dalle organizzazioni sindacali.

 L’ultimo rapporto “La fabbrica del terremoto” ha descritto disattenzioni e la sindrome del non vedere.

Nel Dipartimento Attività produttive della Regione negli anni si sono avvicendati tre assessori e tre dirigenti. La Task- force per i punti di crisi è stata smantellata, mentre il Comitato per l’occupazione è impegnato da mesi in una consultazione di approfondimento sui temi del lavoro e delle attività produttive.

Occorre invece un progetto industriale per recuperare i 100 capannoni e le aziende del terremoto chiuse o fallite. Tamponare con il finanziamento del Fondo Sociale Europeo gli interventi per la mobilità e per gli ammortizzatori sociali è necessario. Decisiva rimane l’iniziativa per recuperare le aziende e adottare azioni di controllo, che ricordiamo sono ancora in testa alla Regione Basilicata per quanto riguarda l’articolo 32 della legge 219. In assenza di misure concrete la lista dei cassintegrati, dei lavoratori in mobilità e delle aziende vuote si allungherà ulteriormente. Il quadro è chiaro. Tocca alla nuova giunta regionale e alle parti sociali invertire la rotta a partire dall’uso delle risorse e dalla programmazione 2014/20.

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