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Non saranno “storie di tutti i giorni” come recita una vecchia canzone di Riccardo Fogli ma anche questa è realtà. Una realtà che squarcia una quotidianità all’apparenza normale, tranquilla, fatta di piccole cose, di sicurezze inesistenti, di sentimenti vuoti, aridi, di una povertà materiale che invece è solo incapacità di avere considerazione , rispetto e attenzione per l’altro. E se l’altro, la vittima, si ritrova ad essere usata ed umiliata dalla donna che l’ha messa al mondo, quali motivazioni e giustificazioni possono attutire lo sgomento per tanto orrore?

Ci hanno insegnato a credere incondizionatamente nell’amore materno. Non è esattamente così. Purtroppo.
Nella mia lunga esperienza professionale ho seguito tante storie scabrose di madri che hanno offerto, all’abusante di turno, la propria figlia, bambina, adolescente, giovane donna, con freddezza, calcolo e determinazione, dentro e fuori le mura familiari.

Non ci sono parole adatte a descrivere il dolore dell’anima di certe immagini e scene di violenza di figlie, bambine o piccole donne cresciute in fretta, trattate come merce di scambio, come bambole di pezza, con il consenso della propria madre. 

E’ un film dell’orrore con tanti volti sempre diversi e con lo stesso copione.

Ho incrociato spesso gli sguardi freddi di alcune di queste donne e madri, in grado di mentire e di tacere verità terribili, forse incapaci di farsi sfiorare dalla pietà.
E poi tanti volti silenziosi, rigati da lacrime invisibili, come i loro corpi negati alla dignità, usati per soddisfare i piaceri e le perversioni di uomini senza morale. Il filosofo Aldo Fasullo direbbe:”incapaci di stare al mondo”.

Nel nostro immaginario ma anche per la legge, è madre, biologicamente, colei che partorisce il figlio. E questo dovrebbe bastare a sancire un legame d’amore sicuro, unico e senza tempo con il bambino o bambina che si affaccia alla vita.

Il fatto di ieri, portato alla luce grazie alle indagini dei Carabinieri di Venosa, è una pagina nera per la comunità lucana,considerato che, per ogni violenza svelata, altre restano sommerse, ed è sempre troppo lungo il tempo di attesa della vittima per essere liberata dalla schiavitù.

Chissà se mai uno sguardo implorante o un urlo di dolore di questa figlia tradita è arrivato a qualcuno vicino al suo habitat, dentro o fuori la famiglia d’origine. Nessuno avrà sentito, nessuno avrà visto, nessuno avrà capito. Di fronte a questi scempi umani siamo, il più delle volte, una folla non vedente e non udente, rispettosa della riservatezza…
E la catena delle violenze si autoalimenta e si rinforza. Non rimane che sperare, per la giovane donna appena liberata e per quelle che attendono ancora, in una giustizia non solo garantista ma anche riparativa e protettiva per le vittime. 

Per la verità, i motivi di speranza e di fiducia, sono piuttosto scarsi se volgiamo lo sguardo al nostro sistema giustizia. Mi torna alla mente il racconto mimato(accompagnato da poche parole) di una bambina con un disturbo psichico, dei ripetuti abusi sessuali subiti dal padre, con il consenso tacito della madre. La chiamiamo Roberta. Con la sua forza di bambina ferita, Roberta , nel corso di un’audizione protetta, ha distrutto e fatto a pezzi i bambolotti che evocavano le due figure genitoriali.

Quando, qualche tempo dopo, ho incrociato lo sguardo dei suoi genitori, assolti per insufficienza di prove, pronti a ricorrere per il dichiarato stato di adottabilità dei figli, ho avuto la sensazione di avere un incubo. Era tutto vero.
Basterà provare vergogna e chiedere perdono alle tante bambine e ragazze come Roberta?

 

*Psicologa forense      

 

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