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POTENZA – Ha subito per anni le violenze del figlio, rintanandosi nella mansarda di quella casa voluta dall’ex marito, che le è stata assegnata dal giudice dopo la separazione. Lo ha denunciato e la polizia l’ha anche arrestato. Ma quattro anni dopo il Tribunale l’ha assolto perché infermo di mente, all’epoca dei fatti.

Così adesso lei teme di reincontrarlo ed essere aggredita di nuovo. Per questo ha scritto a prefetto, questore, procuratore e, da ultimo, al ministro dell’Interno in persona.

E’ la storia di un’imprenditrice di Potenza, o meglio ex perché da qualche tempo ha chiuso la sua profumeria. «Privata di ogni motivazione e sentendosi continuamente in pericolo, sostiene il suo avvocato Raffaella Forliano.

Il suo caso salì alla ribalta delle cronache nel 2011, quando il figlio, allora 23enne, finì in carcere con l’accusa di maltrattamenti, violenza privata e lesioni.

I testimoni sentiti in aula hanno confermato la descrizione di quanto avveniva in quella casa nelle campagne del capoluogo. Lui la picchiava, la minacciava di morte, a volte la bloccava fuori dalla porta per costringerla ad andare via da lì, o la faceva dormire nella mansarda a cui si accedeva da una scala di ferro, senza servizi igienici. Aveva persino scritto il suo cognome su una parete con l’appellativo «schiava» affianco.

Ma di fronte al giudice il fratello ha parlato di «reazioni di rabbia verso il comportamento assente della madre» e litigi «reciproci». Sono emersi una diagnosi di «disturbo ossessivo-compulsivo» del figlio e un tentativo di suicidio sventato. Poi è stata depositata una perizia per cui «al momento del fatto per cui è processo era capace d’intendere ma non di volere in quanto in fase acuta di un disturbo borderline di personalità con turbe caratteriali e comportamentali».

Di qui la sentenza di assoluzione, arrivata agli inizi di maggio, per «un ragazzo affetto da seri problemi psichiatrici, bisognoso di essere aiutato, e non un figlio maltrattante di cui chiedere la condanna».
E la madre? «Teme che prima o poi la ucciderà, essendo gigantesco e non riuscendo a controllare la sua forza e la sua rabbia». Scrive l’avvocato Forliano nella lettera ad Alfano. «La sua vita, ormai, è scandita solo dal dolore lacerante di essere meno di niente per l’uomo che oggi è quel figlio che ha partorito, amato e cresciuto, dal senso di profondo fallimento come madre, dal terrore che prova la vittima di una violenza continua, durata anni».

Da qualche anno lei e il figlio non convivono più sotto lo stesso tetto, quella casa «voluta dal figlio e dal marito» da cui si è separata nel 2009. Ma dopo aver chiuso la profumeria la donna «non ha alcuna possibilità economica di lasciare Potenza» e adesso e «terrorizzata e teme che dato l’esito del processo possa aggredirla».

Cercando di cacciarla ancora una volta di lì.
Anche il perito del Tribunale aveva evidenziato che «allo stato» andava impedita «ogni possibilità di contatto con la madre». Solo che nessuna misura di sicurezza è stata adottata per la sua protezione.

Per l’avvocato è «il fallimento dello Stato italiano che prima invita a denunciare le violenze e poi abbandona le donne al loro destino di terrore e morte». Con la speranza che non sia davvero già scritto.

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