Esempio di evento franoso in Basilicata. La superficie lucana esposta a frane è salita del 2%
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Frane, la regione Basilicata ha il primato nazionale con la Liguria dei cosiddetti colamenti lenti (18,3% dei casi). Un vero incubo per un quinto della popolazione lucana. Nel territorio pesa il consumo di suolo. Ma non manca la prevenzione
Eventi atmosferici sempre più intensi, saturazione del suolo (con conseguente riduzione dello spazio di drenaggio per le acque) e approssimazione urbanistica. Tre ingredienti che, per il nostro Paese, significano un aumento costante del suo esposto a rischi idrogeologici, come ricordato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) all’indomani della frana che ha sconvolto la città di Niscemi, in Sicilia.
FRANE, DOPO NISCEMI GEOLOGI ED ESPERTI INVITANO AL MONITORAGGIO DEL TERRITORIO
Un evento che ha spinto geologi e altri esperti a ricordare quanto il monitoraggio del suolo risulti fondamentale in un’ottica di prevenzione e tutela della vita umana ma, allo stesso tempo, per applicare criteri edilizi maggiormente coerenti con il proprio territorio. Sì, perché la mappatura dell’Ispra indica, di fatto, come la quasi totalità dei comuni italiani (95%) sia esposto al rischio di frane, alluvioni o valanghe. Più di un milione di persone vive a stretto contatto con il pericolo solo per quel che riguarda la prima categoria, mentre quasi 7 milioni di italiani si trovano su terreni potenzialmente soggetti ad alluvioni. Pericoli che l’Istituto non ha mancato di segnalare nel suo rapporto relativo al consumo di suolo in Italia già alcuni mesi fa, nell’ambito di una vigilanza costante sui movimenti del terreno e con l’obiettivo di garantire un’adeguata applicazione delle misure di prevenzione.
FRANE, IL DATO DI UNA BASILICATA FRAGILE
Se il quadro Ispra ha indicato in Campania, Toscana, Liguria e nella stessa Sicilia le aree con il rischio più elevato per le famiglie residenti (P3 e P4), con Napoli, Salerno e Genova considerate le più esposte (oltre 30 mila famiglie), nemmeno la Basilicata sfugge all’aumento in atto. Già nel mese di luglio, Ispra indicava un incremento, nel periodo compreso tra il 2021 e il 2024, della superficie a rischio frana (+2%), con un quinto della popolazione lucana (e il 27,8% degli edifici, inclusi i beni culturali, ben al di sopra della media nazionale del 19,8%) letteralmente con i piedi poggiati su terreni soggetti a smottamenti.
SECONDO I DATI ISPRA BASILICATA A RISCHIO PER COLAMENTI LENTI
Per quanto riguarda la tipologia degli eventi in questione, l’Istituto ha messo in evidenza come nella maggior parte dei casi a livello nazionale (33%) si verifichino eventi di scivolamento del suolo, mentre in Basilicata si manifestano perlopiù i cosiddetti colamenti lenti (18,3% dei casi), “primato” condiviso con la Liguria e l’area dell’Appennino Emiliano. Caratteristiche che, chiaramente, trovano spiegazione nella tipologia del terreno in questione ma che, a conti fatti, non sono meno pericolosi. Del resto, la stessa Basilicata figurava, al 2024, alle prese con un consumo di suolo pari allo 0,31% (32 mila ettari persi) e 22 chilometri di erosione costiera. Una combinazione che, di fatto, posiziona il territorio lucano tra quelli potenzialmente più in pericolo.
IL PROGETTO 118 FRANE ATTIVO IN BASILICATA
Una situazione che, inevitabilmente, rende urgente un’attività di monitoraggio (come il progetto 118 frane, attivo in Basilicata) e, insieme, la predisposizione di linee guida specifiche per captare i segnali e agire per tempo, evitando eventi catastrofici, come il disastroso smottamento che colpì la collina Timpone a Senise, nel 1986, costato 8 morti. L’azione tempestiva di prevenzione sull’area della frana di Niscemi, ha permesso di scongiurare il rischio che il distaccamento di materiale dalla collina sulla quale sorge la città siciliana presentasse un bilancio con vittime e feriti.
LE OPPORTUNE VERIFICHE DELLO STATO DEL SUOLO
Tuttavia, se la messa in atto di strategie di salvaguardia è risultata efficace per la tutela delle vite umane, l’accertamento sulla dinamica degli eventi ha messo via via in evidenza quanto un’opportuna verifica sullo stato del suolo sarebbe stata utile prima che l’area fosse soggetta a urbanizzazione. L’instabilità della collina, infatti, era già stata evidenziata nelle mappe della Protezione civile regionale (ultimo aggiornamento quattro anni fa), che segnalava l’area a elevato rischio idrogeologico, senza contare il vincolo geologico di categoria R4 che, da 18 anni, vigerebbe sulla zona di Niscemi. Il che, in sostanza, significherebbe (e avrebbe significato) il divieto categorico di costruzione, proprio per l’alto livello di pericolo di eventi di tipo franoso.
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