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POTENZA – Rischia di aggravarsi la posizione della madre superiora della Suore missionarie catechiste del Sacro Cuore di Brienza, Anna “Fulgenzia” Sangermano, indagata a piede libero nell’ambito della «strage» dei 22 nonni ospitati nella casa alloggio per anziani di Marsicovetere e nella casa di riposo San Giuseppe gestita dalle catechiste del Sacro Cuore a Brienza.

Lunedì mattina, infatti, mentre un gruppo di carabinieri del Nas portava in carcere i titolari della struttura del centro vald’agrino, Nicola Ramagnano e Romina Varallo, un altro gruppo di militari ha effettuato una perquisizione a Brienza, a carico della religiosa.
L’obiettivo degli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Cardea e dal pm Annagloria Piccininni, è raccogliere ulteriori elementi su un’ipotesi di omicidio colposo per l’80enne suor Fulgenzia legata ai 5 ospiti della casa di riposo San Giuseppe deceduti in seguito all’esplosione al suo interno, a fine settembre dell’anno scorso, di un focolaio di covid 19.

Secondo l’accusa, infatti, la causa di quei contagi sarebbe stato il mancato rispetto dei protocolli sanitari che imponevano di effettuare un tampone diagnostico ai nuovi ospiti in ingresso in strutture come quella. Cosa che a Brienza non sarebbe avvenuta nemmeno per una donna in arrivo dalla casa alloggio Ramagnano di Marsicovetere, dove intanto era già scattato l’allarme per i primi casi di covid 19 accertati.

Nei mesi scorsi suor Fulgenzia aveva già ammesso ai carabinieri che all’arrivo di quell’anziana non aveva pensato di «chiedere ai familiari da dove provenisse (…) se da casa o da qualche altra struttura, in quanto sapevo che l’avessero portata per continuare a fare la riabilitazione dopo essere uscita da Acerenza». Quindi aveva aggiunto che poiché «la struttura era al momento pulita da infezione covid» non era stato chiesto il tampone obbligatorio. Alla base delle perquisizioni effettuate, tuttavia, ci sarebbe la necessità degli inquirenti di accertare ulteriori aspetti dell’accaduto. Per poi decidere se e come procedere anche nei suoi confronti.

Ieri sulle responsabilità della madre superiora si sono dilungati anche Ramagnano e Varallo, durante i rispettivi interrogatori di garanzia.
I due gestori della casa alloggio di Marsicovetere, accusati di per cooperazione in epidemia colposa e 22 casi di omicidio colposo, hanno risposto entrambi alle domande del gip Teresa Reggio. Quindi il loro difensore ha depositato un’istanza di revoca delle misure cautelari, o quantomeno di sostituzione del carcere con una misura meno afflittiva.

«Quella dell’accusa è una ricostruzione dei fatti non coincidente con l’evidenza documentale agli atti della stessa indagine». Ha dichiarato Malta al Quotidiano del Sud. «Quanto al rischio di reiterazione del reato non si comprende in cosa si concretizzi dal momento che la casa alloggio è sequestrata dal 2 ottobre».
Il legale ha evidenziato anche l’assenza di responsabilità dei suoi assistiti per il passaggio del contagio dalla loro struttura a quella di Brienza.
«Si è trattato di un’ospite che la figlia ha deciso di portarsi via da Marsicovetere per trasferirla in un’altra struttura. Non è stato certo Ramagnano a deciderlo ed è stata sempre la figlia a portarla fisicamente a Brienza. lì poi spettava ai responsabili dell’altra struttura effettuare il tampone in entrata. Una legge che impone un tampone in uscita non c’è».

Malta ha ammesso criticità nella gestione della casa alloggio Ramagnano, ma le ha liquidate come «questioni di carattere amministrativo», evidenziando la confusione normativa in cui si sono trovati ad operare strutture di questo tipo con l’esplosione della pandemia.
Respingo al mittente, poi, l’addebito sul personale positivo impiegato per le cure di ospiti sani, che avrebbero contratto il virus proprio in questo modo.
«Non è vero. E’ una sciocchezza che dagli atti emerge in maniera palese».

Da ultimo il legale ha contestato anche l’accusa di circonvenzione di incapace per Ramagnano, a cui viene imputato il contratto di assistenza vita natural durante stipulato con un 60enne affetto da diverse patologie psichiche in cambio di una serie di proprietà immobiliari.
«Si tratta di una personale legata da rapporti familiari con il mio assistito, con cui anni addietro aveva concluso un vitalizio. Non so come si faccia a dire che fosse incapace». Ha concluso Malta. «Quell’atto è stato redatto davanti a un notaio che ha attestato le facoltà di entrambi i contraenti».

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