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POTENZA – E’ stato uno spontaneo sit in di protesta quello dei dipendenti della Clinica Luccioni, ieri, davanti alla sede della Regione Basilicata. Trentuno lavoratori – dicono con precisione i sindacati – per i quali sono già partite le lettere di licenziamento collettivo qualora la struttura sanitaria dovesse chiudere.
Secondo la sentenza del Consiglio di Stato, infatti, entro il 9 novembre la clinica dovrebbe portare a compimento gli adeguamenti previsti, altrimenti dovrà sospendere le attività e chiudere entro sei mesi a partire da questa data. I lavoratori sono molto preoccupati.
Già oggi in consiglio regionale dovrebbero presentare la proposta di legge per una proroga agli adeguamenti e alla delocalizzazione ma non c’è ancora nulla di concreto.
Ieri, Cgil, Cisl e Uil hanno incontrato il direttore generale della presidenza Vito Marsico e il direttore del dipartimento Sanità Pafundi e sono arrivate rassicurazioni in tal senso.
«Per quanto riguarda la parte amministrativa – afferma Michele Sannazzaro, Fp Cgil – ci hanno detto che la Regione non può nulla, dal momento che esiste una sentenza che deve solo essere applicata. Tuttavia, da un punto di vista legislativo, è possibile intervenire con una proroga alla clinica, su cui alcuni consiglieri regionali stanno già lavorando. Si tratta in sostanza di indicare un cronoprogramma all’interno del quale la clinica deve fare quanto richiesto, ovvero delocalizzare, quindi trovare un sito idoneo e chiedere le autorizzazioni al Comune in cui il sito ricade, secondo il regolare funzionamento delle strutture sanitarie accreditate».
Sarebbero tre le ipotesi già prese in considerazione per una delocalizzazione, tra cui il Principe di Piemonte in via Don Minozzi, dove prima risiedeva l’istituto scolastico Einstein.
In fondo Walter Di Marzo, titolare della clinica, non chiede che questo, oltre alla ridefinizione delle funzioni della struttura, l’unica in Basilicata secondo i dati forniti, a creare mobilità attiva, cioè da fuori regione verso la Basilicata e non viceversa. Una specializzazione, d’altronde, è uno degli altri adeguamenti richiesti dalla sentenza. Attualmente l’istituto clinico ha 40 posti letto ed è in grado di ospitare pazienti in regime di ricovero per patologie non urgenti riguardanti i reparti di chirurgia generale, ortopedia e traumatologia, ginecologia, urologia e diagnostica. Ha due sale operatorie e un piccolo ambulatorio di chirurgia minore gratuito: un neo sospetto, una piccola ferita, un’unghia incarnita. 

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