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Prendo in prestito l‘acuta riflessione dell’amico Giorgio Fontana, pubblicata l’altro giorno sul Mattino, che rompe il silenzio intervenendo sullo stato comatoso di Avellino. Fontana, docente universitario di diritto del lavoro, intellettuale rigoroso, anche spigoloso quanto basta, e, soprattutto, è stato, fino dal sessantotto, una notevole risorsa della sinistra storica. Egli, in sostanza, dopo aver certificato la pochezza della qualità della classe dirigente amministrativa comunale, e aver elencato i tanti ritardi nella realizzazione di opere della città di Avellino, pone un interrogativo che anche io mi sono posto in questi anni: quale è stato, e qual è, il ruolo della borghesia avellinese di fronte al degrado della città? Una domanda che sia pure in modo e con fini diversi era già emersa nel corso di un recente convegno dell’associazione “Controvento” con la partecipazione di Antonio Bassolino per ricordare, a cinque anni dalla morte, l’ex sindaco Tonino Di Nunno. Desidero, mi sia consentito, fare una premessa che forse meglio spiega le riflessioni di cui sopra. Avellino ha dato molto a quanti oggi godono di una posizione di prestigio e di solidità economica. Basti pensare (è solo un esempio) al naufragio dell’Avellino calcio e al disastro che accompagna la storica Scandone di basket. Tuttavia da costoro la città non ha mai ricevuto un benché minimo riconoscimento. Mi sovviene, a tal proposito, un’affermazione di Marco Valerio Catullo: “…senza fine è l’ingratitudine”. Vado oltre per denunciare il livello infimo del confronto che connota l’impegno delle istituzioni e, ovviamente, della sua classe dirigente. Squalificante, ad esempio, è la vicenda della fondazione del vino che vede beccarsi sindaco e presidente della Provincia. Nessuno dei due si è, però, ricordato di coinvolgere l’Università del vino, una delle rare iniziative positive degli ultimi decenni nel capoluogo, fortemente voluta dall’ex parlamentare Alberta De Simone.
Potrei continuare con gli esempi della visione mediocre che la classe dirigente amministrativa ha sul futuro della città, con i cantieri aperti e mai portati a termine, con l’incapacità di creare strumenti per favorire occupazione e fermare l’emigrazione giovanile. Mi intriga invece, e non poco, il ruolo che, per dirla con Fontana, ha la borghesia nella rinascita della città. Mi riferisco soprattutto a quella parte degli intellettuali il cui sport preferito è di criticare e di lamentarsi. Essi, però, sono sempre pronti e disponibili a elemosinare mance rendendosi servili e ubbidienti. Sono gli interpreti della peggiore specie di un meridionalismo accattone che si piega al potere di una politica clientelare, i cui nomi, un tempo nella schiera dei contestatori, si ritrovano oggi in enti e istituzioni pronti a sprecare risorse pubbliche per iniziative di dubbio interesse generale. E così, quella parte della borghesia che può far valere merito e competenza, si ritrae e sceglie il privato, rifiutando di gettarsi nella mischia. Io penso che c’è ancora un margine per recuperare il tempo perduto e ritrovare le ragioni della speranza. Per rispondere a quell’interrogativo che si è posto Giorgio Fontana e, ribadisco, essere stato anche il mio, che credo di aver sempre esercitato un ruolo critico e propositivo per il futuro di Avellino. E’ evidente che non conto sul ruolo delle opposizioni consiliari la cui presenza si rivela spesso inutile, limitata al solo dire “sì” o “no”, ma conto su quanto può fare quella parte della borghesia illuminata, ancora con la schiena dritta, potenzialmente capace di trasformare l’idea in concretezza. Con progetti non populistici e laboratori civili che con respiro culturale, creino una visione strategica della città, capaci di aggregare un consenso al servizio della comunità.

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