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QUANDO lessi la notizia che il questore di Potenza, Romolo Panico, sarebbe stato chiamato a deporre «sulla conferenza stampa indetta di concerto con il vescovo di Potenza dopo il ritrovamento di Elisa, poi annullata» sono rimasto alquanto interdetto e mi sono chiesto: chiamano il Questore e non chiamano me, visto che sono stato io a suggerire all’arcivescovo di organizzare la conferenza stampa?

Ricordo bene quel 25 marzo 2010. La mattina una notizia ribattuta dall’Ansa ma scritta da un giornale lombardo – “La Provincia Pavese” – rimbalza come un fulmine a ciel sereno nelle redazioni di tutta Italia. Secondo il suddetto articolo, alcuni sacerdoti erano saliti nel sottotetto già a gennaio e che il vescovo sarebbe stato a conoscenza della cosa.

Quel giorno lavoravo e leggendo quella notizia rimasi di stucco. Non mi occupavo come giornalista del caso Claps, ma il mio telefono diventò subito “rovente” anche perchè mi occupavo (e mi occupo tutt’ora) dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi.

Sono state ore concitate. Mi districavo tra il saperne di più cercando di contattare l’arcivescovo che si trovava a Roma per il Consiglio Permanente della Cei e prendere “tempo” con i colleghi che volevano le spiegazioni da me. Quella mattina mi sentii spesso con monsignor Superbo. Lui per sommi capi mi spiegò cosa fosse successo ma soprattutto mi disse che la polizia era stata già informata. Ricordo che capii poco, anche perché distratto dal trambusto mediatico che si stava consumando a Potenza.

Ma una cosa per me era chiara: c’era stata una fuga di notizie senza precedenti. Ricordo il mio smarrimento. Anche perché, viste le modalità con cui era uscita la notizia, mi sembrava chiaro che sull’arcivescovo c’era un’indagine in corso.

Non sapendo nei dettagli cosa fosse successo e bombardato dalle continue notizie che si arricchivano di nuovi particolari (molti dei quali risultati poi completamente inventati), ero indeciso su cosa suggerire a monsignor Superbo. Lui, nel frattempo aveva già parlato con l’Ansa e con qualche tv ma non mi sembrò sufficiente, anche perché le sue parole erano completamente soppiantate dai nuovi particolari sul ritrovamento che man mano si aggiungevano. Notizie, che alimentavano un clima di sospetto nei confronti dei sacerdoti e in particolare dell’arcivescovo.

Pertanto – erano circa le 13 – suggerii che la cosa migliore sarebbe stata una conferenza stampa. Da una parte era lo strumento più diretto per parlare ai fedeli, comprensibilmente smarriti dalle notizie che arrivavano, dall’altra avremmo dato una risposta alle tante domande che si ponevano i giornalisti. Dal mio punto di vista, però, c’era un problema. L’arcivescovo, fin dall’inizio di questa vicenda, ha voluto la massima trasparenza dimostrando con i fatti, la totale disponibilità nei confronti degli inquirenti. Per questo mi è sembrato doveroso chiedergli, proprio per rispetto verso gli inquirenti che indagavano sulle circostanze del ritrovamento, di contattare il Questore o chi per lui, se fosse il caso di fare una conferenza stampa. L’ideale, dissi poi a monsignor Superbo, sarebbe farla congiuntamente. Del resto chiedere alla polizia, mi sembrava una forma di rispetto verso chi stava indagando. Tutto qui.

L’arcivescovo mi disse che avrebbe chiesto. Dopo qualche minuto mi richiamò dandomi l’ok. Scrissi così il comunicato stampa che annunciava una conferenza stampa insieme al questore e che si sarebbe svolta nel pomeriggio. Intorno alle 14.15 arriva la doccia fredda: il questore smentiva categoricamente la conferenza stampa. Ero raggelato. Non capivo cosa fosse successo. Cercai di parlare ancora con il vescovo. Ci riuscii soltanto dopo mezz’ora. Lo portai a conoscenza della cosa. Ricordo che non parlò per qualche secondo. Capii che forse nella telefonata con il questore, non si erano spiegati bene. Del resto erano momenti concitati, il vescovo stava viaggiando verso Potenza ed è plausibile che nella comunicazione telefonica ci sia stata una incomprensione.

A questo punto che fare? E’ il primo pomeriggio. Quella conferenza stampa con o senza il questore, io volevo comunque farla e l’arcivescovo era d’accordo. Pertanto mi mossi per organizzarla e trovare il luogo più adatto. Non volli dare subito la notizia, visto anche quello che era successo soltanto qualche ora prima. Le notizie, intanto, si accavallavano. Parlò la famiglia – che criticò le gerarchie ecclesiastiche – le donne delle pulizie, arrivarono poi anche le prime conferme dalla procura. Insomma era una situazione in continua evoluzione. Era chiaro che gestire una conferenza stampa in quel contesto sarebbe stato assai difficile.

Ci sentimmo nuovamente con l’arcivescovo, insieme pensammo che era il caso di non farla anche perché, nel frattempo, aveva ricevuto una telefonata dalla questura che lo invitava a desistere. Intorno alle 17.30 l’ufficio comunicazioni sociali scrisse un altro comunicato precisando l’opportunità di rinviare la conferenza stampa visto «il rincorrersi incontrollato di notizie sulla tragica vicenda. La Chiesa di Potenza conferma la disponibilità, espressa sin dal primo momento, alla più ampia collaborazione con gli inquirenti, affinchè sia fatta piena luce sull’accaduto». In serata poi l’arcivescovo dichiarò all’Ansa: «Non parlerò più di questa vicenda fino a quando gli investigatori non l’avranno chiarita. Non importa – aggiunse – se il mio silenzio presterà il fianco a critiche o ad analisi ingiuste. Offrirò questo sacrificio. Ma la mia decisione è giusta perchè oggi sono state dette troppe parole».

Questo è quanto successo quel giorno. Nessun mistero, dunque. La paternità di aver suggerito all’arcivescovo di organizzare una conferenza stampa e di avvertire della cosa la questura (anche di suggerire di farla congiuntamente) è mia e solo mia, non certo sua. Se cercare di organizzarla, a quanto pare, può essere motivo di discussione all’interno di un processo, allora sono colpevole. Orgogliosamente colpevole.

g.rosa@luedi.it

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