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POTENZA – Il rapporto con le banche è certamente tutto da rivedere. Ma siamo sicuri che – nel caso arrivino i fondi promessi per la ripresa dopo la pandemia – ci saranno le persone giuste a decidere cosa farne? Detta diversamente: invece di partire dai soldi, non dovremmo puntare prima a una seria riforma della pubblica amministrazione?

UNA REGIONE SENZA CREDITO

La riflessione non è secondaria e sono gli imprenditori a proporla. «Perché – spiegano – anche negli anni passati di soldi dall’Europa ne sono arrivati tantissimi, ma a differenza della Spagna o del Portogallo, qui da noi almeno il 50% di quei fondi tornava indietro. Non siamo stati capaci di spenderli. Quindi ora lo chiamiamo Recovery found, ieri si chiamava diversamente, ma il punto è sempre lo stesso: saremo capaci di usarli?».

La sollecitazione a una riflessione su questo tema arriva da alcuni imprenditori che preferiscono restare anonimi. Ma chi meglio di chi investe su questo territorio può spiegare come funziona il sistema creditizio in regione?

Perché «sicuramente, grazie ai criteri imposti dall’Europa (popolazione, divario di reddito, gap infrastrutturale, per esempio), dei 219 miliardi previsti per l’Italia, ben 111 sarebbero destinati al Mezzogiorno. Ma poi cosa succede? Che far partire un’opera, soprattutto qui al Sud, è un’impresa che richiede una decina di anni, tra bandi, ricorsi, contenziosi. Ed è quello il punto vero da affrontare: abbiamo una classe politico-amministrativa in grado di progettare a lungo termine e in tempi brevi? Al momento non sembra proprio».

Sono due problemi che vanno a braccetto quello del credito e quello dell’amministrazione del territorio. Se manca il “respiro lungo” all’uno, mancherà presto il fiato all’altro. E in questo momento particolare, gli imprenditori sono preoccupati. Perché il momento è di quelli che «se non si prende subito la direzione giusta perdiamo davvero il treno per la ripresa».

E una capace classe politica, per esempio, si interrogherebbe sulle ragioni per le quali qui sul territorio manca un istituto di credito capace di rispondere adeguatamente ai bisogni del tessuto produttivo.

Una classe amministrativa capace si adopererebbe per creare tutte le condizioni necessarie affinché – come avvenuto in passato – soggetti privati possano credere possibile creare una banca sul territorio. «Una banca, come un tempo era la Mediterranea, che finanziava l’idea. Che giudicava l’imprenditore degno di un prestito non in base a un momento di crisi passeggera, ché quello – come adesso – può capitare a tutti. Una banca che abbia l’attaccamento al territorio, che dialoghi con le persone, che sappia che qui l’onta di restare un debitore è limitata a pochi, la maggior parte di noi, anche se con difficoltà, ci tiene a saldare i conti».

Ed è significativo quello che è successo con i prestiti alle imprese garantiti dallo Stato: «Ora c’è stata una correzione di rotta, va detto, ma all’inizio è accaduto che le banche abbiano un po’ “traccheggiato”, nel senso che si siano rifiutate di concedere il prestito per via del merito creditizio. Una cosa che il legislatore non aveva assolutamente previsto, perché la ratio era quella di erogare aiuti alle imprese, non alle banche. Lo Stato fa da garante al 100% su quei prestiti, quindi la banca non perde nulla: i soldi andavano dati e basta e non a determinate condizioni. Sarebbe stato comprensibile in una fase ordinaria, ma in una fase come questa no».

Detto questo è accaduto poi che – secondo i dati della Banca d’Italia – sia le famiglie sia le imprese abbiano dovuto bloccare le loro spese. Così i depositi bancari sono aumentati.

«Se non si va più a mangiare la pizza la sera o in vacanza è chiaro che si risparmia. E quel risparmio è stato fatto – lo dicono i dati – anche da molte imprese. «Significa che c’è sicuramente un potenziale di liquidità. Ma sono stati rimandati gli investimenti. C’è un clima di eccessiva incertezza e stiamo lì in attesa della terza ondata. Chi investirebbe in questa situazione? Solo alcuni settori, come quello farmaceutico per esempio, hanno avuto crescite e hanno potuto investire, ma gli altri? E del resto, se non riparte la domanda, per chi si fanno nuovi investimenti? E’ un circolo vizioso, noi cerchiamo di essere positivi ma le opere devono ripartire, devono ripartire i progetti. Ci vuole una visione più lunga: solo così noi privati potremo tornare a investire e si rimette in circolo tutto».

E’ necessario ripartire da qui perché fra un paio di mesi è previsto lo sblocco dei licenziamenti, potrebbero venir meno anche altre misure di sostegno al reddito. E dopo un anno che ha visto crescere i livelli di povertà in maniera esponenziale, ci possiamo permettere di aspettare ancora? Possiamo attendere i tempi lunghi delle crisi di governo – regionali e nazionali – e della pubblica amministrazione? La terza ondata, se continuiamo su questa scia, rischia di essere soprattutto economica.

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