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SENISE – La diga di Montecotugno e la cittadina di Senise hanno sempre vissuto il loro “rapporto” sul filo del rasoio. Una sorta di amore e odio che nel corso degli anni ha fatto scrivere pagine di storia memorabili facendo di Senise una sorta di baluardo contro quelle logiche di sfruttamento del territorio che hanno caratterizzato buona parte delle vicende lucane. E così fin dalla genesi del faraonico progetto che avrebbe poi portato alla costruzione della più grande diga in terra battuta d’Europa, i cittadini hanno cominciato a “difendere” il proprio territorio con proteste e manifestazioni che hanno fatto storia. Questa sorta di diatriba ebbe come momento culminante la cosiddetta “presa del tappo” del 6 marzo 1984. La diga oramai era costruita. Mancava solo la posa del cosiddetto “tappo” che avrebbe dovuto bloccare la corsa del fiume Sinni verso lo Ionio, e quindi riempire l’invaso. Un invaso al cui “altare” furono immolati tremila ettari coltivati che davano da mangiare a 700 famiglie. A quelle famiglie, nonostante le promesse, non fu dato nulla come compensazione ambientale. E così quella mattina Raffaele Soave – erano le 6.30 – con un altoparlante montato sulla propria autovettura, chiamò a raccolta la popolazione. Tutta Senise si riversò sulla diga. Il sindaco dell’epoca, Pietro Policicchio, emanò un’ordinanza, scritta su un foglio bianco, che sostanzialmente sospendeva la “posa” del tappo. Poche ore dopo un altro cittadino – Michele Pucci – con tanto di camion lo caricò e lo portò in piazza Vittorio Emanuele II. Lì rimase per circa tre mesi “sorvegliato” a turno dai cittadini. In quei giorni gli incontri si susseguirono a ritmo frenetico. Il “tappo”, come un trofeo, fu portato anche a Roma sfilando in una storica manifestazione. Alla fine si trovò un accordo tra il governo e la Regione Basilicata. Alle famiglie espropriate andarono le terre che circondano l’invaso, e per l’area del Senisese fu varato un programma speciale da 47 miliardi delle vecchie lire. L’accordo chiuse la protesta e portò alla restituzione del tappo alle imprese costruttrici il 10 giugno di quello stesso anno. Senise aveva vinto. In quelle terre si respirava un’aria nuova. Una speranza che ha dovuto fare i conti con la storia. Una storia che, purtroppo, al giorno di oggi, nonostante i fondi stanziati nel corso degli anni, parla di una speranza che non si è concretizzata nei fatti. Di questo ne è convinto l’attuale sindaco di Senise Giuseppe Castronuovo che vuole far rivivere la protesta del 6 marzo perchè «questo territorio ha dato molto e ricevuto poco, oggi sono necessarie anche le royalties dell’acqua che diamo alla Puglia, e che devono portare a un nuovo sviluppo, e per questo rivolgiamo un appello al presidente Pittella». Nella giornata di ieri è stato presentato il programma – c’erano anche Raffaele Soave, uno degli animatori della “presa del tappo” e Ulderico Pesce. Una tre giorni – dal sei all’otto marzo prossimi – che sarà vissuta tra spettacoli teatrali sulla protesta, una mostra con filmati e foto dell’epoca, e un convegno. Una tre giorni che, nelle intenzioni del primo cittadino serve a riportare anche nell’agenda politica regionale la vertenza sul Senisese per avviare una riflessione su tutto ciò che riguarda la risorsa acqua.

g.rosa@luedi.it

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