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POTENZA – E’ in carcere da 18 anni per il più atroce dei delitti: l’omicidio di un 16enne, un vicino di casa, durante uno sciagurato tentativo di sequestro. «Fine pena mai», è scritto nelle carte dell’ufficio matricola.
Ma lui non si rassegna. Studiando in cella ha conseguito due lauree e un master in criminologia, con una tesi sul sequestro di persona dedicata alla sua giovane vittima: «con l’atroce rammarico di non aver potuto evitare ciò che doveva essere evitato». E sogna ancora che un giorno potrà tornare in libertà, per quanto in Cassazione gli tarpino le ali.
Nessuno sconto per Domenico D’Andrea (49), condannato in via definitiva all’ergastolo per la morte del giovane Donato Cefola, a Barile, a novembre del 1997.
Lo hanno deciso i giudici della Suprema corte respingendo l’ultimo dei suoi ricorsi, nel quale chiedeva la commutazione del carcere a vita con una condanna a 30 anni di reclusione.
D’Andrea si era appellato a loro anche negli anni scorsi per denunciare il suo caso di imputato a cui sarebbe stata negata la possibilità di optare per il rito abbreviato, con lo sconto conseguente di pena, che la legge fissa in un terzo.
Di fatto, nel 2000, quando è entrata in vigore la norma che l’ha introdotto nel codice così come esiste ancora oggi, il suo processo pendeva già in secondo grado e i giudici della Corte d’assise gli hanno precluso questa possibilità. Per questo ha ingaggiato dal carcere una lunga battaglia legale, invocando la lesione dei suoi diritti fondamentali e dei principi sanciti dalla Corte di giustizia europea sui diritti umani.
Niente da fare, per gli ermellini del “palazzaccio” di Piazza Cavour, che hanno ribadito quanto affermato già in altre occasioni. Lo sconto di pena di un terzo può essere riconosciuto soltanto a chi «rinuncia al diritto alla prova nel contraddittorio di merito», acconsentendo a un giudizio sulla base degli atti raccolti durante le indagini senza contestazioni sulla loro attendibilità.
Altrimenti «si determinerebbe, oltretutto, un incoerente “privilegio” riconosciuto in via esclusiva proprio nei confronti di quanti versassero nelle condizioni dell’odierno ricorrente, giacché solo per esso, e senza alcuna giustificazione, si dovrebbe applicare una diminuente di pena totalmente disancorata da qualsiasi riconducibílità al rito speciale ed alle “limitazioni” probatorie che da esso conseguono».
D’Andrea è stato condannato anche a pagare le spese processuali dell’udienza che si è tenuta l’11 marzo scorso (il deposito delle motivazioni risale soltanto a qualche giorno fa).
Quindi adesso non gli resterebbe che ricorrere direttamente alla Corte di giustizia europea, come è probabile che faccia già nelle prossime settimane.
La terribile morte di Donato Cefola nel 1997 sconvolse non solo Barile e la Basilicata, ma l’Italia intera. I quotidiani parlarono per giorni di quel ragazzo, prima attratto in una trappola dalle telefonate di una donna misteriosa, poi salito, davanti all’ingresso della sua scuola, sul furgone guidato da D’Andrea, il vicino di casa e l’amico di famiglia, che all’epoca era solo un 31enne alla ricerca disperata di denaro.
L’idea era di sequestrarlo per chiedere un riscatto al padre, funzionario di banca, con la complicità di un secondo uomo entrato in scena subito dopo. Ma qualcosa è andato storto.
Un colpo di pistola alla tempia, e il corpo abbandonato in una scarpata tra Barile e Ginestra, col volto tumefatto, le mani legate e la bocca tappata con lo scotch.
Di fronte ai carabinieri D’Andrea avrebbe sostenuto di aver agito per conto della mala pugliese, e che lo sparo è partito per sbaglio. Ma i giudici non gli hanno mai creduto ed lo hanno condannato al carcere a vita.
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