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Possiamo immaginare cosa possa essere considerato uno scoop nell’epoca che viviamo? Il pensiero ricorrente è che non esistono più notizie esclusive. Per il semplice fatto che il lettore dimentica presto la fonte, perso nel mare magnum digitale. Oltre a considerare che con la disintermediazione è la funzione soggettiva stessa del giornalista che viene meno. 

 

Ne parlavo con Paride, antesignano di molti cambiamenti per essere riuscito a creare costantemente contatto con la sua comunità, sin dai tempi della tv di quartiere. Mi fa vedere i numeri di in post del suo blog su un fatto che ha travolto d’emozione la sua città in Calabria. Talmente alti e con un tal numero di condivisioni da potersi considerare – il post – virale.

Eppure la stessa notizia è apparsa su siti d’informazione e agenzie. Nuda, secca, cronaca precisa.

Allora ragiono sul fatto che il nostro vecchio amato “scoop” nell’epoca della possibilità di accesso plurimo alle informazioni consiste nella capacità di saper raccontare, di creare un’emozione, di produrre un dubbio, spingere una riflessione. Riuscire a creare una relazione con chi ti segue non è assecondarne le tendenze e i gusti ma esattamente il contrario: avere – cioè – la capacità di saperli portare dalla tua parte, riuscire a farti accogliere, riuscire a sedurre. Lo scoop non è più un fatto ma un’emozione

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